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Roma

Pma, la fiera che svilisce la dignità dell’embrione

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Questa domenica nella capitale la fiera Baby Fertilità, che mira a promuovere le tecniche di fecondazione artificiale e ottenere più fondi pubblici per la loro diffusione. Tecniche che tuttavia sono poco efficaci e contrarie alla morale naturale. Il figlio: dono e non “diritto”.

Vita e bioetica 18_04_2026

Più Pma per tutti, più soldi pubblici per la Pma: almeno, questo è l’obiettivo di fondo. Si può riassumere così il senso della fiera Baby Fertilità, giunta all’ottava edizione e in programma a Roma questa domenica, 19 aprile. «Quando un bambino non arriva la Scienza ti dà una mano», è lo slogan che campeggia sul sito web e sulla locandina dell’evento, con il termine “Scienza” significativamente in maiuscolo. Visitando il sito si nota che c’è una sezione dedicata alle indagini sulle cause dell’infertilità, mentre per il resto la fanno da padrone le varie tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma), come la neolingua chiama la fecondazione artificiale: dalla stimolazione ovarica alla fecondazione in vitro con trasferimento di embrioni (Fivet), fino alla crioconservazione di gameti ed embrioni in un’ottica di «pianificazione» estrema del figlio. Tutto legale oggi in Italia, ma non per questo moralmente lecito.

La fiera coinvolge una serie di cliniche e istituti, italiani e stranieri, specializzati nella fecondazione artificiale. C’è l’Istituto Interdisciplinare di Medicina della Riproduzione di Bologna, il Centro Procreazione Assistita Demetra di Firenze, il Reparto di Pma dell’Ospedale San Filippo Neri, il Centro Pma Chianciano Salute, la Clinica Girexx di Girona (Spagna) e varie altre realtà. L’evento, aperto al pubblico, prevede la presenza di endocrinologi, ginecologi, andrologi, nutrizionisti, genetisti e psicologi. Il fine chiaramente è quello di far incontrare domanda e offerta. E non è tutto, perché Baby Fertilità aderisce alla campagna internazionale More Joy, promossa dalla International Federation of Fertility Societies, un’organizzazione che riunisce specialisti in “medicina della riproduzione” e che cerca di convincere i governi a concedere più fondi a sostegno della natalità e in particolare – superfluo dirlo – a quella legata alla Pma.

Eppure c’è chi sottolinea l’assurdità di chiedere altro denaro pubblico per sostenere delle tecniche che non “solo” sono contrarie alla legge morale naturale, ma nella grande maggioranza dei casi sono anche inefficaci. Lo ha ricordato all’inizio di questa settimana il dottor Alberto Virgolino, presidente dell’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc), invitando a valutare attentamente i dati ufficiali contenuti nelle relazioni del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 40/2004, compreso l’ultimo documento del genere, con le statistiche del 2023.

Se guardiamo al complesso di tutte le tecniche (inseminazione intrauterina, tecniche a fresco, scongelamento di embrioni e ovociti, donazione di gameti maschili e femminili), troviamo che nel 2023 sono state trattate 89.870 coppie: 112.804 i cicli iniziati, ciascuno dei quali comporta stress fisico e psicologico, in grado generalmente tanto più alto quanto più è invasiva la tecnica. Molto basse le percentuali di gravidanze ottenute in rapporto ai cicli (21,2%) e ancora più basse le percentuali di parti (14,5%). In alcuni casi si è trattato di parti gemellari, il che abbassa ulteriormente la percentuale di coppie che hanno avuto il fatidico “figlio in braccio”. In termini assoluti, i nati vivi sono stati 17.235, pari ad appena il 4,5% dei nati dalla popolazione generale nello stesso anno.

Tra i vari problemi legati alla pratica della fecondazione artificiale, il dottor Virgolino segnala lo «spreco di ovociti che vengono prelevati in sovrannumero dalle ovaie delle donne mediante iperstimolazione ormonale, con possibili conseguenze negative per la salute delle stesse donne (nel 2023 sono stati sospesi il 12,7% dei cicli iniziati per il rischio della sindrome da iperstimolazione ovarica, OHSS)». E prima ancora c’è il prezzo altissimo del sacrificio, ogni anno, di migliaia e migliaia di embrioni, da quelli scartati non appena prodotti perché ritenuti “non trasferibili” nell’utero materno a quelli che vengono congelati, proprio come se fossero dei semplici oggetti. Si viene così gravemente meno al rispetto dovuto all’embrione umano, il quale gode di una sua incommensurabile dignità, più volte affermata dal magistero della Chiesa. Nell’esprimere il criterio etico fondamentale riguardo a ogni intervento sugli embrioni, l’istruzione Donum Vitae (1987) chiarisce: «Il frutto della generazione umana dal primo momento della sua esistenza, e cioè a partire dal costituirsi dello zigote, esige il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità corporale e spirituale. L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita». Un passaggio, questo, poi ripreso a fondamento anche da un’altra istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede, la Dignitas Personae (2008).

Ancora più a monte, la fecondazione artificiale è un vulnus per la coppia che vi ricorre, perché separa il significato unitivo dell’atto sessuale (peraltro lecito solo all’interno del matrimonio) da quello procreativo. Fa perdere di vista che il figlio è un dono di Dio, frutto dell’unione degli sposi; mentre fa entrare nella logica di guardare al figlio stesso come a un “diritto”, da soddisfare tramite il ricorso alla tecnoscienza. È legittimo il desiderio di avere un figlio, ma non tutti i mezzi sono buoni.

In breve, anziché spingere per maggiori risorse per la Pma, le cui tecniche sono in discreta parte già incluse addirittura nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), servirebbe un rinnovamento culturale che ricordasse il significato della sessualità e, con esso, quello della maternità e paternità. Che possono essere autentiche e ricche di frutti per l’intera società solo se appunto si ritorna ad accogliere il figlio – ogni figlio – come dono, assecondando il progetto di Dio su di lui.



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