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IL REPORT

Più che la fede, è il lavoro: un business chiamato jihad

Un report dell'Undp conferma che l'arruolamento jihadista in Africa è spinto soprattutto dalla "promessa" di lavoro e di guadagno, mentre le motivazioni religiose di fede nell'Islam sono relegate ai margini (17%). Un motivo in più per puntare il dito contro la debolezza dei governi africani nel contrasto e nella prevenzione. 

Esteri 09_02_2023

Alcuni studiosi e osservatori internazionali, tra cui chi scrive, ritengono che gli interventi dall’esterno non sono in grado di sconfiggere i gruppi jihadisti attivi in Africa. Non costituiscono la soluzione, non possono sostituirsi ai governi africani incapaci di contrastare il jihad e soprattutto privi della volontà di farlo. La scarsa efficacia di due decenni di operazioni militari internazionali lo dimostra. Le milizie jihadiste nel frattempo si sono rafforzate, hanno reso vasti territori ingovernabili e vi hanno alimentato la violenza etnica. Al meglio, sono state contenute, in aree circoscritte e mai in modo definitivo, la portata degli scontri e forse le violenze sui civili, ed è stato almeno in parte possibile soccorrere con aiuti umanitari le popolazioni colpite. Questa constatazione vale per il jihad e per tutte le attuali crisi africane.

In un suo saggio pubblicato nel marzo del 2021, Marc-Antoine Pérouse de Montclos, ricercatore presso l’Istituto di ricerca per lo sviluppo di Parigi, spiegava come mai: “Più che l’ideologia del jihad, della guerra santa islamica globale, la forza trainante dei gruppi armati emersi e moltiplicatisi nel Sahel è data da una combinazione di stati deboli, di corruzione e di repressione brutale del dissenso che ha contribuito in maniera determinante alla diffusione del jihadismo, assai più della predicazione salifita e del sostegno finanziario e militare di certi paesi arabi. È tempo di ridefinire il ruolo della comunità internazionale e di riconoscerne i limiti in questo contesto. Oggi il successo dipende prima di tutto dalla volontà, ancor più che dalla capacità, dei leader politici africani di ridefinire e rinnovare il loro rapporto con la popolazione”.

In altre parole, sono i governi dei Paesi africani minacciati dal jihad – ormai circa almeno un terzo su 54 – i principali responsabili della diffusione dei gruppi jihadisti, affiliati ad al Qaeda o all’Isis. Lo sono perché, oltre a non combatterli efficacemente, hanno creato tra la popolazione sfiducia nelle istituzioni e insicurezza e perché in particolare hanno deluso le generazioni più giovani non impegnandosi a creare sviluppo e quindi posti di lavoro e solide prospettive per il futuro. Secondo la Banca africana di sviluppo, ogni anno in Africa da 10 a 12 milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro, ma vengono creati soltanto tre milioni di posti di lavoro nel settore formale. La disoccupazione giovanile sfiora il 20% in Mali e raggiunge quasi il 35% in Somalia. In Nigeria i giovani disoccupati sono 73 milioni su una popolazione totale di circa 210 milioni.

È questo il bacino a cui attingono in Africa i leader del jihad, è tra la marea di giovani sfiduciati, oggettivamente privi di prospettive che è facile reclutare sempre nuovi combattenti: spinti – sostengono da tempo ricercatori e osservatori della realtà africana –  non tanto o, più spesso, per niente da motivazioni religiose, dalla convinta e condivisa missione di combattere per l’Islam, ma piuttosto dalla promessa di un salario, integrato con il bottino frutto di incursioni e razzie, dal senso di potere e dall’ebbrezza che danno il possesso di armi, la possibilità di incutere timore e di imporre la propria volontà a persone indifese e inermi. 

Adesso un rapporto appena pubblicato dall’Undp, il Programma Onu per lo sviluppo, lo conferma con dati e cifre ricavati intervistando 2.200 giovani in otto stati tra i più infestati da gruppi jihadisti: più della metà ex combattenti, catturati e reclusi in carcere o in centri di recupero, gli altri scelti come gruppo di controllo nelle stesse comunità degli ex jihadisti. Solo il 17% degli intervistati hanno detto di essersi arruolati o di poter prendere in considerazione di farlo per convinzione religiosa: il 57% in meno rispetto ai risultati di una analoga indagine condotta nel 2017.

Il 25% degli intervistati ha indicato come motivo principale per aderire al jihad la mancanza di opportunità di lavoro. Il 40% degli ex combattenti hanno detto che quando si sono arruolati avevano urgente bisogno di procurarsi dei mezzi di sussistenza. Quasi metà di loro inoltre hanno accennato a un fattore decisivo che li ha indotti a unirsi al jihad. Il 71% di questi ha indicato come punto di non ritorno il fatto di aver assistito a gravi violazioni dei diritti umani: nella maggior parte dei casi, l’uccisione o l’arresto con metodi brutali di parenti – il padre, un fratello – da parte di agenti sicurezza governativi. Importante nel determinare la decisione di arruolarsi è stata inoltre la pressione da parte di amici e parenti: una motivazione rilevante soprattutto tra le donne, gran parte delle quali sono entrate in un gruppo jihadista per seguire i mariti già arruolati.

Il rapporto, intitolato Journey to Extremism in Africa: Pathways to Recruitment and Disengagement, è parte di una serie di tre opere dedicate alla prevenzione del jihad. Evidenzia la necessità urgente di passare da risposte orientate solo alla sicurezza a un approccio orientato fortemente allo sviluppo e finalizzato a prevenire l’insorgere del jihad. Sollecita in particolare maggiori investimenti governativi in programmi per migliorare la qualità della vita, in servizi di base, tra cui assistenza all’infanzia e istruzione, e in progetti di riabilitazione e reinserimento degli ex combattenti nelle loro comunità di origine.

Tra i jihadisti il livello di sfiducia nei confronti del governo è alto e il livello di istruzione è basso. È stato calcolato che ogni anno di scuola in più riduce del 13% la probabilità che una persona si arruoli volontariamente.