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Pisapia discrimina le famiglie. E piace ai moderati?

Il sindaco di Milano ha portato avanti negli anni un programma da ingegneria sociale, per discriminare la famiglia naturale e promuovere i diritti Lgbt, in modo da farne la "nuova normalità". Eppure Renzi lo vorrebbe ricandidare per un secondo mandato, perché potrebbe conquistare il voto dei "moderati".

Giuliano Pisapia

Riportano le cronache che giusto qualche giorno fa Matteo Renzi avrebbe cercato di convincere Giuliano Pisapia a candidarsi per un secondo mandato. Un tentativo portato avanti sull’onda dell’insoddisfazione degli attuali candidati alle primarie: il paffuto Emanuele Fiano è persona seria e preparata ma non buca certo lo schermo; il giovane Pierfrancesco Majorino è più mediatico ma, da civatiano fuori tempo massimo, non è proprio allineato sulle posizioni ufficiali (leggi renziane) del Partito Democratico; per non parlare di Umberto Ambrosoli che, non ancora candidato ufficialmente, è già stato rovinosamente sconfitto da Roberto Maroni alle scorse regionali.

Insomma per il segretario del Pd una nuova candidatura di Pisapia potrebbe essere la manna dal cielo. Se praticamente nessun milanese, pasdaran arancioni inclusi, pensa che Giuliano abbia fatto qualcosa di rivoluzionario (lui che prometteva una “rivoluzione arancione”) per la città, buona parte della borghesia radical chic e non solo – inspiegabilmente – lo apprezza ancora. Lo percepiscono ancora come un moderato, al contrario di Matteo Salvini e della sua Lega, che va fortissimo dappertutto ma non a Milano. In molti lo preferirebbero forse perfino a Paolo Del Debbio, icona del moderatismo che però – da qualche tempo – nei suoi programmi “Quinta Colonna” e “Dalla vostra parte” non fa che dare martellate sul problema dell’immigrazione. 

Quel che i moderati si ostinano a non capire è che Pisapia è ben diverso da loro. In particolare non è un sindaco che, obiettivamente, si sia mai dimostrato molto attento ai bisogni delle famiglie. Fin dal giorno dell’elezione, infatti, le sue priorità sono state ben altre. Nel luglio del 2012 ha approvato il registro delle unioni civili con l’obiettivo – ipse dixit – di “ridurre lo spread sull’Europa dei diritti”. Un registro per far sì che “d’ora in poi (le coppie gay ndr) nelle delibere comunali saranno parificate a chi è sposato”, ha precisato entusiasta il presidente dell’Arcigay Milano Marco Mori. Lo stesso che precisa il sito del Comune di Milano: “Gli atti dell’Amministrazione devono prevedere per le unioni civili condizioni non discriminatorie di accesso agli interventi". Insomma non un vero e proprio matrimonio gay, come ha precisato Pisapia sull’onda delle polemiche (anche di alcuni consiglieri cattolici del Pd), ma qualcosa di simile all’atto pratico. E pensare che la delibera originale parlava addirittura di “famiglia anagrafica” e “insieme di persone legate da vincoli affettivi”, sostituiti dalle diciture “unione civile” e “due persone legate da vincoli affettivi” (per escludere espressamente la poligamia) solo dopo una dura battaglia dei della Lega Nord e dell’allora Popolo della Libertà.

Che le unioni civili fossero uno strumento di propaganda ideologica e non una priorità dei milanesi lo dimostra il numero di iscritti, a due anni e mezzo dall’attivazione del “servizio”: 930 coppie su oltre 1,3 milioni di abitantiDi queste meno di un terzo è omosessuale a dimostrazione che, forse, le coppie gay non sono così tante come si crede e – soprattutto – la maggior parte di esse non vuole vincoli giuridici. Nonostante ciò, in ossequio al verbo del politically correct, si è arrivati addirittura a togliere i termini “padre” e “madre” dai moduli per l’iscrizione a scuola sostituendoli con “genitore 1” e “genitore 2”, per evitare di far dispetto a quelle coppie omosessuali che – con l’eterologa o una temeraria adozione all’estero – avessero ottenuto un figlio. Una scelta obiettivamente ridicola contro la quale è da ricordare la protesta di Barbara Bianchi, che ha cancellato “genitore 1” dal modulo sostituendolo con “mamma”.

Noto è anche il sostegno della giunta Pisapia al Gay Pride, una manifestazione che – in alcuni frangenti – raggiunge oggettivamente il limite dell’osceno. Al “Milano Pride” del 27 giugno scorso si son presentati i vertici della giunta al gran completo: oltre al sindaco la vice Ada De Cesaris, l’assessore ai Lavori pubblici Carmela Rozza e l’immancabile Majorino. “Siete in ritardo - ha detto Pisapia dal palco rivolgendosi al Parlamento - Passate dalle parole ai fatti. Da qui arriva un urlo forte al Parlamento. Per ora sarà un urlo di forza e comprensione, ma se entro quest’anno non servirà (a colmare le lacune legislative sulle coppie gay ndr) diventerà un urlo di ribellione e rabbia”.

La “normalità dev’essere questa” ha aggiunto Pisapia. Anormale è semmai parlare di famiglia tradizionale. Così quando Luca Lepore, vicepresidente leghista del consiglio comunale, ha pensato di organizzare un convegno dal titolo “La famiglia, fondamento della società” nella sala Alessi di Palazzo Marino, Pisapia ha pensato di stopparlo. Questo nonostante il consiglio di presidenza avesse dato, per ben due volte, il via libera all’unanimità. La prima il sindaco ha chiesto agli organizzatori di rivedere il programma, scegliendo ospiti non “sgraditi” (insieme a Lepore dovevano esserci il presidente dei Giuristi per la vita Gianfranco Amato e il neurochirurgo Massimo Gandolfini), la seconda commentando pubblicamente: «Sicuramente Palazzo Marino, che è la casa dei milanesi, non può accettare che ci siano dei relatori che vogliono inneggiare all’omofobia. Credo sia il minimo del civismo e della civiltà». Da chiaroveggente Pisapia ha stabilito che il convegno avrebbe avuto contenuti omofobi prima ancora che si svolgesse, solo partendo dal titolo. Sostenere che la famiglia sia fondamento della società è forse omofobo? Per certi sindaci sedicenti moderati pare proprio di sì.

Ps: il regalo di Pisapia alle famiglie sono state più tasse. Basti pensare che, come ha scritto in una nota l’ex vicesindaco Riccerdo De Corato, rispetto all'ultimo anno di gestione di Letizia Moratti, il gettito fiscale è aumentato di quasi 800 milioni di euro, superando 1,3 miliardi. Fra gli altri sono aumentati i servizi di pre e post scuola, le tariffe dei mezzi pubblici e la tassa rifiuti, che ha subito un incremento del 25% rispetto al 2010. Un conto salato.

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