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La causa della santa

Rita da Cascia, come si arrivò alla sua canonizzazione

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Il processo per la beatificazione e canonizzazione di Rita da Cascia conobbe più interruzioni. Solo nel 1900, sotto Leone XIII, la religiosa agostiniana fu proclamata santa. Ma è molto più antica la fama dei suoi miracoli, registrati da un notaio già nel 1457.

Ecclesia 22_05_2026

Una delle sante più venerate. Una delle sante più pregate. La santa delle “cause impossibili”, Rita da Cascia, di cui oggi ricorre la memoria liturgica. E in merito ad altra causa, cercheremo di fare un po’ di chiarezza: parliamo della sua causa di beatificazione e canonizzazione (l’iter per divenire ufficialmente santi, in pratica) che non ha avuto un cammino nel tutto spedito. Dobbiamo però fare una premessa. La strada per accedere alla gloria degli altari, nel corso della storia della Chiesa, è stata oggetto di diversi cambiamenti. Leggi e disposizioni, infatti, hanno accompagnato il cammino, in generale, di quella istituzione vaticana preposta a rilasciare “la patente” di santità: istituzione che precedentemente era chiamata Congregazione delle cause dei santi (e ancora prima era ricompresa nella Congregazione dei riti) e che ora invece è conosciuta come Dicastero delle cause dei santi.

Anche il processo per la santa umbra ha vissuto fasi alterne. Ad esempio, la beatificazione della religiosa agostiniana, proclamata beata il 19 ottobre 1626 da Urbano VIII, coincise con la fase della riforma della materia delle beatificazioni e canonizzazioni intrapresa dallo stesso papa Barberini. E in merito a ciò va ricordato che Maffeo Vincenzo Barberini, prima dell’elezione al soglio petrino, era stato vescovo di Spoleto (dall’ottobre 1608 al luglio 1617), città del territorio umbro adiacente a Cascia, la terra di Rita: quasi dieci anni nella diocesi umbra che lo avevano segnato profondamente. Questo dato fa comprendere quanto fosse cara al pontefice la figura di Rita che godeva già all’epoca (e anche in vita), oltre a una considerevole e crescente pietà popolare, indispensabile per ogni processo di beatificazione e canonizzazione, anche di una vasta eco della “vox populi” riguardo ai miracoli avuti per sua intercessione: miracolo, altra parola chiave per ogni processo che si rispetti. Tutto questo humus, dunque, risultava importante per papa Barberini perché egli stesso era stato coinvolto, da vescovo, nel processo. Un altro dato da aggiungere: quando il tutto iniziò a Spoleto nel 1626, nel Processus pro futura Beatificatione servae Dei sororis Ritae monialis, Rita già era definita “beata” dal popolo di Dio. Importante però ricordare che nel 1457, per iniziativa delle autorità comunali, esisteva già un testo che riferiva i suoi primi miracoli: si trattava del cosiddetto Codex miraculorum, ossia appunto Il Codice dei miracoli, compilato da un notaio.

Miracoli, parola legata profondamente alla figura di Rita. Ad esempio c’è quello che vide protagonista il corpo incorrotto della santa analizzato dopo ben 180 anni dalla morte. Fu dichiarato «integro, bianco, intatto e senza macchia e come se fosse morta di recente». Da questo, altri miracoli: ne vennero citati dieci nel processo. Tra questi, ricordiamo: «Quando il quinto giorno dopo la sua Natività gl’entravano et uscevano di bocca alcune Ape bianche», oppure quando miracolosamente riuscì a curare «zoppi» e storpi, liberandoli dalle loro infermità, e anche quando «liberò spiritati». Oltre a queste miracolose guarigioni, diverse pagine sono dedicate alla già più volte citata pietà popolare verso la “beata”: termine che non era ancora ufficiale ma che già campeggiava nel cuore e sulle labbra di tutti. In merito, vengono citate frasi come queste: «Io ho sempre inteso dire dalli più Vecchi di questo paese e da tutti gl’altri in modo ch’è publico e notorio, per tutte queste parti, e n’è publica voce e fama, che la detta Beata Rita, mentre visse, haveva in grado grande la virtù della carità che non solo amava Dio, ma cordialmente il prossimo, e gl’inimici, poiché publicamente ho inteso dire, e letto nelli libri che sono stati stampati della sua vita, ch’ella pregava per coloro che gl’havevano ammazzato il marito, e di questo n’è publica voce e fama». Pubblica voce e fama: è tutto racchiuso, il processo, in queste parole.

Il processo arrivò alla fase romana il 13 marzo 1627. Pochi mesi dopo, nell’ottobre dello stesso anno, fu ancora Urbano VIII a concedere alla diocesi di Spoleto e al ramo maschile e femminile dell’Ordine eremitano di Sant’Agostino la possibilità di celebrare la Messa e l’Ufficio liturgico in onore della religiosa agostiniana. E sempre papa Barberini, il 4 febbraio 1628, estese a tutti i presbiteri secolari la possibilità di ricordare la religiosa agostiniana: memoria che poteva essere celebrata in tutte le chiese dell’Ordine di Sant’Agostino e nella diocesi di Spoleto, appunto. Nel 1737 gli stessi agostiniani e il comune di Cascia cercarono di rendere più veloce l’iter per giungere finalmente all’ambito traguardo della canonizzazione, ma, per alcune vicissitudini, il processo canonico venne più volte interrotto e poi ripreso.

Solo nel 1853 si arrivò veramente a una svolta: la riapertura del processo che registrò successivamente, nel 1887, il miracolo ottenuto, per intercessione di Rita, da Cosma Pellegrini, abitante di Conversano. Altra tappa importante, quella del 25 febbraio 1896: finalmente, giunse il decreto sulle virtù eroiche. Nel 1899 vennero approvati tre miracoli per la canonizzazione. Il primo, il dolce profumo che emanava il corpo di Rita dopo la morte. Il secondo, la guarigione della piccola Elisabetta Bergamini che rischiava di perdere la vista a causa del vaiolo. Il terzo, il già citato miracolo ricevuto da Cosma Pellegrini che soffriva di una gravissima gastroenterite cronica, senza avere ormai più speranze di vita. Finalmente il 24 maggio 1900, papa Leone XIII proclamava santa l’agostiniana di Cascia.