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Ruggeri, De Gregori e lo squadrismo della vigilanza democratica

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Dopo De Gregori su Gaza, tocca a Ruggeri, bollato dal Pd come no vax. Coi cantanti la Sinistra agisce come una squadra di vigilanza democratica. Basta un pensiero fuori dallo schema e diventi un reprobo o un dissidente. 

Editoriali 02_06_2026

Dopo Francesco De Gregori tocca ora a Enrico Ruggeri. Il Pd e la Sinistra in generale hanno un grosso problema con la libertà. Non bastava la “bestemmia” del cantautore romano che ha confidato di provare imbarazzo per i suoi colleghi che prendono posizione per Gaza. Ora a finire sotto la lente delle squadre di vigilanza democratica è il cantante milanese, vincitore di due Festival di Sanremo.

Ha in programma un concerto per il prossimo 4 luglio in quel di Codogno, che una certa narrativa pandemista considera l’epicentro del Covid 19. Solo che Ruggeri, in passato, ha espresso forti critiche su tutti i problemi connessi all’uso della libertà pesantemente compromessa durante la pandemia.

Ebbene: questo gli è valso lo sgradevole epiteto di no vax, accusa che, oltre a costituire reato di diffamazione, come stabilito da una sentenza che coinvolse il quotidiano Repubblica, da 5 anni a questa parte, è affibbiata gratuitamente a chiunque non si accontenti di una lettura addomesticata dei fatti sul Sars Cov 2, compresa ovviamente la campagna vaccinale di massa.

Dato che il Comune di Codogno ha concesso il patrocinio per l’esibizione del cantante, autore di capolavori come il Mare d’Inverno, il Portiere di notte e Contessa, ecco che la reazione del Pd è stata immediata: la consigliera comunale dem Maria Cristina Baggi, ha criticato l’iniziativa, ricordando come in passato, più volte, Ruggeri abbia espresso critiche sul Green pass e sui vaccini.

Non è la prima volta che la politica, leggi il Pd, pretende di dettare agli artisti l’agenda dell’impegno e sulla base di questo decida di staccare la spunta blu dell’autorevolezza oppure decretare il pollice verso della contestazione. Ma stavolta, l’impressione è che si sia andati oltre la pur necessaria differenza di opinioni e stili.

Le posizioni di Ruggeri su vaccini e pandemia, del resto, sono ormai condivise da milioni di cittadini italiani, che hanno scoperto il grande inganno della narrativa pandemista: Sulla Bussola questo è un tema ampiamente sviscerato, che non vale neanche la pena stare a ricordare, ma a contribuire ad una lettura diversa degli eventi in pandemia, oggi c’è anche la Commissione Bicamerale Covid, il cui lavoro di ricerca della verità è decisamente prezioso. Insomma, a condividere con Ruggeri le perplessità su quella stagione – come ha fatto in diverse interviste – non c’è solo lui, ma ormai c’è un popolo intero.

Ma al Pd non basta. Il Pd che guarda da un osservatorio ancora troppo ristretto e viziato ideologicamente per poter essere libero. Solo che sulla base di questo si permette di rilasciare patenti di democraticità a chicchessia, fossero anche gli artisti, che dovrebbero teoricamente essere liberi da schemi e interessi. Ma non per gli artisti a libro paga del Pd, che ancora calpestano i palcoscenici di quel che resta delle Feste dell’Unità e che per il solo fatto di dire una frase politicamente corretta su palestinesi e israeliani, genderismi, wokismi, migrazionismi vari, stacca di diritto il pass per partecipare al concerto del 1 maggio.

Non Ruggeri, il quale, peraltro, ha nel suo carnet anche tre canzoni su Gaza, Senza terra (1994) e Zona di guerra (2024), dunque sul versante della guerra in Medio Oriente, potrebbe anche ambire a farsi accettare dalla Sinistra, ma non evidentemente per altre tematiche, come appunto è quella della campagna vaccinale di massa e il controllo della libertà.

Ma per la Sinistra è un prendere o lasciare: o si accetta tutto lo schema in blocco o niente, si perdono tutti i diritti di cittadinanza. Perché come de Gregori, se sei fondamentalmente di sinistra, ma su Gaza e Israele non hai proprio le idee chiare per poter prendere una posizione netta e quasi sempre ideologica, allora esci dal pantheon degli artisti di regime. Quindi, o accetti in blocco tutta l’aneddotica fornita dalla Sinistra oppure diventi un reprobo, o un dissidente a seconda del grado di scandalo che produci.

Ma a Ruggeri andrà peggio che a De Gregori, perché non è organico alla sinistra, anzi, difficilmente lo si potrebbe incasellare nella sinistra, ma altrettanto difficilmente potrebbe essere inserito con tutti i piedi tra gli artisti di destra, se mai ne esistessero, organicamente composti, s’intende.

Infatti, per il Bob Dylan italiano si è schierato a difesa, almeno, un Walter Veltroni, che dall’alto della sua democraticità ha scritto sul Corriere per dire ai compagni che De Gregori come chiunque altro, può stare da una parte o dall’altra dello schieramento, ma con la testa libera. Bontà sua Veltroni, che consente agli artisti di pensare anche fuori dal coro. Detto da chi, col “Veltronismo”, ha fatto dell’uso politico dei cantanti italiani un veicolo di propaganda di massa, è già un passo avanti. E ricordiamo che nel 2008 fu proprio sotto la sua segreteria che venne adottato il brano di Jovanotti Mi fido di te, massimo esempio di pronazione intellettuale a servizio del partito.

Ma per Ruggeri, statene certi, nessun Veltroni scenderà a difesa; nessuno scriverà articolesse per provare a tenere anche il cantautore milanese nel recinto dei presentabili. Perché Ruggeri non è mai stato organico, a differenza di De Gregori, ma anche perché essendosi permesso di toccare il Covid e i vaccini, ha davvero toccato i fili di un’alta tensione. Per questo, come ha detto in un suo video recente, ci ha rimesso anche in ospitate televisive, ma ora con l’anatema scagliatogli addosso dal Pd, rischia ancora di più.

Nulla di nuovo sotto il sole. Da Povia a Ruggeri, passando per De Gregori, il panorama musicale italiano è caratterizzato dalla pretesa sinistra dei democratici di rilasciare patenti di democrazia. Pena lo scendere giù dal palco.