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Intervista

“Io, suora, vi racconto quando l’Isis invase la Piana di Ninive”

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Sono passati 12 anni da quando lo Stato Islamico invase la regione nel nord dell’Iraq, costringendo all’esodo decine di migliaia di cristiani. Tra loro c’era suor Abeer. «Siamo sopravvissuti grazie al cardinal Sako». L’intervista della Nuova Bussola.

Libertà religiosa 14_08_2026
Chiesa semidistrutta di Qaraqosh (foto Elisa Gestri)

Nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014 centinaia di estremisti islamici dell'Isis (letteralmente Stato Islamico della Siria e dell'Iraq) invasero la Piana di Ninive, nel nord dell'Iraq, e costrinsero gli oltre centomila abitanti – in massima parte cristiani e appartenenti ad altre minoranze religiose – ad evacuare in massa i villaggi dell'area. Nei mesi precedenti l'Isis aveva conquistato la capitale della regione, Mosul, e massacrato la comunità yazida di Sinjar.

Quella notte tra le religiose costrette a lasciare Qaraqosh, la più importante città cristiana della zona, c'era anche l'irachena suor Abeer (nome di fantasia), membro di una delle tre congregazioni cattoliche femminili presenti all'epoca nella località. La Nuova Bussola Quotidiana ha incontrato suor Abeer a Beirut, dove in obbedienza al suo Ordine si trova da un paio d'anni; nonostante ne siano passati dodici dall'arrivo dell'Isis a Qaraqosh, i ricordi di quella notte sono vividi nella memoria della religiosa. Raggiungiamo l'istituto religioso di  suor Abeer e la troviamo all'ingresso, dietro il vetro della portineria; il suo lavoro è occuparsi dei bambini dell'asilo adiacente, ci spiega, ma al momento sostituisce l'addetta all'accoglienza che è in ferie. Per tutta la durata del nostro colloquio il vetro protegge la religiosa come la grata di un parlatorio, lasciando i suoi ricordi liberi di fluire assieme alle emozioni, alle angosce, allo smarrimento di quella notte e dei giorni – anni – successivi. Iniziamo l'intervista chiedendole di raccontare la pagina di storia che si è trovata suo malgrado a vivere in prima persona quel 7 agosto 2014.

«In realtà le cose da raccontare di quel giorno preciso sono poche, perché tutto si è svolto molto velocemente», risponde in perfetto italiano. «Siamo passate dal riposare nei nostri letti al correre per strada. Ci hanno radunato, abbiamo aiutato i bambini dell'orfanotrofio e le suore anziane ad uscire, e ci siamo dirette verso il Kurdistan. Non abbiamo preso nulla con noi, nemmeno un cambio di biancheria, nemmeno i soldi, solo i passaporti: due mesi prima ci avevano già chiesto di evacuare nel timore che l'Isis arrivasse a Qaraqosh (durante la presa di Mosul, ndr), ma poi tutto si era risolto e nel giro di pochi giorni eravamo rientrate a casa. Non ci aspettavamo che quella volta sarebbe stato molto diverso; non eravamo preparate».

Esattamente dove avete trovato rifugio e quanto tempo siete rimaste nel Kurdistan senza poter rientrare a casa vostra a Qaraqosh?
Siamo andate ad Erbil dove siamo rimaste per circa due anni .

E come avete raggiunto la città?
Suor Abeer ci guarda con stupore. “Beh, a piedi..”, risponde, quasi scusandosi di un fallo.

Ma sono più di settanta chilometri… E avevate  anziani e bambini con voi.
(La religiosa sorride e conclude la frase: “… sotto il sole di agosto”). La verità è che siamo state aiutate lungo la strada. Durante la fuga diverse comunità ci hanno accolto e ospitato una volta raggiunto il confine con il Kurdistan, dopo un giorno di cammino. Ricordo che, per rispetto al nostro abito, noi suore, a qualunque ordine appartenessimo, venivamo alloggiate tutte insieme in un unico ambiente, che poteva essere una sala parrocchiale, una palestra, un cortile, perché potessimo riposare relativamente tranquille. Può immaginare di che tranquillità e che privacy godessimo: eravamo senza soldi, non riuscivamo nemmeno a lavare la nostra biancheria. In ogni caso abbiamo conservato la vita, mentre alcuni tra i più anziani e fragili non sono sopravvissuti al viaggio. Sa grazie a chi la fuga di centinaia di migliaia di persone non si è trasformata in una gigantesca carneficina?

Dica pure.
Grazie al cardinale Louis R. Sako (l'ex patriarca della Chiesa cattolica caldea, dimessosi per limiti di età ad inizio 2026, ndr). È solo grazie a lui che siamo sopravvissuti. Ha organizzato una rete formidabile di sostegno e accoglienza, si è speso in prima persona per facilitare l'evacuazione di tutti, a partire dai più deboli, ha parlato in tutto il mondo della situazione. Il governo di Baghdad, invece, non si è mosso: fosse stato per i nostri governanti saremmo morti tutti.

Durante gli anni del suo mandato patriarcale – dal 2013 al 2026 – l'operato del  cardinal Sako è stato oggetto di critiche in varie occasioni, anche da parte della comunità cristiana irachena.
Più vado avanti nella vita, e nella vita consacrata, più ritengo si debba sospendere il giudizio sulle decisioni dei Superiori a livello politico, o comunque quando interloquiscono con le varie autorità politiche. Questo non per accondiscendenza, ma perché di ciò che si trovano ad affrontare noi conosciamo solo una minima parte, se non niente, del tutto. La penso così.

Quando siete tornate a Qaraqosh? Cosa avete trovato?
Siamo rientrate verso la fine del 2016, una volta capito che non c'era più pericolo, almeno immediato. Abbiamo trovato la città distrutta, la nostra casa saccheggiata, sfregiata e usata come cava di materiali… Ci siamo rimboccate le maniche, abbiamo riaperto la casa, abbiamo ricominciato la nostra vita e il nostro lavoro, che con la grazia di Dio proseguiamo tuttora. Prima dell'arrivo dell'Isis c'erano dieci chiese a Qaraqosh, tutte danneggiate se non distrutte, molte delle quali sono state nel tempo riparate o ricostruite. Non tutti gli abitanti, però, sono rientrati: c'è chi ha perso la casa, chi è rimasto così traumatizzato da non voler tornare, chi non vede un futuro in un Paese in cui i cristiani sono penalizzati da leggi ingiuste e non riescono a guadagnare abbastanza per mantenere la famiglia. Più o meno un terzo dei residenti è rimasto nel Kurdistan o è emigrato all'estero.

Che negli ultimi anni i cristiani stiano scomparendo dal Medioriente è un fatto. Secondo alcuni osservatori, la paura dei conflitti e l'assenza di fedeli sono le ragioni per cui molti ordini religiosi tradizionalmente presenti nella regione “abbandonano il campo”. Ciò è stato detto ad esempio riguardo alla recente chiusura del convento delle Suore Francescane di Aleppo, in Siria, ora che l'Isis e i suoi affiliati sono tornati ad alzare la testa. Qual è la sua opinione in merito?
Che questa non è la verità. La ragione della “chiusura dei conventi” e degli istituti religiosi in Medioriente è la mancanza di vocazioni, dunque di ricambio generazionale, di cui anche le Chiese orientali sono afflitte. Proprio questo è accaduto alle suore di Aleppo, che peraltro non hanno affatto “chiuso il convento” ma hanno affidato la gestione della loro casa ai Padri Salesiani, che ne proseguiranno l'attività. Non è per paura o per mancanza di “clienti” che noi religiosi abbandoniamo le nostre case. Personalmente, anche se al momento sono stata destinata alla nostra Missione in Libano, l'Iraq è la mia terra, perché mai dovrei lasciarla?

A giudicare dall'aspetto sereno ma energico di suor Abeer non c'è da dubitare delle sue parole.
“Le racconto un aneddoto, poi mi scuso ma debbo tornare alle mie attività”, prosegue la religiosa mentre il suo sorriso – che ha mantenuto durante tutto il nostro colloquio – si trasforma in una franca risata.

Prego.
Quando sono andata a Roma per farmi suora, le consorelle di laggiù mi hanno chiesto quando mi fossi convertita dall'islam. Capisce? Ignoravano che la comunità cristiana irachena esiste praticamente dal tempo di Gesù e pensavano che fossi nata in una famiglia musulmana, per poi convertirmi. È necessario che l'Occidente comprenda che il Medioriente è la nostra terra da sempre, e che abbiamo tutto il diritto di abitarla; altrimenti c'è il rischio che noi cristiani siamo considerati stranieri in casa d'altri.