«Ramadan in parrocchia? Non è carità. Ho detto no perché ipocrita»
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Anche Avvenire sposa l'iniziativa di Staranzano, in provincia di Gorizia, dove il parroco ha dato agli islamici i locali parrocchiali per la preghera del venerdì. Ma l'ex parroco spiega alla Bussola perché ha detto di no: «Questa non è carità, ma ipocrisia: quei locali servono per annunciare Cristo, la carità la facciamo nel modo giusto. Così i musulmani sono autorizzati a considerare quel luogo come loro».
Ramadan in parrocchia, anche Avvenire scende in campo. E lo fa con un articolo di un sacerdote della diocesi di Gorizia, che pretende di parlare a nome di tutti i sacerdoti, per giustificare l’utilizzo degli spazi della parrocchia da parte della locale comunità musulmana. Come? Con un malinteso senso di carità che mal si sposa con le parole di Gesù. Siamo a Staranzano, comune in provincia di Gorizia attiguo a Monfalcone. Ed è proprio a Monfalcone che inizia questa vicenda con la richiesta della nutrita comunità islamica di un luogo di culto per celebrare il Ramadan. Nella cittadina che ospita la Fincantieri, infatti, gli islamici non hanno un luogo di culto perché il Comune gliel’ha chiuso per irregolarità.
Così gli islamici hanno iniziato a bussare altrove e si sono rivolti nella vicina e più piccola Staranzano dove a raccogliere l’appello non è stato il sindaco, ma la locale parrocchia che ha messo a disposizione uno stabile chiamato “le stalle rosse” dove poter svolgere la preghiera del venerdì.
Il vescovo, amministratore pro tempore Carlo Roberto Maria Redaelli, in procinto di lasciare la Diocesi perché Papa Leone XIV lo ha nominato segretario del Dicastero del clero, ha benedetto l’iniziativa. Così da fine febbraio, da quando è iniziato il Ramadan, i locali della parrocchia ospitano la comunità islamica di Monfalcone.
Il prete in questione che ha scritto ad Avvenire, invece, si chiama don Matteo Marega e così argomenta la decisione: «Ospitare chi si trova nel bisogno di uno spazio per pregare non vuole essere un gesto di ingenuo buonismo o un cedimento al relativismo, ma è un atto pratico per testimoniare nei fatti la carità di Cristo che ci spinge a riconoscere nell’altro un fratello».
Frase che non risponde pienamente al concetto di carità così come espresso da Gesù, se non altro per il fatto che la prima carità è proprio quella dell’annuncio del Vangelo, cosa impensabile in questo contesto e in questa promiscuità religiosa che fa confondere i piani.
A confermarcelo alla Bussola è infatti un altro sacerdote, anche lui coinvolto nella faccenda. Don Francesco Fragiacomo (in foto), infatti, di Staranzano era stato parroco prima di dimettersi per una vicenda scomoda di capi scout omosessuali e uniti civilmente, di cui la Bussola si era occupata diffusamente. Ma anche lui, come parroco oggi della vicina San Canzian di Isonzo e di altre quattro parrocchie era stato interpellato il mese scorso per la possibilità dell’“ospitalità”, ma aveva detto no.
E alla Bussola ha spiegato perché.
«Distinguere per unire – ci spiega - è il famoso principio teologico e filosofico di Maritan, ma potremmo anche aggiungere distinguere per convertire, cioè condurre tutto alla verità e all’amore autentico. Distinguere infatti aiuta all’ordine, alla verità, alla chiarezza».
Ecco perché sull’uso delle strutture parrocchiali per la preghiera ad altri gruppi religiosi «l’argomento principale a favore da parte di Presbiteri ed anche Vescovi, è stato il principio della carità, come segno che contraddistingue il cristiano. Che la carità sia il segno del cristiano è verissimo, non serve ribadirlo e dimostrarlo».
Ma prestare luoghi di culto ad altre religioni può essere carità? «No – insiste -. I nostri centri Caritas accolgono da sempre, continuamente e senza remora e senza differenziazioni di religione, etnie e ceppo linguistico tutte le persone per i più disparati bisogni». Il don ci spiega infatti che spesso è la parrocchia a pagare le utenze, gli alimenti, e in alcuni casi gli affitti di molti bisognosi, molti dei quali musulmani, ma questa carità non va confusa con la malintesa carità di chi, confondendo i piani, finisce per fare il gioco dell’Islam.
«E devo dire che non ci sentiamo attualmente manchevoli a riguardo. Perché nella carità bisogna distinguere: concedere i nostri spazi per celebrazioni ad altre religioni è sbagliato perché le nostre chiese e le nostre strutture sono lì per un fine ben preciso: annunciare Cristo risorto come compito datoci direttamente da lui».
Così dal punto di vista pastorale e teologico, dare le strutture della Chiesa ad altri gruppi religiosi per le loro celebrazioni «non aiuta la causa della nostra tolleranza e carità perché bisogna entrare nella mentalità dell’interlocutore che abbiamo davanti. Per i musulmani il pregare in un luogo lo rende per loro sacro e in qualche modo loro proprietà».
C’è poi una caratteristica della carità spesso disconosciuta che è quella del rispetto: «Sarebbe rispettoso per uno sposo – si chiede - invitare al pranzo di nozze una sua ex fidanzata? Non sarebbe rispettoso né per la sposa né per la ex fidanzata». Allo stesso modo «nemmeno noi avremmo mai coraggio di chiedere, se in necessità, di celebrare la messa in un ambiente musulmano perché sappiamo sarebbe di grande imbarazzo per loro ed anche per noi».
Si comprende così che «questo è un rispetto che dobbiamo forse anche ai molti cristiani perseguitati proprio nei paesi islamici. Non è questione di ripicca, ma di dimostrazione di vicinanza e solidarietà di fronte alle sofferenze di tanti martiri di cui troppo spesso ci dimentichiamo».
Infine, giusto per puntualizzare, don Fragiacomo ricorda al confratello e anche ad Avvenire che «sulla scorta del pensiero di San Paolo, fratelli lo siamo propriamente solo in Cristo perché solo Lui ci ha liberati dal peccato delle origini e quindi dalla rottura della fraternità a partire dal peccato di Caino contro suo fratello Abele. Se vogliamo allora annunciare la fraternità, dovremmo anzitutto annunciare Cristo, se altrimenti pensiamo si costruisca solo dando le nostre strutture, siamo degli ipocriti».
Insomma, a ben vedere, quello di Monfalcone e Staranzano è l’ennesimo autogol di una Chiesa che sembra aver perso di vista la sua missione. Curioso che neppure il quotidiano dei vescovi se ne renda conto.


