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INVERNO SENZA GAS

Sabotaggio Nord Stream, l'Ue non ha il coraggio di chiedere spiegazioni agli Usa

Mentre la Russia procede con l'annessione delle regioni occupate nel Sud e nell'Est dell'Ucraina, il gasdotto Nord Stream viene sabotato. La matrice dell'attacco alla pipeline subacquea del Baltico è ancora ignota. I governi europei puntano il dito contro la Russia, che vorrebbe alzare il prezzo dell'energia. Ma molti indizi portano anche agli Stati Uniti. Il movente c'è ed era stato esplicitato da Biden stesso a febbraio. Quando parlava di "fermare il Nord Stream" in caso di guerra con la Russia.
- IL VOLTAFACCIA DI BRUXELLES SUL TETTO AL PREZZO DEL GAS, di Luca Volontè

Esteri 30_09_2022
Nord Stream, la perdita di gas nel Baltico

La Russia potrebbe annunciare già nelle prossime ore l’annessione delle quattro regioni dell’Ucraina in buona parte occupate dalle truppe di Mosca e dalle milizie del Donbass dove dal 23 al 27 settembre si sono tenuti i referendum. Il 93% dei voti espressi nella regione di Zaporizhzhia ha sostenuto l’annessione, così come l’87% nella regione di Kherson, il 98% nell’autoproclamata repubblica di Luhansk e il 99,23% in quella di Donetsk. Il risultato evidenzia una maggiore adesione all’annessione alla Russia nelle due regioni del Donbass già riconosciute da Mosca come repubbliche popolari e dal 2014 controllate in parte dalle forze filo-russe.

I referendum sono considerati illegittimi da Ucraina, Occidente e dalla quasi totalità della comunità internazionale ma il loro risultato non sembra essere il frutto di brogli o manipolazioni ed era anzi scontato tenuto conto che la gran parte dei cittadini di queste quattro regioni rimasti nelle loro case dopo l’arrivo delle forze russe è a favore dell’annessione o in ogni caso del netto distacco dall’Ucraina. Sentimento diffuso anche tra la gran parte dei quasi 3 milioni di rifugiati fuggiti dal Donbass nella Federazione a causa della guerra. Gran parte della popolazione fedele a Kiev residente in queste regioni è infatti confluita in altre zone dell’Ucraina o nelle aree di quegli oblast ancora sotto il controllo delle forze ucraine. Le autorità filorusse dell’oblast di Zaporizhzhia chiedono oggi l’annessione alla Federazione Russa e lo stesso passo ha annunciato alla TASS il leader della Repubblica popolare di Donetsk (Dpr), Denis Pushilin

Vladimir Putin dovrebbe rivolgersi oggi a entrambe le Camere del Parlamento russo annunciando formalmente l’adesione dei territori occupati dell’Ucraina alla Russia mentre secondo fonti citate dal quotidiano Vedomosti, l’ex primo ministro ed ex direttore generale di Roscosmos, Dmitrij Rogozin, potrebbe divenire il governatore del nuovo distretto federale della Crimea, macroregione costituita incorporando gli oblast di Kherson, Zaporizhzhia, Donetsk e Luhansk e Crimea.

I referendum hanno irrigidito ulteriormente le posizioni a Kiev, il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato che con Vladimir Putin «non c’è più nulla di cui discutere». Sul piano militare, fonti ucraine sostengono che Mosca sta «creando le condizioni necessarie alla mobilitazione o coscrizione forzata dei civili ucraini nelle aree della parte orientale del paese che verranno presto annesse», a seguito dei referendum. Su questo tema sempre fonti ucraine riferiscono che gli ufficiali russi hanno iniziato a consultare le liste dei diplomati negli istituti di studi medici a Luhansk per avviare una mobilitazione forzata di dottori da inviare sul fronte a sostegno delle forze russe. Di certo l’annessione dei quattro oblast renderà ogni attacco condotto su quei territori un'aggressione alla Russia, con tutti i rischi di escalation e allargamento del conflitto connessi. Il leader della Repubblica popolare di Donetsk, Denis Pushilin, ha dichiarato ieri che dopo l’annessione alla Russia inizierà «una nuova fase delle operazioni di combattimento», teso a liberare il 40% del territorio amministrativo di quella regione presidiato ancora dalle truppe ucraine.

Paradossalmente la stagione fredda, che rischia di mettere in ginocchio l’Europa, potrebbe comportare un rallentamento delle operazioni militari sui fronti ucraini regalando qualche mese per trovare un compromesso che porti a un cessate il fuoco. Un ulteriore inasprimento del conflitto allontanerebbe ogni ipotesi di negoziato per un accordo che ponga fine alle ostilità, particolarmente necessario per l’Europa che rischia di uscire economicamente e socialmente devastata dalla crisi energetica e dall’inverno alle porte.

A compromettere forse definitivamente, le precarie condizioni energetiche dell’Europa (in termini di quantità e di prezzo del gas) contribuisce anche l’atto dinamitardo che il 27 settembre ha visto esplodere i “tubi” sottomarini dei gasdotti Nord stream 1 e Nord Stream 2, che trasportano il gas russo in Germania attraversando i fondali del Mar Baltico.

Non ci sono dubbi circa il fatto che non si sia trattato di un incidente mentre più arduo è stabilire chi abbia effettuato questo attacco che ha provocato la fuoriuscita di gas per 800 milioni di euro e che determinerà con ogni probabilità la compromissione dell’efficienza dei due gasdotti a causa dell’acqua salata che penetrerà in profondità allagando e corrodendo le grandi infrastrutture metalliche. Un’azione terroristica, o per meglio dire un sabotaggio ben orchestrato, attuato contro i gasdotti a 80/100 metri di profondità, probabilmente posizionando cariche esplosive impiegando palombari o veicoli subacquei senza pilota.

I due gasdotti non erano attivi e il Nord Stream 2, completato poco prima dell’inizio del conflitto ucraino, il 24 febbraio scorso, non era mai stato impiegato. Tuttavia i due gasdotti erano stati realizzati da russi e tedeschi a un costo complessivo di circa 20 miliardi di euro per assicurare alla Germania e all’Europa il gas russo senza utilizzare i gasdotti che attraversano Ucraina e Polonia, soggetti a rischio di tensioni o ricatti e al pagamento di diritti di transito a Varsavia e Kiev che non a caso, non hanno mai nascosto la totale ostilità al progetto. Un gasdotto duramente osteggiato anche dagli Stati Uniti che fin dal Maidan (2014) cercano di interrompere la saldatura tra la potenza energetica russa e la potenza economica europea.

Come hanno ricordato alcune fonti, nelle settimane precedenti l’inizio del conflitto in Ucraina sia il presidente Joe Biden sia il sottosegretario agli esteri Victoria Nuland (quella che nel 2014, durante i fatti del Maidan che rovesciarono il governo ucraino, disse in una conversazione telefonica che l’Europa doveva «fottersi») hanno detto chiaramente che in caso di attacco russo all’Ucraina il Nord Stream doveva venire fermato. Non sembra un caso neppure che le esplosioni nei due gasdotti sottomarini si siano registrate il giorno stesso in cui veniva inaugurato il gasdotto che porta il gas norvegese in Danimarca e Polonia. Il risultato è che oggi la Polonia, alleato di ferro degli Usa, è il vero hub europeo del gas (non più russo) togliendo questo ruolo alla Germania approvvigionata oggi di gas russo solo dal gasdotto che attraverso l’Ucraina e la Polonia, vulnerabile quindi al rischio bellico e di rappresaglie.

In Europa molti sembrano non volersi sbilanciare in valutazioni circa le responsabilità dell’attacco mentre sul piano politico tutti in Europa sembrano accusare i russi che così avrebbero ottenuto un nuovo repentino rialzo dei prezzi del gas a danno dell’Europa e a vantaggio delle loro casse. Una valutazione non molto convincente, anche se Mosca dispone nel Baltico di una grande flotta con mezzi subacquei basata anche nell’enclave di Kaliningrad, perché i due gasdotti erano di fatto inutilizzati e perché l’aumento del prezzo del gas Mosca lo avrebbe ottenuto anche riducendo ulteriormente le forniture all'Ue via gasdotto ucraino.

Iniziativa giustificata dalle nuove sanzioni messe a punto dall'UE e dalle forniture di armi europee all’Ucraina. Benché politica e media occidentali da sette mesi cerchino di convincerci che i russi hanno la tendenza a “bombardarsi da soli”, colpendo prima un campo di prigionia, poi una centrale nucleare sotto il loro controllo e ora i costosissimi gasdotti Nord Stream, è difficile comprendere che interesse avrebbero avuto a compiere questo raid subacqueo. Anche tenendo conto che avendone compromesso la sicurezza, i due gasdotti non saranno mai più operativi neppure quando Russia ed Europa torneranno a essere buoni vicini e non “quasi nemici”. Certo non si può escludere un sabotaggio russo effettuato per seminare il terrore in Europa e soprattutto a Berlino, oppure per attribuirne la responsabilità agli statunitensi creando quindi nuove fratture tra gli alleati occidentali.

Anche se nessuno sembra avere il coraggio di chiedere conto agli americani, è evidente che Washington sia in cima alla lista dei sospettati non solo perché le sue massime autorità avevano minacciato di neutralizzare quei gasdotti e che un gruppo navale anfibio della Marina statunitense incrociava nei giorni scorsi proprio in quell’area del Mar Baltico, ma soprattutto perché il distacco totale tra Russia ed Europa specie sul fronte energetico è un obiettivo strategico delineato e perseguito da Washington da almeno dieci anni. Il fatto che in Europa nessuno osi chiedere spiegazioni convincenti agli Usa la dice lunga circa la sovranità che siamo in grado di esprimere noi europei anche di fronte a un disastro di questa portata.

Sarebbe pure il caso di chiedere qualche chiarimento anche ai nostri “partner” polacchi dopo che Radek Sikorski, eurodeputato presidente della delegazione parlamentare Europa-Usa ed ex ministro degli Esteri di Varsavia ha scritto su Twitter «Thank You USA» sull’immagine della fuga di gas sulla superficie del Mar Baltico. «Ora 20 miliardi di dollari di ferraglia giacciono in fondo al mare, un altro costo per la Russia della sua decisione criminale di invadere l'Ucraina. Qualcuno ha fatto un'operazione di manutenzione speciale». Evidentemente nemmeno il filo-americano Sikorski crede che i russi abbiano distrutto 21 miliardi di gas e gasdotti di loro proprietà.