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L’ANNIVERSARIO

Monet Apostolus, 450 anni fa la bolla sulla Madonna del Rosario

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Il 1° aprile 1573, con la bolla Monet Apostolus, sulla scia del suo predecessore san Pio V, Gregorio XIII istituì la festa solenne della Madonna del Rosario. E a Lei è dedicato l’oratorio Il giardino di rose, una delle migliori fatiche del compositore palermitano Alessandro Scarlatti.

Cultura 01_04_2023

Oggi ricorrono 450 anni della bolla Monet Apostolus di Gregorio XIII (al secolo Ugo Boncompagni, † 1585), con cui, il primo aprile 1573, il degno successore di san Pio V († 1572) istituiva la festa solenne del Rosario, festum sollemne sub nuncupatione Rosarii (in precedenza, festa di Santa Maria della Vittoria), da celebrarsi ogni anno la prima domenica d’ottobre (cfr. Magnum Bullarium Romanum, Tomus II, Lussemburgo 1742, p. 399).

Sulla scia del suo predecessore, anima della vittoria marittima delle forze cristiane sulla flotta turca nel golfo di Lepanto (7 ottobre 1571) e della grande devozione per il Rosario, fiorita tra i fedeli, Papa Boncompagni riferisce che mediante quel trionfo «era stato salvato tutto il popolo cristiano per gran dono di Dio dalle fauci di un empissimo tiranno». Il Pontefice poi chiama il Rosario «quel piissimo modo di pregare istituito da san Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori, per placare l’ira di Dio e per ottenere l’intercessione della Beatissima Vergine Maria». Gregorio XIII soggiunge poi che quella vittoria «doveva attribuirsi alle preghiere che in quel giorno porgevano a Dio per la mediazione della Beata Vergine i Confratelli del Rosario di tutto il mondo nelle processioni che allora facevano secondo il loro istituto». Infine, Papa Boncompagni proclama una festa solenne con doppio ufficio maggiore sotto il nome del Santissimo Rosario per tutto l’Ordine domenicano e per tutte le chiese che abbiano una cappella o almeno un altare proprio sub invocatione Beatæ Mariæ Virginis a Rosario.

Alla Madonna del Rosario è dedicato Il giardino di rose - La Santissima Vergine del Rosario, oratorio per cinque voci e strumenti del compositore palermitano Alessandro Scarlatti († 1725). Questo artista fu descritto come musices instaurator maximus (il sommo instauratore della musica) e optimatibus regibusque apprime carus (sommamente caro agli aristocratici e ai re), come attesta la lapide sulla sua tomba nella cappella di S. Cecilia in S. Maria di Montesanto a Napoli, dettata dal cardinale Pietro Ottoboni († 1740). Il 31 dicembre 1703 era stato proprio questo porporato, grande estimatore di Scarlatti, a volerlo nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, di cui era arciprete, prima come coadiutore e sostituto del maestro di cappella, Antonio Foggia († 1707), cagionevole di salute, poi dal 5 giugno 1707 come successore di quest’ultimo.

Composto nel 1707, su commissione del marchese Francesco Maria Marescotti Ruspoli († 1731), che forse è autore del libretto, Il giardino di rose fu eseguito il 24 aprile dello stesso anno, Domenica di Pasqua, nella grande sala di Palazzo Bonelli (oggi Valentini) a Roma, dal 1705 residenza del marchese. Le cronache ne parlano come di «un bellissimo oratorio […] fatto in casa del sig.re marchese Ruspoli con gran concorso di nobiltà» (G. Staffieri, Colligite fragmenta, Lucca 1990, p. 172).

Siamo di fronte a una delle migliori fatiche del musicista palermitano, a «un lavoro esemplare, un modello di valore europeo», come dice Saverio Franchi († 2014) che ne ha curato la prima edizione critica nel 2006, a cui lo scrivente ha collaborato (S. Franchi, Nota introduttiva a A. Scarlatti, Il giardino di rose, Roma 2006, p. IX). Anche un ventiduenne Georg Friedrich Händel († 1759), ospite del marchese Ruspoli tra il 1707 e il 1709, dovette misurarsi con Alessandro Scarlatti, soprattutto per la composizione del suo oratorio La Resurrezione, che, diretto da Arcangelo Corelli († 1713), verrà eseguito la Domenica di Pasqua dell’anno dopo Il giardino di Rose, ancora a Palazzo Bonelli, ancora commissionato dal marchese Ruspoli.

L’oratorio di Scarlatti, diviso in due parti, è concepito per cinque personaggi (Carità e Speranza, soprani; Penitenza, contralto; Religione, tenore e Borea, basso), un flauto, un flauto basso, due oboi, un fagotto, due trombe, archi e basso continuo. Per allegoria, il giardino in cui appaiono i cinque interlocutori è smaltato di rose: le spine, che non mancano mai tra le rose, raffigurano le penitenze che si devono necessariamente affrontare per ricrearsi nel giardino; le tempeste, causate dal «crudo Aquilone», le minacce di Lucifero sotto nome di Borea, il vento gelido proveniente dal nord; le rose rappresentano le Ave Maria del Rosario, come «ghirlanda d’intorno alla più bella, alla più pura, alla più santa fra tutte le donne, la benedetta, Vergine e madre, dai cento titoli unici: la novella Eva, la sede della Sapienza, l’Immacolata, l’Addolorata, l’Assunta, la Regina del cielo, la Madre di Dio incarnato, la Madre della Chiesa… Litania senza fine» (Paolo VI, Angelus, 1 ottobre 1972). In particolare, troviamo «tra i suoi personaggi la Religione in voce di tenore con esplicita allusione a papa Clemente XI», allora regnante (S. Franchi, Annali della stampa musicale romana dei secoli XVI-XVIII, Vol. 1, Roma 2006, p. 487).

Una Sinfonia in re maggiore di quasi cinque minuti, in forma tripartita (Adagio-Presto, Largo e piano, Allegro), precede l’oratorio. Si snoda poi una serie di recitativi «secchi» (ossia accompagnati solo dal clavicembalo) e di arie, quasi tutte alla Scarlatti (ossia nella forma con il da capo scritto per intero), con l’inclusione di qualche duetto. Alcuni dei 55 numeri di questa composizione drammatico-musicale escono dalla regola: il piccolo «temporale», alla fine della prima parte; l’aria Fra glardori di questi fiori, che è bipartita; l’intervento di Borea, all’inizio della seconda parte, O del profondo e formidabil regno, scritto in quella forma intermedia tra il recitativo e l’aria che in musica si chiama arioso; il pezzo a quattro voci, al termine dell’oratorio, Con la speme, scritto in quella forma polifonica nota in musica come concertato.

Maria Isabella Cesi († 1753), moglie del marchese Ruspoli e nipote materna di papa Innocenzo XIII († 1724), era «devotissima alla Madonna del Rosario e anch’essa amante di musica» (S. Franchi, Nota introduttiva cit., p. XII). Chissà che la musica di Scarlatti non induca anche noi a ricorrere con fiducia, nelle nostre necessità, a Colei che brilla «quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore» (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 68).