Per l'Occidente e per la democrazia: l'equivoco della "guerra giusta"
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Speculare al pacifismo radicale è la tendenza di alcuni cattolici a giustificare le guerre dei governanti "amici". L'errore è scambiare per Dottrina sociale della Chiesa visioni geopolitiche mondane, che possono avere delle ragioni ma non hanno lo scopo di ristabilire l'ordine voluto da Dio. E si equivoca anche sui concetti di Occidente e democrazia.
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Nel precedente articolo abbiamo criticato il pacifismo radicale che è diventato pensiero comune in tanti settori della Chiesa, fino a negare ciò che lo stesso Catechismo definisce “guerra giusta”, da intendersi come legittima difesa. Ma tra i cattolici esiste anche il radicalismo opposto, di chi stiracchia le quattro condizioni per una legittima difesa poste dal Catechismo fino a giustificare qualsiasi guerra, ammantandola di intenzioni positive.
Il principale errore è quello di scambiare per Vangelo o Dottrina sociale della Chiesa quelle che invece sono ideologie o visioni geopolitiche mondane. Legittime, rispettabili, che possono coincidere per alcuni aspetti con una visione cattolica, ma che sostanzialmente muovono da preoccupazioni che sono diverse dal ristabilire l’ordine naturale voluto da Dio.
Esempio classico è la giustificazione in nome della difesa dell’Occidente presunto cristiano. Ci vorrebbe una trattazione a parte per chiarire cosa sia l’Occidente – cosa che la Bussola ha già fatto qui e qui -, ma basti avere chiaro che oggi la classe politica e culturale dominante in Europa e Stati Uniti si oppone a ciò che veramente deve intendersi per Occidente, ovvero «una civiltà nella quale il cristianesimo ha sintetizzato, purificandole, la filosofia greca e il diritto romano», come abbiamo già scritto. Da qui non solo la promozione di interessi e valori anti-cristiani in generale e anti-cattolici in particolare, ma anche la pretesa di espellere la Chiesa dall’arena pubblica, anche favorendo paradossalmente culture e religioni che vogliono la distruzione dell’Occidente in quanto tale. La Bussola è piena di notizie che documentano questa deriva.
Ciò non vuol dire che si debba tifare – come purtroppo molti cattolici fanno – per regimi violenti e criminali che di volta in volta entrano in conflitto con Europa e Stati Uniti, ma si deve realisticamente riconoscere che ciò che muove la politica internazionale dei nostri Paesi ha ben poco a che fare con la Dottrina sociale della Chiesa. Per fare un esempio concreto: abbiamo criticato duramente l’intervento militare di Usa e Israele contro l’Iran, ma ciò non significa che si debba esultare per il rafforzamento del regime sanguinario degli ayatollah che questa guerra ha generato.
Altra motivazione equivoca per giustificare l’intervento militare è quella di una presunta guerra globale tra democrazie e dittature con cui leggere i principali conflitti in corso, dall’Ucraina al Medio Oriente, fino alle tensioni nell’area Asia-Pacifico.
Anche qui bisognerebbe prima intendersi sul concetto di democrazia che, anche tra i cattolici, viene spesso idealizzata senza neanche metterne in discussione i fondamenti su cui dovrebbe poggiare. Eppure san Giovanni Paolo II, nell’enciclica Centesimus Annus (1991) aveva già messo in guardia dalla deriva verso cui si sono avviate le nostre società, rinunciando alla verità: «Se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia» (no.46).
Ma anche dando per buona una distinzione politica tra democrazie e dittature (o regimi autoritari), che pure c'è, è evidente che l’idea di una guerra globale “democrazie contro dittature” non regge alla prova dei fatti: per stare all’attualità gli alleati degli Usa nella guerra all’Iran sono regimi dittatoriali del Medio Oriente; inoltre membro della Nato è la Turchia, un regime autoritario che non ha nulla da invidiare alla tanto demonizzata Russia di Putin. Senza dimenticare il sostegno o quantomeno la tolleranza verso regimi dispotici che però sono funzionali agli interessi occidentali.
Molto spesso per giustificare l’intervento armato si usa l’argomento della liberazione dei popoli da regimi violenti, quasi rientrando nella categoria dell’ingerenza umanitaria di cui abbiamo parlato nel precedente articolo. In realtà si deve riconoscere che l’oppressione subita dai popoli è usata cinicamente per perseguire interessi che con la libertà hanno poco a che vedere. Il caso del Venezuela “liberato” da Maduro è esemplare: è bastato che il regime accettasse di essere “addomesticato” per garantirgli di continuare come prima. E anche le rivolte popolari in Iran sono state esaltate e incentivate perché viste come un mezzo per eliminare un regime sgradito agli interessi israelo-americani, e non il contrario.
Piuttosto vale sempre l’ammonimento di Gesù ai suoi discepoli: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non sia così» (Mc 10,42-43). Vale a dire che nelle relazioni internazionali non solo prevalgono spesso interessi nazionali o logiche di potere, ma bisogna tenere conto dei reali interessi in gioco se si vuole contribuire, nel giudizio e nell’azione politica, a ristabilire l’ordine voluto da Dio.
Non bisogna mai dimenticare che le guerre non nascono all’improvviso, ma sono l’esito di processi lunghi che a un certo punto giungono al conflitto armato. Ad esempio è chiaro che la guerra in Ucraina non è iniziata improvvisamente con l’invasione da parte della Russia il 24 febbraio 2022, e neanche con la rivolta del Maidan nel 2014. E comunque ci sarebbe stato tutto il tempo – anche per i governi occidentali - per cercare di conciliare i diversi interessi.
Per questo piuttosto che discettare di “guerra giusta” sarebbe più importante discutere di come evitare che dei contenziosi fra nazioni o all’interno delle nazioni arrivino alla tragedia della guerra.
E si ritorna dunque ai criteri stabiliti dal Catechismo per giudicare “giusta” la legittima difesa, a cominciare dal fatto che è pre-condizione necessaria provare tutti i mezzi politici e diplomatici per evitare la guerra.
Né una minaccia remota alla propria sicurezza può giustificare un attacco preventivo come quello, ad esempio, avvenuto contro l’Iran lo scorso 28 febbraio. Allo stesso modo l'asserito allargamento della Nato e l'interferenza in Ucraina non giustificava l'invasione dell'Ucraina stessa da parte della Russia. Spiega il Compendio di Dottrina sociale: «Quanto poi a un’azione bellica preventiva, lanciata senza prove evidenti che un’aggressione stia per essere sferrata, essa non può non sollevare gravi interrogativi sotto il profilo morale e giuridico» (no. 501).
Neanche il disastro di Gaza e del Libano meridionale si possono giustificare con la minaccia alla sicurezza di Israele, perché c’è un criterio di proporzionalità da rispettare e anche di diritto umanitario (senza neanche considerare le valutazioni sul fatto che ci siano «fondate possibilità di successo»).
Certo, i criteri per una legittima difesa non sono una “ricetta” infallibile, molto è affidato alla prudenza dei governanti che debbono riconoscere la via migliore per applicarli in circostanze spesso intricate. Basta non piegarli ai propri interessi.
2. Fine
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