Sahara Occidentale, gli Usa rivedono l'impegno nella missione Onu
Gli americani rivedono il loro impegno nella missione Minurso, dell'Onu, per il Sahara Occidentale, la regione indipendentista contesa fra Mauritania, Marocco e Algeria. I motivi non sono solo i soldi, ma anche la speranza di una soluzione politica.
L’amministrazione statunitense ha recentemente annunciato che proporrà al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un riesame strategico nel mese di aprile della Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale (Minurso). Tale iniziativa si inserisce in una dinamica internazionale volta a rendere più efficace il dispositivo onusiano e ad allinearlo all’evoluzione politica del dossier. La decisione americana di procedere a una revisione strategica risponde a una duplice esigenza. Da un lato, quella di razionalizzare i contributi finanziari statunitensi destinati alle missioni di mantenimento della pace di lunga durata che, come nel caso della Minurso attiva da quasi 50 anni, non hanno prodotto risultati concreti. Dall’altro, quella di privilegiare e accelerare l’avvio di processi politici credibili, esercitando una pressione costruttiva affinché tali missioni si traducano in soluzioni politiche durature.
Difatti, il rappresentante degli Stati Uniti all’Onu ha annunciato una “revisione strategica” della missione, sottolineando la necessità di rendere le operazioni di pace più efficienti e orientate ai risultati. «Stiamo procedendo a una revisione strategica della forza di mantenimento della pace dispiegata nel Sahara occidentale da cinquant’anni», ha dichiarato Mike Waltz nel corso della sua audizione al Palazzo di vetro. E mentre il personale Minurso ha già avviato un processo graduale di adattamento, con una ridefinizione delle sue priorità, si registra una dinamica diplomatica senza precedenti. Nell’arco di un solo mese si sono svolti tre round di negoziati sulla questione del Sahara, a Washington e Madrid, con la partecipazione delle quattro parti coinvolte nel processo: il Marocco, l’Algeria, la Mauritania e il Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro (Fronte Polisario), sotto la guida congiunta delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti. Questi incontri si sono svolti sulla base della Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata il 30 ottobre 2025, che consacra un’evoluzione significativa del quadro politico internazionale.
La risoluzione identifica l’iniziativa di autonomia proposta dal Marocco come l’unica soluzione realistica e praticabile, capace di garantire un esito duraturo e mutuamente accettabile, perché il referendum non costituisce più il perno attorno a cui si costruiscono le prospettive di soluzione: è ormai un’ipotesi residuale, priva di concreta incidenza. Il focus si è spostato altrove, verso dinamiche negoziali in cui conta soprattutto la capacità di raggiungere equilibri politici stabili. È in questo spazio che la comunità internazionale concentra i propri sforzi, privilegiando approcci orientati alla praticabilità e alla gestione realistica delle condizioni esistenti.
Sul terreno, il Marocco si distingue per un approccio orientato allo sviluppo e alla stabilità. Le province del Sud hanno conosciuto negli ultimi anni un’accelerazione significativa degli investimenti pubblici, con la realizzazione di infrastrutture strategiche, il rafforzamento dei servizi di base e la promozione di progetti economici strutturanti. Questa dinamica contribuisce a migliorare concretamente le condizioni di vita delle popolazioni locali e a consolidare un modello di sviluppo integrato di 8 miliardi di euro in linea con la visione del Regno per un Sahara prospero e stabile. Al contrario, il persistente sostegno dell’Algeria al Fronte Polisario contribuisce al mantenimento di una situazione di stallo e alimenta tensioni regionali. La chiusura delle frontiere e la rottura delle relazioni diplomatiche tra Rabat e Algeri riflettono una crisi che ostacola l’integrazione regionale e la cooperazione nel Maghreb.
L’Algeria potrebbe rispondere con pressioni diplomatiche o rafforzando il suo supporto contro il Marocco, attraverso il Polisario, rischiando la destabilizzazione dell’area. La situazione nei campi di Tindouf, in territorio algerino, continua inoltre a destare preoccupazioni umanitarie e di sicurezza, in assenza di un censimento ufficiale delle popolazioni e a causa del rischio di infiltrazioni da parte di gruppi estremisti attivi nel Sahel. I campi sono terreno fertile per gruppi armati e traffici illeciti. Negli ultimi anni, rapporti di intelligence hanno evidenziato il rischio di infiltrazioni jihadiste dai campi profughi e il passaggio di elementi radicalizzati verso gruppi attivi nel Sahel affiliati ad al-Qaeda o all’Isis (nel 2024 la regione ha rappresentato più della metà di tutte le morti legate al terrorismo nel mondo). Tra i casi più noti spicca Abu Walid al-Saharawi, figura di primo piano del jihadismo regionale, ucciso in Mali e per lungo tempo tra i più ricercati a livello internazionale.
Per l’Europa la stabilità dell’area è cruciale. Oltre al Medio Oriente in fiamme, la Libia resta una pentola a pressione, mentre nel Sahel ci sono governi golpisti che combattono formazioni jihadiste con l’aiuto di mercenari russi. Quindi, il rafforzamento di una soluzione politica realistica appare essenziale per prevenire nuove destabilizzazioni, contenere i flussi migratori irregolari e contrastare le minacce terroristiche. E l’iniziativa marocchina di autonomia si configura sempre più come la chiave di volta per una soluzione definitiva, capace di coniugare sovranità, stabilità e sviluppo regionale.

