Mladic è morto, la voglia di guerra no
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Funerali di Stato in Serbia per il criminale di guerra Ratko Mladic, morto nel carcere internazionale dell'Aja. E manifestazioni popolari che lo acclamano come eroe. È la dimostrazione che a oltre 30 anni dalla fine del conflitto non c'è stato alcun processo di pacificazione.
Se una cosa appare evidente con la morte nel carcere dell’Aja di Ratko Mladic è che la guerra in Bosnia, e più in generale nei Balcani, è tutt’altro che finita a quasi 31 anni dalla firma degli accordi di Dayton, che sancirono la fine dei sanguinosi combattimenti in Bosnia-Erzegovina iniziati tre anni e mezzo prima.
Se qualcuno avesse avuto ancora dei dubbi, ci ha pensato ieri il governo di Belgrado a fugarli, annunciando che il generale Mladic riceverà il funerale di Stato con «tutti gli onori militari e di Stato che gli spettano». Parole agghiaccianti se pensiamo che Ratko Mladic è un criminale di guerra, grande protagonista dei crimini compiuti in Bosnia, dalla pulizia etnica agli stupri, dalle torture sistematiche alla distruzione di interi villaggi. E soprattutto del massacro del luglio 1995 a Srebrenica, dove è stato responsabile dell’uccisione degli 8mila abitanti della cittadina abitata da musulmani, e poi il lungo assedio di Sarajevo con centinaia di vittime civili colpite a caso dai cecchini.
Sarebbe fin troppo lungo elencare tutti i crimini commessi sotto il comando diretto di Mladic, braccio destro dell’allora presidente serbo Slobodan Milosevic, anche lui condannato per crimini di guerra e morto all’Aja nel 2006, e del presidente della Republika Srpska (a cui gli accordi di Dayton hanno concesso il 49% del territorio bosniaco) Radovan Karadzic, che sta tuttora scontando l’ergastolo in un carcere britannico nell’isola di Wight.
Crimini abbondantemente documentati che lo hanno portato in carcere dal 2011 dopo 15 anni di latitanza, e poi alla condanna all’ergastolo inflittagli dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia nel 2017 e confermata nel 2021. Crimini che però in Serbia vengono negati, preferendo dipingere Mladic come un eroe nazionale, difensore dei serbi, vittima di una congiura internazionale che ne avrebbe voluto la morte nel carcere dell’Aja, anche se quello che è stato definito il “macellaio di Srebrenica” è morto a 84 anni e dopo una lunga malattia per cui ha ricevuto tutte le cure possibili.
Non sono soltanto alcuni leader politici a considerarlo un eroe nazionale, anche se parliamo del presidente Aleksandar Vučić e del ministro della Giustizia Nenad Vujic e di altri membri del governo, tutti cresciuti nelle fila del nazionalismo più radicale. L’esaltazione di Mladic è diffusissima a livello popolare: certamente nella Republika Srpska nelle cui città hanno sfilato migliaia di cittadini, soprattutto giovani, invocando il suo nome. Vedi ad esempio le immagini arrivate da Zvornik, città piena di fosse comuni e da dove decine di migliaia di non serbi sono stati cacciati violentemente senza potervi fare ritorno neanche a guerra finita: una grande manifestazione spontanea ha attraversato la città scandendo il nome di Ratko Mladic. E così è stato per tante altre città. Ma la stessa popolarità è diffusa anche nella Serbia: durante una partita di Europa League, giovedì sera subito dopo la notizia della morte, i tifosi della Stella Rossa di Belgrado hanno esposto uno striscione che recitava: «Generale, gloria eterna e grazie».
Segnali preoccupanti che la dicono lunga sul clima che si respira in Bosnia e in tutta la regione dei Balcani a trent’anni dalla fine del conflitto armato. Chi pensava che sarebbe bastato un processo internazionale ad hoc con tante condanne esemplari (in tutto sono stati condannati definitivamente in 90: 62 serbi, 18 croati e 5 musulmani, il resto diviso tra kosovari, macedoni e montenegrini) per fare giustizia e promuovere la riconciliazione si è sbagliato di grosso. Nessuno degli incriminati e dei condannati ha mai mostrato segni di pentimento, nessuno ha ammesso le proprie responsabilità, nessuno ha presentato scuse e offerto un qualche risarcimento, per quanto non ci siano cifre che possano riportare in vita i morti o anche solo riconsegnare i corpi all’affetto dei sopravvissuti. Zero; al contrario, come abbiamo visto, la classe dirigente serba del dopo-guerra si è subito gettata nel revisionismo storico: nei libri di testo scolastici Mladic e compagnia non sono descritti come criminali di guerra ma come eroi nazionali che hanno istituito la Republika Srpska in Bosnia.
Del resto Mladic, Karadzic e altri non sono dei “mostri” o degli psicopatici, squilibrati mentali come anche in Occidente spesso si tende a descriverli. Sono invece espressione di una cultura e di una ideologia diffuse, quella della “Grande Serbia”, che in loro hanno trovato degli interpreti rigorosi. Non si tratta di colpevolizzare tutto il popolo serbo, ma sarebbe altrettanto stolto pensare che questi criminali di guerra siano spuntati dal nulla o evasi da una clinica psichiatrica.
E davanti a questo non si può chiudere gli occhi ancora una volta. Già, perché dopo aver detto delle responsabilità di Mladic e della leadership serba, bisogna anche riconoscere le gravi responsabilità della comunità internazionale. L’ONU innanzitutto, perché ad esempio il massacro di Srebrenica è avvenuto sotto gli occhi dei caschi blu olandesi a cui era affidato il compito di proteggere la popolazione musulmana di quella città. Fu una vergogna ormai ben conosciuta; meno noto è invece quanto ha rivelato una inchiesta del settimanale britannico The Observer nel 2015, ovvero la complicità in quel massacro delle potenze occidentali. In pratica, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e i vertici dell’ONU avrebbero concesso la caduta di Srebrenica per poter arrivare alla firma dell’accordo per la cessazione della guerra, che in effetti avvenne pochi mesi dopo, nel novembre 1995. In pratica, il giornale britannico afferma che i serbi non avrebbero mai accettato un accordo che non prevedesse la definitiva “rimozione” dei musulmani bosniaci dalle aree protette dall’ONU, come Srebrenica, Gorazde e Zepa. Così, davanti all’avanzata delle milizie di Mladic verso Srebrenica caschi blu e potenze occidentali si voltarono dall’altra parte. Peggio, sempre stando alle testimonianze raccolte dall'Observer, i caschi blu fornirono alle milizie serbe pure 30mila litri di carburante, usati per trasportare e seppellire le vittime.
Giustizia vorrebbe che anche questi leader politici rispondessero a livello internazionale delle loro responsabilità, non basta la facile e scontata condanna di Mladic, Karadzic e Milosevic. Le mezze verità non fanno giustizia né costruiscono la pace. E il fuoco che cova sotto la cenere nei Balcani è lì a dimostrarcelo.
Nella foto: Ratko Mladic (sin) e Radovan Karadzic (destra) insieme al Comandante ONU gen. Philippe Morillon, dopo un incontro per trattative sulla situazione in Bosnia (18 maggio 1993) - Foto LaPresse
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