Pasqua a Gaza, dove «manca tutto» ma resiste la speranza
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Nella chiesa latina si è invocata la pace per il cuore, le famiglie, la società e le nazioni, in un contesto di vuoto e distruzione dove anche sopravvivere diventa un privilegio. Se oggi non sono le bombe a uccidere, la gente muore per mancanza di medicine e cibo.
- Beirut, Pasqua sotto le bombe di Elisa Gestri
Anche quest’anno la Pasqua, la festa che nella tradizione cristiana annuncia la vittoria della vita sulla morte, si è celebrata nella Striscia di Gaza in un contesto lacerato, trafitto da ferite aperte che non smettono di sanguinare. Nella chiesa latina, circondata da edifici sventrati e quartieri ridotti al silenzio dall’assedio, si prova ancora a pronunciare la parola “rinascita”. Ma qui, quel vocabolo fatica a trovare spazio, fatica ad essere creduto.
Le candele accese, le preghiere si pronunciano a voce bassa. Si invoca la pace per il cuore, le famiglie, la società e le nazioni. Ma intorno resta il vuoto: persone che hanno perso tutto, famiglie sospese in una realtà in cui anche la speranza si è esaurita. La gioia del risveglio spirituale s’infrange contro una quotidianità spietata, dove perfino sopravvivere diventa un privilegio e non più un diritto.
Le campane suonano ancora, ostinate, come se volessero sfidare il rumore della guerra. Ma i loro rintocchi si disperdono nel silenzio irreale di interi quartieri devastati. I fedeli stringono croci e rosari tra le mani, pregano anche tra le macerie, celebrano una festa che parla di eternità, mentre la morte serpeggia accanto a loro, invisibile e costante. Ci sono bambini che non sapranno mai cosa significa una Pasqua normale: niente uova, niente canti, niente abbracci. Solo assenze e paura. Eppure, anche qui, tra le crepe del dolore, il parroco della chiesa cattolica e le suore continuano a cercare un gesto, una parola, un segno capace di accendere almeno una scintilla di gioia. Soprattutto di speranza.
Ogni giorno, nella Striscia, muoiono persone ammalate. Non sotto le bombe. Non sotto i crolli degli edifici. Muoiono aspettando un lasciapassare per attraversare il valico di Rafah e raggiungere un luogo dove poter essere curati. Ma quel documento inspiegabilmente resta troppo spesso un miraggio. Dentro Gaza, gli ambulatori improvvisati sono vuoti, le medicine esaurite, i medici allo stremo. Anche una flebo diventa un lusso. Curarsi è un diritto negato. Tra quei morti ci sono soprattutto i più fragili. Bambini con malattie curabili, cardiopatie, patologie croniche che altrove richiederebbero interventi ordinari. Basterebbe attraversare il confine. Ma non è così. Ogni giorno, senza rumore, in tanti muoiono. E il soldato israeliano rimane lì, di guardia. Fermo, impassibile. Indossa una maschera, mentre cancella la propria umanità. Per lui il nemico non è più una persona, ma un oggetto.
Il grido arriva da Gerusalemme, ma racconta Gaza. Il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa lo dice chiaramente: «Nella Striscia di Gaza manca tutto». Non è retorica. Non sono parole logore. Dopo aver visto con i propri occhi, la sua denuncia è un atto d’accusa. Manca il cibo. Mancano le medicine. Mancano i beni essenziali. Ma soprattutto manca la possibilità stessa di vivere con dignità. Le famiglie sopravvivono, restano sospese in una precarietà assoluta, dove anche procurarsi un pasto o una cura è una lotta quotidiana. Non è soltanto una crisi umanitaria. È qualcosa di più profondo: uno svuotamento progressivo della vita. Gli aiuti entrano a fatica. Le scorte finiscono rapidamente. Gli ospedali operano senza strumenti, senza farmaci, senza energia.
Si uccide con un’indifferenza che sfocia nella crudeltà. È la “banalità del male”, già denunciata da Hannah Arendt, di origine ebraica, che sosteneva che gli orrori dei nazisti non furono commessi solo da "mostri", ma da individui ordinari, che obbedivano ciecamente agli ordini. E mentre fuori il conflitto continua “silenzioso”, dentro le case e nei rifugi si combatte un’altra guerra, più silenziosa, ma altrettanto crudele: quella contro la fame, contro la malattia, contro l’abbandono.
Il patriarca parla di una situazione bloccata, senza vie di fuga. Gaza appare come un luogo chiuso, sigillato, dove entra poco e da cui non si esce. Un territorio dove la sopravvivenza dipende da decisioni crudeli, da equilibri che possono crollare in ogni momento. Le sue parole non cercano effetti. Raccontano una realtà nuda. “Manca tutto” significa proprio questo: non solo ciò che serve per vivere, ma anche ciò che serve per continuare a sperare. Eppure, proprio lì, la speranza non scompare del tutto. Si riduce, si assottiglia, ma resiste.
I numeri danno il peso della tragedia: oltre 20.000 persone aspettano di uscire per cure urgenti. Dal 7 maggio 2024, da quando Israele ha preso il controllo del valico di Rafah, 1.400 pazienti sono morti aspettando un visto. Solo 3.000 sono riusciti a partire. Gli altri sono rimasti intrappolati, in una terra dove le malattie diventano sentenze: diabetici senza insulina, cardiopatici senza farmaci, malati oncologici senza chemioterapia. Quasi duecento pazienti sono in pericolo imminente di vita. Possono morire da un momento all’altro. I medici non fanno che lanciare appelli. E poi ci sono i bambini. Quattromila sono malati di tumore.
Una generazione intera sospesa, appesa a un confine che resta chiuso. Il valico, dal 2 febbraio, si apre per poche ore. È un tempo brevissimo, appena ventiquattro ore, ma sufficiente a richiamare centinaia di persone. Corpi distesi a terra, cartelle cliniche strette al petto, occhi fissi su una possibilità che potrebbe significare vita. L’accesso però resta limitato: solo una ventina di pazienti al giorno riesce a ottenere il permesso.
Nel corso dell’intero mese di febbraio, sono state 490 le persone alle quali è stato concesso il permesso. Un numero, che di fronte all’emergenza, appare drammaticamente insufficiente. Era necessario consentire centinaia di uscite ogni giorno per cambiare davvero il destino di molti. Ma con l’inizio di marzo, tutto si ferma di nuovo. Il valico si richiude. La guerra con l’Iran diventa la giustificazione ufficiale, il motivo che sigilla ancora una volta il confine. E così, mentre fuori si moltiplicano le tensioni, dentro la Striscia migliaia di malati devono aspettare, intrappolati in un’attesa che non ha tempi certi, e che, troppo spesso, coincide con una condanna.
Nel frattempo, i controlli si rafforzano, nasce un nuovo posto di blocco: “Regavim”, al confine con l’Egitto. Un nome che risuona come qualcosa destinato a restare. Da lì, pochi giorni fa, sedici bambini prematuri con le mamme vengono bloccati. Fatti ritornare indietro. Quasi la metà non ce l’ha fatta. Alcuni sono morti durante il trasferimento. In due anni di offensiva, secondo Emergency, 47.804 bambini hanno perso il padre, 5.920 la madre, 2.596 entrambi. Numeri che non riescono a contenere il peso reale della perdita.
Il gruppo musicale Sol Band, nato proprio a Gaza, mescolava pop, rock e tradizione per raccontare la vita quotidiana sotto assedio e i sogni dei giovani. Dopo il 7 ottobre 2023 e l’inizio della guerra, i membri della formazione sono stati costretti a fuggire. Il gruppo, di fatto, si è sciolto. Ma la musica no. Non del tutto. Alcuni continuano a suonare, da soli, a distanza. Continuano a scrivere, a cantare, ad esistere. Il loro messaggio resta lo stesso: usare la musica come resistenza, come gesto ostinato per diffondere speranza anche dove tutto sembra negarla.
E forse è proprio lì, tra le macerie, tra le voci spezzate e le preghiere sussurrate, che la Pasqua conserva ancora un senso. Fragile, quasi invisibile. Ma ancora, ostinatamente, viva.
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