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PAESE PERDUTO

Rifugiati afgani, l'impossibile retorica dell'accoglienza

Tutti abbiamo nel cuore le scene strazianti dell’aeroporto internazionale di Kabul, le migliaia di persone che hanno tentato invano di lasciare il loro Paese caduto nelle mani dei Talebani. Nel mondo della politica c'è chi torna a speculare sulla causa dell'accoglienza e invoca impossibili ponti aerei per milioni di persone.

Esteri 19_08_2021 English
Kabul, foto simbolo della fuga

Tutti abbiamo nel cuore le scene strazianti dell’aeroporto internazionale di Kabul, le migliaia di persone che hanno tentato invano di imbarcarsi su un aereo, di lasciare il loro Paese caduto nelle mani dei Talebani. Tante sono le espressioni di sincera solidarietà e compassione. Molti però ne approfittano per reclamare un obbligo di accoglienza dell’Occidente, come se mai l’Occidente fosse venuto meno ai propri impegni nei confronti dei rifugiati. Altri paventano un nuovo 2014, l’anno in cui centinaia di migliaia di siriani e iracheni sono fuggiti dai territori dei loro paesi conquistati dall’Isis e proclamati Califfato.

Né gli uni né gli altri si rendono conto che il dramma umano di queste ore e dei giorni che verranno non sono gli afgani adesso in salvo, quelli portati via a migliaia da Kabul e quelli, si spera molti di più, che via terra hanno raggiunto e superato la frontiera con il Pakistan o con altri Stati vicini, ma quelli – la quasi totalità – che non sono riusciti a partire, che non ci riusciranno e che resteranno alla mercé dei Talebani. "La situazione è terribile per la popolazione – ha spiegato alla rivista Tempi Farhad Bitani, figlio di un alto esponente dei mujaheddin, autore del libro autobiografico L’ultimo lenzuolo bianco – almeno nel 1996 gli afghani potevano scappare, ora invece è tutto bloccato, tutto è successo in pochi giorni, nessuno può scappare, i confini sono chiusi”.

Non se ne rendono conto. Sembrano convinti che i Talebani possano acconsentire a un ponte aereo, all’apertura di “corridoi umanitari” per permettere a centinaia di migliaia di persone, anzi a milioni, di lasciare l’Afghanistan.

“Insieme per l’Afghanistan”, ad esempio, un appello on line, raccoglie firme per chiedere al presidente del Consiglio Mario Draghi “l'evacuazione immediata dall'Afghanistan senza esclusioni, accogliendo subito tutti quelli che scappano dai Talebani: le donne single o sole con figli, le ragazze e persone LGBT+, le persone anziane senza rete di protezione, le attiviste e attivisti per i diritti umani, le giornaliste e i giornalisti, gli insegnanti, gli studenti, le operatrici e gli operatori sanitari e sociali e chi ha lavorato in programmi umanitari e di sviluppo con le organizzazioni internazionali”. Dicono i promotori dell’iniziativa: “è ora il momento di salvare le vite, con un'operazione di soccorso umanitario diretta, rapida e su larga scala per le persone a rischio in Afghanistan. È il tempo della solidarietà”. La parola d’ordine è: “Ponti aerei senza esclusioni”.

La Conferenza nazionale donne democratiche vuole che “l’Italia e l’Europa si impegnino subito per una politica di corridoi umanitari nei confronti dei rifugiati provenienti dall’Afghanistan. L’Europa e l’occidente dopo aver ritirato i contingenti NATO hanno il dovere di accogliere immediatamente chi scappa dai talebani”.

Il presidente nazionale degli Stati generali delle donne, Isa Maggi, chiede invece che intervengano le Nazioni Unite con una missione militare in Afghanistan per proteggere le donne dai talebani: “i caschi blu potrebbero diventare i caschi rosa – dice – serve un'azione fisica di protezione per le donne afgane che sono a rischio. La prima cosa che mi aspetto è che si faccia un'azione, un intervento in presenza per difendere le giovani contro i Talebani che ormai sono ovunque”.

Ma i Talebani, per accettare che milioni di persone lascino il Paese e trovino asilo all’estero – studenti, insegnanti, ragazze, anziani… – o per ammettere la presenza di caschi blu che proteggano le giovani donne afgane, dovrebbero riconoscere che chi vivrà in Afghanistan, d’ora in poi governato da loro nel rispetto rigoroso della Shari’a, la legge coranica, sarà in pericolo, trattato ingiustamente, privato dei suoi diritti di persona, sotto minaccia di perdere libertà e vita, se non seguirà scrupolosamente le prescrizioni islamiche.

Nella loro prima conferenza stampa al contrario i Talebani hanno dichiarato che nessuno deve avere paura di loro, neanche chi ha lavorato con le forze straniere deve temere vendette e ritorsioni; e le donne potranno continuare a studiare e a lavorare purché nel rispetto delle regole della Shari’a: “le nostre donne sono musulmane – ha detto il loro portavoce, Zabihullah Mujahid, rispondendo a una domanda – e saranno quindi felici di vivere secondo le regole della Shari’a”.

“Dopo 20 anni di lotte abbiamo liberato l’Afghanistan ed espulso gli stranieri – aveva esordito Mujahid dopo la recita di alcuni versetti del Corano – questo è un momento di orgoglio per l’intera nazione”. Gli “stranieri espulsi” tuttavia non credono alle sue parole rassicuranti e continuano a portare via i loro collaboratori. Il 18 agosto, nell’ambito dell’operazione Aquila omnia dotata di sette aerei, è atterrato a Fiumicino un primo aereo con a bordo 85 afghani, seguito da altri due con 150 persone: tutti ex collaboratori afgani con le loro famiglie. Altrettanto stanno facendo gli altri Paesi. Gli Stati Uniti, ad esempio, stanno portando 2.000 afghani in Uganda. Soggiorneranno in uno dei campi profughi del Paese e tutte le spese saranno sostenute da Washington. 

Quanto agli afgani che sono riusciti e riusciranno a lasciare il Paese con mezzi propri, se chiederanno asilo lo otterranno secondo quanto prevedono la Convenzione di Ginevra e il diritto internazionale. Nel loro interesse, sarebbe auspicabile che dessero la loro disponibilità a concedere lo status di rifugiato Paesi affini per religione e cultura, come è successo nel caso dei rifugiati siriani e iracheni.