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Mugabe nuovo volto dell'OMS. Ma anche no

L’Organizzazione mondiale della sanità, Oms, il 21 ottobre, aveva nominato "ambasciatore di buona volontà" il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe. Oltre che artefice di gravi violazioni dei diritti umani, ha anche devastato la Sanità del suo paese. Solo dopo la levata di scudi di mezzo mondo, la sua nomina è stata revocata. 

Robert Mugabe

L’Organizzazione mondiale della sanità, Oms, il 21 ottobre ha nominato un nuovo ambasciatore di buona volontà. Ma dopo soltanto un giorno ha revocato l’incarico. Il prescelto era il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, chiamato dall’Oms a impegnarsi nella lotta alla malattie non trasmissibili come il diabete, il cancro, i disturbi cardiovascolari. Il direttore generale dell’Oms, dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel darne annuncio il 21 ottobre ha lodato lo Zimbabwe per il suo impegno in favore della sanità pubblica: “è un paese – ha detto – che pone il traguardo della sanità per tutti e la tutela della salute al centro delle proprie politiche”.

Le reazioni sono state immediate: in sintesi, tutti hanno detto che l’incarico a Mugabe era un vero e proprio insulto. Per primo si è espresso il governo britannico dicendosi sorpreso e deluso: “benchè non si tratti di un ruolo esecutivo – spiegava un comunicato ufficiale – la nomina di Mugabe rischia di gettare una cattiva luce sull’operato dell’Oms”.

Tanto per capire, in effetti è più o meno come se l’Alto commissariato Onu per i diritti umani scegliesse come ambasciatore per i diritti delle donne il produttore cinematografico Harvey Weinstein. Il presidente Mugabe, oltre a essere accusato di gravi, ripetute violazioni dei diritti umani, negli ultimi 20 anni ha infatti mandato in bancarotta il suo paese attuando politiche economiche deliranti. Il sistema sanitario ne è stato devastato, prova ne sia che lui, e come lui chiunque abbia i mezzi per farlo, va all’estero se ha bisogno di cure mediche. Manca tutto negli ospedali dello Zimbabwe, denunciano le organizzazioni non governative che operano nel paese e conoscono bene la situazione, mancano i medicinali, anche quelli più comuni, e spesso il personale non viene pagato. Le proteste più indignate sono state formulate dallo stesso Zimbabwe. Questa nomina è un insulto, ha detto Obert Gutu, portavoce del principale partito zimbabwano all’opposizione, l’Mdc: “Mugabe ha rovinato il nostro sistema sanitario, ha portato al collasso i nostri ospedali”. Doug Coltart, avvocato, impegnato nella difesa dei diritti umani, si è rivolto direttamente all’Onu con un Twitter, domandando: “come si sente l’Oms con un ambasciatore di buona volontà che ha distrutto il sistema sanitario del proprio paese?”. 

È vero infatti che il ruolo degli ambasciatori di buona volontà non è esecutivo. Il loro compito è far conoscere e condividere le iniziative del Palazzo di Vetro e incrementare le donazioni. L’Onu tiene molto agli ambasciatori e conta su di loro, specialmente quelli più famosi. Angelina Jolie, ad esempio, in qualità di ambasciatore dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, viene spesso ripresa nei campi profughi mentre conforta le famiglie che vi sono ospitate. Roger Federer, il giocatore di tennis svizzero ambasciatore per l’Unicef, visita i progetti Onu realizzati in Africa e gioca partite a scopo caritatevole, per raccogliere fondi. Tutti ricordano quanto si sia prodigata fino alla morte Audrey Hepburn, e con quanto successo, per l’Unicef, visitando i teatri di crisi e, con la sua presenza a pranzi e cene di gala, incoraggiando i donatori a essere generosi.

È davvero difficile immaginare in questo ruolo l’anziano dittatore, 93 anni. È improbabile che intenda visitare gli ospedali da campo nelle zone di conflitto; ed è impensabile che qualcuno desideri acquistare a caro prezzo i suoi capi di vestiario messi all’asta a beneficio dell’Oms. Come potrebbe, infine, la presenza di un uomo da tutti ritenuto un dittatore, accusato di violare i diritti umani, far accorrere la gente a cene e balli di gala dove per partecipare si pagano come minimo 10.000 dollari?

Da parte sua Robert Mugabe ha accolto la nomina ignorando le reazioni offese. Secondo lui “lo Zimbabwe –  così riportava il 21 ottobre il quotidiano governativo The Herald – ha sviluppato una politica nazionale di lotta alle malattie non trasmissibili e un programma di cure palliative, inoltre ha incaricato le agenzie Onu attive nel paese di attuare programmi di prevenzione e controllo del cancro all’utero”. Il presidente tuttavia riconosceva che in Zimbabwe, al pari che in altri paesi in via di sviluppo, esistono in effetti degli “ostacoli per mancanza di risorse adeguate al fine di ridurre l’impatto delle malattie non trasmissibili e di altri problemi sanitari”.

La sconcertante decisione dell’Oms è stata davvero un insulto sia a chi patisce i danni di un regime sciagurato lungo ormai 37 anni (iniziato tra l’altro con il massacro di oltre 20.000 civili di etnia Matabele, ordinato da Mugabe, di etnia Shona, ed eseguito in gran parte dalla sua famigerata Quinta brigata) sia a chi è impegnato a salvare vite umane: una decisione tanto più sconcertante perchè, mentre all’Onu per convenzione le cariche istituzionali vanno a turno alle varie aree geografiche e i rispettivi paesi membri decidono a chi assegnarle, la scelta degli ambasciatori non sottostà a nessuna regola.

Per la prima volta il direttore generale dell’Oms è un africano, un etiope, eletto a maggio con il mandato di mettere un freno alla evidente politicizzazione dell’organismo. Il dottor Tedros dovrebbe conoscere meglio di chiunque la situazione dello Zimbabwe. Eppure c’è voluta l’indignazione di mezzo mondo per aprire gli occhi a lui e ai funzionari che lo affiancano. Davvero l’Oms ha bisogno di essere spoliticizzata.  

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