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Nella mente dei più giovani c'è un pensiero in bianco e nero

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Sempre più ragazzi pensano in maniera dicotomica, senza distinguere la necessaria generalizzazione dall'eccezione che conferma la regola. O così o così, non c'è spazio per le sfumature. E nemmeno per il ragionamento.

Editoriali 15_06_2026
SARA MINELLI - IMAGOECONOMICA

Mi capita abbastanza spesso, quando svolgo incontri o conferenze, di trovare obiezioni a ciò che esprimo. Non è un problema, anzi; considero la diversità di vedute più importante di quanto non facciano, mediamente, i miei occasionali interlocutori. Ho notato, tuttavia, che quando questi sono particolarmente giovani utilizzano un procedere argomentativo tipico e degno di nota.

Ad esempio, se io dicessi: «In italiano, i nomi che finiscono generalmente in -o sono maschili», troverei qualche ragazzo o ragazza che dice: «Questa è una generalizzazione. Mano finisce in -o ed è femminile». Talvolta, l’eccezione alla mia osservazione generale è un aneddoto, spesso riportato («Mio cugino»); ma questo è un altro discorso. Il tema, qui, è l’incapacità di comprendere e utilizzare il concetto di «eccezione» e la strategia dialettica per la quale, se trovo una eccezione, ho invalidato l’argomentazione che non mi piace.

Diciamo subito una cosa: la conoscenza si basa sull’astrazione di concetti universali dal particolare. Se il nostro mondo fosse composto esclusivamente da singolarità, non solo non potremmo parlare di nulla ma non avrebbe neppure senso farlo. Qualunque affermazione è una generalizzazione che il nostro discorso sia sul tempo meteorologico o inizi con «Ai miei tempi». Oltre a questo, per tutta la sua storia l’umanità non ha mai considerato le eccezioni come invalidazione della regola generale.

Prendiamo l’esempio del discorso scientifico. La scienza misura e qualsiasi esperimento o ricerca si conclude con la compilazione di una tabella numerica; in questa tabella non ci sono solo due valori, ma una serie di valori. Se li riportiamo su un grafico e li rappresentiamo come puntini, essi possono disporsi a caso o lungo una funzione matematica; se invece ci interessa la loro frequenza, otterremo una forma a campana con il punto più alto approssimativamente al centro. Significa che otteniamo molti valori, non uno solo. Il problema, semmai, è capire se i valori sono distribuiti a caso oppure notiamo qualche ricorsività; ma ogni valore ottenuto è un valore a sé, una eccezione.

Facciamo un esempio. Immaginiamo di misurare l'altezza di mille uomini italiani adulti. Non otterremo mille volte lo stesso numero, ma una serie di valori diversi; ognuno, in senso stretto, un'eccezione. Eppure da quell'insieme ricaviamo senza difficoltà un'affermazione generale: gli uomini italiani adulti sono alti mediamente 1,75 m. Chi volesse confutarla indicando un uomo di 1,60 m starebbe semplicemente confondendo un punto sul grafico con la curva intera. Insomma: l'eccezione è già prevista e contenuta nella regola generale, non la contraddice.
I miei giovani interlocutori sembrano non capire questo semplice concetto che, prima di essere scientifico, è di buon senso comune.

Tutto questo ci riporta a una reminiscenza scolastica, la celebre «disputa sugli universali»: siamo realmente capaci di astrarre concetti generali dalla realtà, oppure esistono solo singolarità? La domanda non è oziosa: chi nega gli universali nega, in fondo, la possibilità stessa di fare affermazioni generali; e quindi di ragionare. Non a caso, quella disputa era anche, almeno in parte, un primo tentativo di sbarazzarsi della metafisica, ossia dell'idea che esistano realtà che vanno al di là del singolo fatto osservabile. Ma torniamo a bomba e arriviamo al punto.

Ho notato, nelle giovani generazioni, un tipo di pensiero «dicotomico» nel quale la realtà è bianco o nero, tutto o nulla. In termini tecnici, questo modo di procedere a livello cognitivo è definito «splitting»: non esistono sfumature, complicazioni, eccezioni. È vero, il mondo contemporaneo spinge la realtà in un sistema dicotomico; è vero anche che, quando siamo insicuri (e le nuove generazioni lo sono), il pensiero dicotomico dà certezze; ma credo che ci sia dell’altro.

Abbiamo già affrontato il cosiddetto «effetto Flynn inverso», ossia il fenomeno per il quale il quoziente intellettivo medio si sta abbassando in tutto il cosiddetto «Occidente». In questo caso, potremmo essere di fronte a qualcosa di simile. Il pensiero dicotomico, ossia una certa rigidità mentale che considera solo dicotomie estreme, è presente in diversi disturbi mentali, ad esempio nei disturbi di personalità borderline o narcisistico e nella «disabilità intellettiva», una volta chiamata «ritardo mentale». Ovviamente, quest’ultima affermazione è una generalizzazione, come lo è certamente l’affermazione successiva: questo tipo di pensiero è più frequente nelle nuove generazioni.

Io trovo la questione piuttosto preoccupante esattamente per quello che scrivevo all’inizio di questo articolo: la conoscenza e la sua trasmissione (quella che abbiamo chiamato «discorso») si basano necessariamente su generalizzazioni. È il caso di pensarci?