Respinto l'appello del Papa, la Fraternità sceglie lo scisma
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La risposta di don Pagliarani a Leone XIV conferma il muro di gomma verso qualunque proposta della Santa Sede. Nessun passo indietro, al contrario il Pontefice viene invitato a prendersi tempo per riflettere, con un solo esito possibile: Roma dovrebbe approvare quello che viene deciso a Menzingen.
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A leggere la risposta del Superiore generale della FSSPX alla lettera inviatagli qualche ora prima da papa Leone, appare piuttosto evidente il muro di gomma che Menzingen ha innalzato nei confronti della Santa Sede; qualunque proposta o indicazione venga da “Roma” non viene minimamente presa in seria considerazione, ma viene semplicemente rimbalzata al mittente, non senza aver prima gesuiticamente rovesciato la frittata.
Rinviare subitaneamente la palla nel campo nemico è la linea dell’attuale Superiore generale, strategia per evitare di doversi soffermare anche solo qualche minuto a considerare la problematicità della propria posizione. E così al Papa che chiede alla Fraternità di fermarsi, di prendere tempo trattenendosi dal compiere quello che, da quando esiste la Chiesa cattolica, costituisce un atto scismatico, don Pagliarani replica che è lui, il Papa, a doversi prendere il tempo prima di emettere una notifica di scomunica: «Le chiedo solo di considerare l’autenticità di questa intenzione, prima di prendere una decisione sulla Fraternità San Pio X. Non è troppo tardi». Al Papa che implora di non lacerare la tunica di Cristo, il Superiore della FSSPX risponde di «fare il possibile per ricucire la tunica di Cristo, lacerata da forze e pressioni incompatibili con uno spirito autenticamente cattolico».
Morale della favola, se nei prossimi giorni uscirà il decreto di scomunica non sarà conseguenza delle consacrazioni episcopali contro la volontà della Sede Apostolica, ma sarà il segno che il Papa è stato precipitoso: «Mi permetto di chiederLe filialmente di prendere il tempo necessario per questo discernimento», incalza don Pagliarani. Ed anche poco sollecito dell’unità e poco paterno, dal momento che «un gesto di comprensione da parte Sua, invece di nuocere all’unità, non potrà che manifestare davanti al mondo e tutti i cristiani la Sua preoccupazione per l’unità e la Sua bontà di padre». La Fraternità strappa, il Papa dev’essere comprensivo.
La Santa Sede ha più volte ribadito, e non solo in riferimento alla FSSPX, che ordinare vescovi, nonostante il diniego del Romano Pontefice, costituisce un atto scismatico perché si fonda sul rifiuto pratico del primato romano. Un atto dunque gravissimo, che non è giustificabile per nessuna ragione al mondo, né è sanabile dal fatto che si continui a dire di non voler compiere uno scisma; un atto che trascina quanti aderiscono allo scisma al di fuori della Chiesa, ponendosi nel serio pericolo di perdere la propria anima. Il desiderio di voler «servire la Chiesa», che don Pagliarani, con evidente volontà di mettere i puntini sulle “i”, afferma avrebbe voluto esprimere di persona al Papa, ma «purtroppo, non c’è stata l’occasione», se fosse non solo sincero (elemento soggettivo), ma anche retto (elemento oggettivo), avrebbe considerato che non è possibile servire la Chiesa contro colui che è il capo della Chiesa, nella misura in cui agisce all’interno delle prerogative affidategli da Gesù Cristo. E quella di approvare o rifiutare una consacrazione episcopale è pienamente parte di queste prerogative.
Invece di pensare alla gravità dell’usurpazione del potere papale, don Pagliarani intavola un’argomentazione piuttosto imbarazzante: «la Fraternità è già stata dichiarata scismatica nel 1988, per ragioni e in circostanze assolutamente analoghe a quelle attuali; eppure, dopo tanti anni, ci stiamo parlando come un padre a suo figlio, Sua Santità mi sta esortando paternamente ad evitare uno scisma che – teoricamente – c’è già stato. Non pensa che forse questo Suo stesso atteggiamento, di cui apprezzo la sollecitudine, sia la prova che la Fraternità non sia scismatica né ostile alla Chiesa?».
Ancora una volta, i gesti della Sede Apostolica vengono ritorti contro la stessa. Ma non è difficile capire il senso delle espressioni di Leone XIV, posta un poco di buona volontà. La decisione da parte dell’allora Superiore generale della FSSPX, mons. Bernard Fellay, e dei suoi assistenti, di intraprendere dei colloqui con la Santa Sede, al fine di giungere ad una regolarizzazione canonica, aveva portato Benedetto XVI a valutare questo atteggiamento come un segnale del venire meno della volontà di assoluta indipendenza dalla Chiesa cattolica e dunque della situazione di scisma. Come gesto di distensione e disponibilità, Benedetto XVI aveva voluto accondiscendere alle richieste di Fellay: tolse le scomuniche e restituì la libertà di celebrare la Messa e i sacramenti con i libri liturgici anteriori alla riforma successiva al Vaticano II.
Ma è chiaro che la recente decisione della FSSPX di procedere comunque alle ordinazioni episcopali, anche di fronte alla volontà contraria del Papa, sancisce e cementa un cambiamento della situazione che, a dire il vero, era già decollato con l’elezione di don Pagliarani nel 2018. Il quale sembra non vedere la trave dello scisma che è nel proprio occhio, mentre vuole togliere la pagliuzza dalla lettera del Papa, accusandolo sottilmente di contraddizione.
Ancor meno onesto appare il richiamo ai soli mons. Vitus Hounder e Athanasius Schneider, “meritevoli” di aver «constatato lo spirito profondamente cattolico della Fraternità» e di averlo «testimoniato pubblicamente». Degli errori di prospettiva piuttosto gravi di mons. Schneider, si è già avuto modo di parlare (qui, qui e qui). Ma che dire della selettività di don Pagliarani, che omette le contrarietà, pure espresse pubblicamente, dai cardinali Gerhard Müller e Raymond Burke?
Se questo è l’atteggiamento della FSSPX, di non voler mai prendere in seria considerazione le correzioni e i moniti della Santa Sede, ma semplicemente ribadendo che è “Roma” a dover approvare quello che la Fraternità decide a prescindere, allora appare piuttosto evidente che viene meno ogni possibilità di costruire una soluzione comune.
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