Allarme russo, l'Europa usa la paura per fermare i negoziati
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Media e politici europei non perdono occasione per ingigantire le minacce di aggressione da parte di Mosca e chiudere ogni spiraglio di dialogo. La sconfitta di Kiev, già sancita sul campo, coinciderebbe con quella dei volenterosi che hanno dilapidato i consensi puntando sul braccio di ferro col Cremlino.
- Stato dell'Unione, le confuse ricette della von der Leyen, di Luca Volonté
Donald Trump rilancia la proposta di negoziati tra Mosca e Kiev ma politica e grandi media in Europa non perdono occasione per ingigantire la minaccia di aggressione russa. Un attacco alla locomotiva di un treno che trasportava armi per Kiev a ridosso del confine polacco è stato dipinto come il tentativo di uccidere consiglieri europei (tra cui l’ex premier britannico Boris Johnson) del governo ucraino che invece viaggiavano su un altro convoglio.
Il drone russo che avrebbe cercato di abbattere l’aereo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky è caduto in realtà a 160 chilometri di distanza. Ogni drone russo che cade appena oltre i confini ucraini in Moldavia, Romania o Polonia rappresenta una “provocazione russa”, non un normale incidente, sempre possibile quando si compiono incursioni lungo le frontiere, specie se da esse entrano in Ucraina armi e munizioni messe a disposizione dalle nazioni aderenti a Ue e Nato, incluse quelle al confine con l’Ucraina.
Il lancio di due razzi di segnalazione da una nave militare russa per allontanare un elicottero delle forze aeree danesi che la sorvolava in acque internazionali nel Mar Baltico è stato definito un atto ostile dal governo di Copenhagen.
I droni che sorvolano le repubbliche Baltiche sono quasi sempre ucraini (secondo Mosca decollano da lì per colpire la regione di San Pietroburgo) ma per innalzare l’allarme non viene quasi mai rivelata la loro nazionalità e si esalta la necessità di difendere l’Europa dalle “minacce ibride”.
Tutti elementi che confermano una tendenza che sembra volersi opporre, anche forzando la mano e le parole, a ogni forma di distensione che possa favorire l’apertura di un dialogo. Un approccio europeo ben rappresentato dalle dichiarazioni rese ieri dal ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski: «La Russia sta intensificando non solo la guerra contro l'Ucraina, ma anche gli attacchi contro i Paesi della Nato. Solo nelle ultime 48 ore, un drone armato è stato abbattuto sopra la Lituania. A luglio abbiamo avuto l'incursione di un missile da crociera armato, che siamo abbastanza certi sia stato lanciato deliberatamente contro la Polonia e non contro l'Ucraina. Quindi la Russia sembra stia intensificando l'escalation e noi dobbiamo difenderci».
In termini militari appare evidente che se Mosca avesse voluto scatenare anche solo provocazioni contro le nazioni europee avrebbe utilizzato modalità e strumenti bellici ben più espliciti ed efficaci ma la narrazione che si registra in Europa sembra improntata soprattutto a convincere l’opinione pubblica interna che la minaccia russa vada presa sul serio. A questo proposito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo Discorso sullo Stato dell'Unione al Parlamento europeo a Strasburgo, ha sostenuto che è «giunto il momento di un Articolo 4 europeo, ovvero un Protocollo di sicurezza d'emergenza. Quando attivato da uno Stato membro, tutti gli Stati membri si riunirebbero per coordinare una risposta europea, per scoraggiare un'ulteriore escalation e per mitigarne l'impatto. Abbiamo urgente bisogno di un consenso su come rispondere a determinati incidenti, quelli che non rientrano nella definizione di aggressione armata ma che minacciano chiaramente la nostra sicurezza nazionale. In altre parole, un meccanismo per aggirare l'articolo 4 della Nato», ha spiegato.
Per von der Leyen «dobbiamo spingerci ancora oltre. Da tempo discutiamo di un formato incentrato sulla sicurezza del nostro continente, con il coinvolgimento di partner come Canada, Norvegia, Ucraina, Regno Unito e altri. Ciò è ancora più urgente ora, vista la natura e la portata dei rischi in gioco. Per questo motivo presenteremo le nostre idee per rendere realtà un Consiglio di sicurezza europeo», ha annunciato.
L’obiettivo sembra essere quello di sfruttare le “minacce ibride” per creare un organismo di sicurezza che coinvolga tutti gli Stati membri della Nato (esclusi gli Stati Uniti) e l’Ucraina contro la Russia. Un organismo non previsto però da nessun trattato, una sorta di replica su vasta scala della Coalizione de Volenterosi che invece di voler inviare truppe in Ucraina punta a coordinare le difese contro le minacce ibride di Putin.
Ha però dell’incredibile la capacità di von der Leyen e della Commissione di non riconoscere i gravi errori che hanno portato l’Europa sull’orlo del baratro economico e nella irrilevanza strategica, abbinata incredibilmente alla ferrea volontà di reiterare quegli stessi errori. Difficile negare che politiche green, riarmo in condizioni energetiche ed economiche precarie, rinuncia all’energia russa e stato di quasi-guerra con Mosca siano le principali cause della de-industrializzazione e della profonda crisi europea, anche miltare.
Eppure la presidente della Commissione ha avuto l’ardire di dichiarare che «questa è un'Europa di cui possiamo andare davvero fieri. Dall'inizio del conflitto le importazioni di combustibili fossili ci sono costati 90 miliardi di euro in più, bisogna staccarsi dai combustibili fossili e intensificare l'energia pulita prodotta internamente. Poco importa la tecnologia, l'importante è che ci renda indipendenti e si riducano i prezzi dell'energia, puntiamo per questo a raddoppiare la quota di energia elettrica entro il 2040», ha detto Ursula von der Leyen.
Peccato che l’energia a un prezzo ragionevole costituisca ora un’esigenza prioritaria poiché nel 2040 la de-industrializzazione sarà già un fatto compiuto se l’Europa continuerà a rappresentare l’area del mondo che la paga al prezzo più alto. Dipendere oggi dal gas del Qatar che non arriva più a causa della crisi a Hormuz, da quello statunitense che sarà insufficiente e da altri fornitori che garantiscono prezzi elevati e forniture incerte da aree sempre più instabili rende le economie europee più vulnerabili rispetto a quando dipendevano per il 40 per cento dal gas russo. A cui dobbiamo in ogni caso rinunciare, costi quel che costi, secondo i diktat suicidi di Bruxelles.
Come ha detto Giorgia Meloni in una recente intervista a Il Foglio, «il sostegno all’Ucraina non è negoziabile». Quindi dopo i numerosi scandali, le frodi e i casi di corruzione che hanno portato in conti privati in paradisi fiscali una bella fetta degli aiuti europei a Kiev dobbiamo ora finanziare anche l’improvviso “buco” nel bilancio della difesa ucraino da 23 miliardi di euro da aggiungere al “prestito” Ue da 90 miliardi (13 a carico dell’Italia) che nessuno ci restituirà mai.
Inoltre ieri il governo ucraino ha approvato il progetto di bilancio statale per il 2027, che prevede spese per circa 141 miliardi di euro di cui 73 destinati alla Difesa, 6,21 in più rispetto al 2026.
Facile immaginare che l’Europa sarà chiamata a finanziare gran parte della spesa pubblica di Kiev anche il prossimo anno indipendentemente dall’esito della rinnovata iniziativa negoziale statunitense rilanciata negli ultimi giorni con la visita a Mosca e Kiev degli inviati Steve Witkoff e Jarred Kushner.
È molto probabile che l’esasperato allarmismo europeo nei confronti della minaccia russa abbia lo scopo di sostenere la contrarietà a un negoziato che nel programma presentato dagli Stati Uniti indurrebbe Kiev ad accettare cessioni territoriali, neutralità ed elezioni entro tre mesi dall’accordo di pace.
Si tratterebbe certo di una sconfitta per l’Ucraina, peraltro sancita dal campo di battaglia dove i russi controllano il 21 per cento del territorio ucraino e continuano ad avanzare. Di una sconfitta ma non di una disfatta, in quanto consentirebbe all’Ucraina di sopravvivere alla guerra, venire ricostruita (sempre a spese degli europei) per poi in futuro entrare nella Ue.
La sconfitta di Kiev coinciderebbe però con quella di Bruxelles e dei tanti governi dei “volenterosi” che sul braccio di ferro con la Russia hanno dilapidato in questi anni i consensi di cui godevano presso l’elettorato.


