Lomborg smonta le profezie di Al Gore, ma il terrore climatico resta
Vent’anni fa, nel maggio del 2006, usciva il film documentario di Al Gore, già vicepresidente americano: An Inconvenient Truth (“una scomoda verità”). Nessuna delle sue oscure profezie climatiche si è realizzata.
Vent’anni fa, nel maggio del 2006, usciva il film documentario di Al Gore, già vicepresidente americano: An Inconvenient Truth (“una scomoda verità”). Assieme alla predicazione di Greta Thunberg, il film è stato uno dei pilastri del climatismo, dell’idea di dover ricorrere a misure straordinarie per far fronte ad una crisi straordinaria, capace di distruggere l’umanità. Così era visto allora il riscaldamento globale e il catastrofismo si è solo leggermente attenuato.
A vent’anni di distanza, Bjorn Lomborg, “l’ecologista scettico” presidente del think tank Copenhagen Consensus, in un articolo pubblicato da Newsweek questa settimana, ha fatto i conti in tasca ad Al Gore. Quante delle sue oscure profezie si sono avverate? Nessuna. Anzi, in alcuni casi la tendenza è l’opposto rispetto a quella prevista. Gore aveva previsto un aumento sensibile dei morti per eventi climatici estremi. I numeri dimostrano il contrario. In un secolo, dagli anni 20 del Novecento ad oggi, si è passati da una media di 500mila morti annui per eventi estremi agli attuali 10mila, un calo del 97%. Gore aveva previsto un aumento degli uragani e della loro forza. I dati attuali dimostrano che non sono aumentati, anzi. Sono leggermente diminuiti rispetto alla quantità di uragani registrata nel 1980, dai rilevamenti satellitari.
Gli incendi, come gli eventi estremi, sono aumentati solo nei media, che danno loro molta più visibilità. Ma in concreto le aree distrutte ogni anno da incendi, in media, sono diminuite del 25% negli ultimi 25 anni.
E che dire degli orsi polari? L’immagine dell’orso bianco intrappolato su un iceberg galleggiante è diventato per anni il simbolo del riscaldamento globale, dello scioglimento dei ghiacci. Ma, numericamente parlando, gli orsi polari negli anni 20 del nostro secolo sono il doppio rispetto a quelli degli anni 60 del secolo scorso: 26mila oggi contro 12mila di allora. La loro maggior causa di mortalità è la caccia, non lo scioglimento dei ghiacci.
Questi veri e propri successi non dipendono affatto da politiche verdi, attente al cambiamento climatico. Nel 2006, quando usciva An Inconvenient Truth, l’82,6% del totale dell’energia globale era prodotta da fonti fossili. Oggi è l’81,1%. Eppure le politiche climatiche degli ultimi vent’anni sono costate approssimativamente 16mila miliardi di dollari in tutto il mondo.
Con dei risultati così, come fare a insistere nel climatismo? Nessuna politica suggerita ha avuto successo, nessuna previsione si è realizzata, levando dunque ogni pretesto (e ogni senso di urgenza) alla “rivoluzione verde”, venduta come unica ancora di salvezza per l’umanità. La stessa Greta Thunberg pare abbia cambiato mestiere e dopo aver recitato il ruolo di profeta di sventura presso tutte le istituzioni mondiali, oggi si dedica a Cuba. Protestando contro il blocco di fonti fossili che riforniscono l’isola, contribuendo a inquinamento ed emissioni di fonti fossili.
Eppure la lotta al cambiamento climatico è sempre in testa all’agenda europea. Gli statunitensi, eleggendo Trump, hanno dimostrato di sapersi ribellare a questa logica. Gli europei, chiunque votino, si ritrovano con energie rinnovabili e auto elettriche in cima alle priorità delle proprie classi dirigenti. La Ferrari Luce, l’auto che, solo nel giorno della sua presentazione, ha fatto perdere di colpo il 6% in Borsa al titolo dell’azienda del cavallino rampante, è prima di tutto il prodotto di questa ossessione climatista, della smania di voler trasformare in motore “tutto-elettrico” anche i miti rombanti del motore a scoppio. Sono scelte che non tengono conto né dei voti democratici, né del mercato. E neppure della scienza, stando ai calcoli di Lomborg. Ma allora perché?
Quei 16mila miliardi di dollari spesi in politiche verdi negli ultimi vent’anni sono certamente parte della risposta: in qualche tasca ci sono finiti, evidentemente. Attorno alle politiche climatiste si è creata una vasta rete di interessi miliardari. Ma non è una risposta esauriente e si rischia semmai di fare lo stesso errore dei climatisti stessi, sempre pronti a puntare il dito contro gli interessi dei petrolieri, a loro avviso i maggiori ostacoli alle politiche più “scientifiche”. Gli ultimi vent'anni di politiche verdi dimostrano che i petrolieri non erano affatto invincibili. Non erano loro a dettare la legge in campo energetico. Gli interessi si spostano. E a spostarli è una dimensione più profonda: il potere politico.
Il punto è che tutta la retorica su cui si regge la rivoluzione verde è basata sulla paura, a partire proprio dal film di Gore e dalle prediche della Thunberg. La paura, non da questo secolo, ma da sempre, è sempre stata il maggior carburante del potere. Di crisi climatica, così come di ogni successiva emergenza, dal Covid alla crisi energetica di questi mesi, si è sempre nutrita l’attuale classe dirigente. E di lì non si muove, perché si presenta come l’unica in grado di salvarci. Si tratta di una secolarizzazione del millenarismo: si fissa una data dell’apocalisse, si promette una salvezza (ma terrena e collettiva) e si fa il pieno di seguaci.


