• IL CASO

L’Onu esalta il vittimismo trans. Ma non la dice tutta

Nell’ambito della campagna contro la violenza di genere, l’Onu ha diffuso messaggi fuorvianti come quello che «le donne trans hanno 4 volte più probabilità di subire violenza rispetto alle persone cisgender». Ma le cose non stanno proprio così: non è vero che le «donne trans» sono così esposte al rischio di violenza. Lo si può affermare sulla base di più valutazioni.

Da problema sociale dai contorni comunque tutti da definire, la transfobia è ormai evoluta a tormentone, ad allarme da denunciare a ogni costo: anche se il prezzo da pagare è una sostanziale manipolazione della realtà. Sfortunatamente, a questa tendenza non si sottraggono ormai neppure le più prestigiose istituzioni internazionali. Come le Nazioni Unite che, nelle scorse ore, si sono rese megafono di un messaggio nella migliore delle ipotesi fuorviante.

Il tutto è avvenuto nell’ambito della sedici giorni contro la violenza di genere, una campagna iniziata il 25 novembre, data della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e conclusasi il 10 dicembre, poche ore fa. Ebbene, in questi giorni, in omaggio a tale campagna, sui propri canali social l’Onu ha diffuso vari messaggi, tra cui uno chiaramente volto a segnalare, su Twitter, l’emergenza transfobia. «Le donne trans», recita infatti il tweet in questione, hanno 4 volte più probabilità di subire violenza rispetto alle persone cisgender; con «cisgender che sta ad indicare coloro che vivono la propria identità di genere in modo conforme a quella biologica.

Poche parole però di grande efficacia nel trasmettere l’idea che, appunto, le donne trans siano vittime di allarmanti violenze. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Infatti, anche sorvolando sull’inclusione dei nati maschi e «diventati» donne nella categoria femminile – operazione su anche nel mondo femminista avrebbe da ridire -, c’è problema: semplicemente, non è vero che le donne trans sono così esposte al rischio di violenza. Lo possiamo affermare sulla base di più valutazione.

Tanto per cominciare, i dati a cui si riferisce l’Onu – senza citarli, peraltro, in modo chiaro - sono verosimilmente quelli di uno studio del Williams Institute at UCLA School of Law, che, effettivamente, ha scoperto come «le persone transgender hanno una probabilità quattro volte maggiore rispetto alle persone cisgender di subire violenza». Attenzione, però: lo stesso studio sottolinea che, nei dati raccolti, «non c'erano differenze tra uomini e donne transgender».

Quindi dire che le «le donne trans hanno 4 volte più probabilità di subire violenza» è quanto meno impreciso e comunque, in ogni caso, ciò ha più a che vedere con la condizione transgender che con quella femminile; ergo, l’inserimento di questo pensiero in una campagna contro la violenza sulle donne è assai discutibile. Non è finita.

Questi dati sulla violenza sulle donne trans, a loro volta, sono parziali. Sì, perché se andiamo a vedere quelli degli omicidi – assai più sicuri e meno soggetti ad oscillazioni e critiche metodologiche – la musica cambia. Fa testo, in proposito, uno studio pubblicato sull'American Journal of Public Health - rivista scientifica con oltre un secolo di storia - realizzato esaminando i dati statunitensi dal 2010 al 2014, con cui si è concluso che «il tasso complessivo di omicidi degli individui transgender è probabilmente inferiore a quello degli individui cisgender».

Questo ci porta a prendere con le molle la stessa ricerca del Williams Institute – difficile che una categoria sia più soggetta a gravi forme di violenza, se poi ha una mortalità per omicidio inferiore – ma, soprattutto, ci dà la conferma di come le Nazioni Unite, pur di strizzare l’occhio al mondo transgender, non abbiano esitato a diffondere dati che, se non sono vera e propria disinformazione, restano comunque molto dubbi.

L’aspetto più grave di tutta questa vicenda è però un altro, e cioè l’improvvida scelta dell’Onu di mettere il proprio bollino su messaggi simili. E funzionali solo alla propaganda arcobaleno, la stessa in nome della quale si vogliono giustificare norme liberticide come il ddl Zan, iniziative  scolastiche di «contrasto agli stereotipi» e così via. Risulta purtroppo certo, infatti, che davanti ad un dato spiattellato dalle Nazioni Unite ben pochi sono quelli che si prendono ad esaminarlo criticamente. I più lo bevono e basta, a tutto vantaggio di non vuole descrivere la realtà ma solo piegarla alla propria ideologia.

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