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Cattolici divisi in vista del referendum sulla giustizia

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L'appuntamento referendario ripropone la pluridecennale divisione del mondo cattolico. Da un lato c'è chi invita votare sì anche per scongiurare le invasioni di campo della magistratura sui temi etici, dall'altro c'è chi invita velatamente a vota no e chi lo fa in modo esplicito, rispolverando la retorica dossettiana sempre più lontana dalla realtà.

Politica 05_03_2026
CARLO CARINO BY AI MID - imagoeconomica

I cattolici italiani appaiono divisi in vista del prossimo appuntamento referendario. Evviva la libertà, ma che tristezza dover ascoltare ancora le solite ramanzine dossettiane, tanto infondate quanto superate. Il presidente della Cei, Matteo Zuppi, aveva lanciato un forte invito alla partecipazione al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, un appello che non senza ragioni era apparso ai più un invito a votare “no” alla riforma della giustizia, in perfetta coerenza con le altre scelte compiute dal cardinale, da sempre promotore e sostenitore della presenza attiva dei cattolici nel PD e nell’ampio schieramento di sinistra. In ogni caso Zuppi, per squisite ragioni tattiche, si è mostrato più prudente del suo vicepresidente mons. Francesco Savino che rimane indubitabilmente e apertamente schierato al fianco della magistratura militante per il “no”.  In ogni caso l’appello di Zuppi aveva aperto il dibattito nel variegato mondo dell'associazionismo laico cattolico.

È bene rammentare che la riforma prevede la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, con l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, i cui membri non saranno più eletti ma verranno scelti con sorteggio, e la creazione di un’Alta Corte, che dovrà decidere sui giudizi disciplinari a carico dei magistrati, finora rimessi alla competenza del Csm. Il tema della separazione delle carriere è presente da decenni nel dibattito italiano, dal 1989 con la riforma del processo penale, passato da un modello inquisitorio a uno accusatorio, sino al 1999, quando è stato riscritto l’art. 111 della Costituzione, con l’affermazione del principio del giusto processo, fondato sul contraddittorio tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo.

Il giurista Giuliano Vassalli, eroe della Resistenza e illuminato ministro della Giustizia, che promosse la riforma del processo penale, aveva già affermato che «parlare di sistema accusatorio laddove il pubblico ministero è un magistrato uguale al giudice … che continuerà a far parte della stessa carriera, degli stessi ruoli … eccetera, è uno dei tanti elementi che non rendono molto leale parlare di sistema accusatorio». Perciò la riforma sottoposta al referendum intende completare il percorso iniziato allora, introducendo in modo più netto la distinzione tra il pubblico ministero, che svolge le indagini e sostiene l’accusa nel processo, e il giudice. 

Ieri, è stata la volta dei Gesuiti a scendere in campo a favore del “no”, esprimendo la loro posizione attraverso la rivista Aggiornamenti sociali. Il direttore, padre Giuseppe Riggio, ha pedissequamente ripetuto le obiezioni lunari e infondate della sinistra e di una certa magistratura, che cioè la separazione dei poteri, fondamentale per la Costituzione, non può essere messa a rischio. Ed infatti la riforma, come ha spiegato con profondità e acume Giacomo Rocchi su La Bussola, non mette in alcun dubbio la separazione dei poteri dello Stato, semmai porta a compimento e perfeziona l’indipendenza del potere giudiziario.

Anche l'Azione Cattolica, pur non schierandosi esplicitamente per il “no”, ha lasciato ben pochi dubbi in proposito, invitando comunque alla partecipazione esprimendo rammarico, in una lettera, per il fatto che un tema così cruciale stia diventando motivo di divisione, a causa di «istinti di prevaricazione» anziché di dialogo. 

Dall'altra parte, il network di associazioni cattoliche Ditelo sui tetti, che comprende oltre cento gruppi come il Movimento per la Vita e il Family Day, ha deciso di sostenere il “sì" anche attraverso i neonati Comitati Civici per un giusto Sì. La motivazione principale di tale scelta si rifà ai “principi non negoziabili” definiti da Benedetto XVI, riguardanti tematiche etiche come il fine vita, la libertà di educazione, la famiglia fondata sul matrimonio e le unioni gay, sostenendo come la magistratura abbia oltrepassato i limiti dei propri confini, legiferando attraverso le proprie sentenze innovative o, come ha ricordato recentemente Maurizio Sacconi, «giustizia creativa».

Per la Compagnia delle Opere e Comunione e Liberazione, attivissimi su tutto il territorio nazionale nell’organizzare confronti e dibattiti tra esponenti favorevoli e contrari alla riforma, «dopo anni di immobilismo quasi totale della politica, la riforma Nordio ha inteso affrontare il tema dell’amministrazione della giustizia, soprattutto in ambito penale, per ricondurre nei binari di un corretto equilibrio i rapporti tra i soggetti del processo e, di conseguenza, anche i rapporti tra la funzione giudiziaria e quella legislativa ed esecutiva… Nella coscienza realistica che spesso la ricerca del modello perfetto finisce per vanificare ogni concreto tentativo di cambiamento, la scelta di votare SÌ appare come la soluzione più ragionevole».

I cattolici voteranno “sì” o “no”? Prendiamo atto che prosegue l’immatura divisione che ci trasciniamo dagli anni ‘60 del secolo scorso, con una parte ancora imbalsamata alle posizioni “dossettiane”, sempre più lontana dalla realtà del Paese e delle istituzioni. 

 



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