Mentana, stanco del suo ruolo, svela il grande bluff del Campo Largo
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Il direttore del Tg di La7, Enrico Mentana, spara contro il Campo Largo. Anche a detta del giornalista, vicino alla sinistra, si tratta di una coalizione che non propone un progetto vero ed è lontana dai bisogni degli italiani. Mentana contesta anche la faziosità di La7. Se lo dice anche lui...
Il cosiddetto campo largo del centrosinistra sembra sempre più assomigliare a uno psicodramma. Da una parte la necessità di costruire un'alternativa credibile a Giorgia Meloni, dall'altra la difficoltà di trovare un leader, un programma e soprattutto un'identità politica comune. Anche alcune voci storicamente vicine al centrosinistra sembrano ormai non nascondere più le proprie perplessità. È il caso di Enrico Mentana, che nelle sue recenti esternazioni ha criticato l'incapacità della sinistra di proporre un vero progetto per il futuro e di concentrarsi sulle priorità avvertite dagli italiani.
Il direttore del Tg La7 ha inoltre riaperto il tema del pluralismo televisivo, mettendo in guardia La7 dal rischio di apparire troppo schierata e sottolineando la necessità di parlare alla totalità del pubblico. Una posizione particolarmente significativa proprio perché arriva da un giornalista che, nel corso della sua lunga carriera, non ha mai nascosto una certa sintonia con il mondo progressista. In scadenza di contratto a fine anno, Mentana ha perfino paventato il rischio di lasciare la tv di Cairo ove confermasse il suo sbilanciamento in favore del Movimento 5 Stelle e le forze progressiste. Anche Paolo Mieli, osservatore tutt'altro che estraneo alla cultura della sinistra italiana, ha messo in discussione la capacità dell'attuale leadership di costruire una coalizione realmente competitiva. E persino Marco Travaglio, da una prospettiva politica molto diversa, non perde occasione per sottolineare le contraddizioni e l'evanescenza del campo largo.
Il problema, dunque, non è più soltanto quello di mettere insieme Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. È capire cosa vogliano fare insieme e, soprattutto, chi debba guidarli. La questione della premiership rischia infatti di diventare la miccia dello scontro interno. Elly Schlein è la segretaria del Partito democratico, il principale partito della coalizione, e difficilmente potrebbe accettare di essere esclusa dalla corsa. Giuseppe Conte, però, dispone di una forte leadership personale e, qualora si arrivasse alle primarie, potrebbe partire con buone possibilità di vittoria. Il paradosso è evidente: le primarie potrebbero servire a legittimare democraticamente il candidato, ma potrebbero anche trasformarsi in una guerra fratricida fra Pd e M5S. Da qui nasce la suggestione del "terzo uomo", o meglio del federatore capace di disinnescare la rivalità. Dario Franceschini guarda da tempo alla possibilità di costruire una soluzione più larga e meno identitaria, e tra i nomi evocati figurano quello del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e quello della sindaca di Genova Silvia Salis. Personalità esterne alla tradizionale contrapposizione Schlein-Conte, potenzialmente capaci di parlare anche a quell'elettorato moderato e centrista che il campo largo non può permettersi di perdere.
Dietro questa partita c'è inoltre un orizzonte istituzionale tutt'altro che secondario: vincere le prossime elezioni politiche significherebbe arrivare alla partita per il Quirinale del 2029 con un peso decisivo negli equilibri parlamentari. È quindi comprensibile che la scelta del futuro leader venga osservata anche in questa prospettiva. Ma proprio qui emerge il limite principale dell'attuale centrosinistra: si discute moltissimo di chi debba guidare la coalizione e ancora troppo poco di quale Paese si voglia costruire.
Salario minimo, sanità, ambiente, diritti e contrasto alla destra al momento sono solo slogan che non bastano a costruire un'alternativa di governo. Gli italiani chiedono risposte anche su crescita, produttività, fisco, sicurezza, immigrazione, energia, politica industriale, difesa, Europa e politica estera. E su molti di questi dossier le differenze fra Pd, M5S e sinistra radicale sono ancora evidenti. Il vero rischio per la sinistra, quindi, non è soltanto che Schlein e Conte si dividano sulla premiership. È che il campo largo arrivi alle prossime elezioni dopo aver trascorso troppo tempo a discutere di leadership senza aver spiegato con chiarezza perché gli italiani dovrebbero affidargli il governo.
La fotografia di Napoli, con tutti i leader insieme, non somiglia neppure lontanamente a un progetto politico. Se il centrosinistra continuerà a cercare il leader prima ancora di aver trovato una visione comune, lo psicodramma del campo largo rischierà di diventare il suo principale avversario. E Giorgia Meloni potrebbe non avere nemmeno bisogno di batterlo: potrebbe limitarsi ad aspettare che si sconfigga da solo. Con la benedizione di Mentana e di tutti gli altri opinionisti delusi dalla sinistra.

