Libano, passa la legge "lacrime e sangue" imposta dall’FMI
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Dopo un iter dibattuto e le proteste di migliaia di persone davanti al Parlamento, è stata approvata la legge sul bilancio 2026 dietro pressione del Fondo Monetario Internazionale. A protestare anche diversi militari: la Bussola ha raccolto le loro testimonianze.
Fine gennaio 2026. Mohamed, Median e Fadi (nomi di fantasia) stanno trascorrendo la notte davanti al Parlamento, in una tenda verde militare tirata su per l’occasione. Sono soldati dell’esercito libanese, i primi due in congedo, il terzo, più giovane, ancora in servizio attivo. Tutti e tre protestano per la stessa drammatica ragione: il loro salario mensile oscilla tra 280 e 300 dollari americani, gravemente insufficienti alle necessità familiari in un Paese in cui il costo della vita ha raggiunto livelli europei. È la seconda notte che passano all’addiaccio, da quando il Parlamento si è riunito per discutere la legge sul bilancio 2026, già approvata dal Consiglio dei ministri e sottoposta all’approvazione dei parlamentari. La questione è urgente, perché il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha chiesto – o meglio imposto – al governo libanese di portare a termine le attese “riforme finanziarie” come condicio sine qua non per l’accesso alla ristrutturazione del debito estero del Paese. Il timore è che tali riforme saranno pagate dalla popolazione, già stremata da quasi sette anni di crisi.
Con i tre militari accampati in tenda (un cristiano, un musulmano e un druso, «ma nell'esercito siamo tutti una famiglia», tengono a sottolineare) hanno protestato per tre giorni davanti al Parlamento migliaia di persone: centinaia di loro colleghi, di insegnanti, in maggioranza donne, di correntisti i cui risparmi sono evaporati nelle banche, di negozianti tassati ingiustamente dal nuovo progetto di legge; ogni categoria con il suo cahier de doléance, ma tutti concordi nell’affermare che la legge di bilancio è «totalmente disconnessa dalla realtà economica e sociale del Paese». Durante i due giorni di consultazioni in Parlamento molti deputati hanno espresso un ampio ventaglio di critiche alla legge, sottolineando che, come riferisce Ici Beyrouth, «manca di visione economica, non risponde ai bisogni dei settori pubblico e privato e trascura le riforme strutturali necessarie per restaurare la fiducia e sostenere il rilancio del Paese»; la verità inconfessata è però che per accedere ai fondi dell'FMI sarà comunque d’uopo approvarla, seppur con qualche emendamento che possa servire da rassicurazione, da minima speranza per il futuro.
Mentre aspettiamo che passi la notte – all’indomani, ultimo giorno di consultazioni, il Parlamento dovrà decidere – chiediamo ai tre militari di raccontarci le ragioni della loro protesta, davanti a un graditissimo caffè bollente preparato sul fornelletto da campo; è un fine gennaio particolarmente freddo e piovoso a Beirut, e la tenda è impregnata di umidità. Mohamed, il portavoce del terzetto in virtù della conoscenza di un po' di inglese e francese, prende la parola: «Stiamo vivendo una tragedia sociale di vasta portata», ci dice. «La politica monetaria imposta al Libano dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale avrà un impatto negativo sulle Forze dell’ordine e sull’Esercito libanese, fino a indebolirli e potenzialmente paralizzarli. Noi invece vogliamo che il Libano rimanga una nazione sovrana e libera, protetta dalle sue legittime forze dell’ordine». Questa legge è davvero così mal concertata? Chiediamo. «Se la legge sarà approvata senza emendamenti che ci garantiscano un minimo di respiro, non rimarremo in silenzio e non accetteremo di vedere i nostri diritti calpestati. Scenderemo in piazza per chiedere le dimissioni del governo».
Eppure il primo ministro libanese, Nawaf Salam, ha fatto promesse precise, assicurando che i cittadini non saranno preda di una legge ingiusta. «Salam non potrà mantenere le promesse che ha fatto perché è sotto pressione da parte del ministro delle finanze, un membro del partito di Amal che deve rispondere sia all'FMI che agli interessi della potente comunità sciita». Non c'è dunque una via d'uscita dalla crisi per la popolazione libanese? «Le nostre autorità fanno pagare le tasse ai poveri, mentre emanano leggi per esentare i loro partner commerciali dalle tasse. Più grave ancora, i nostri stessi governanti hanno interessi in tutti i settori produttivi: c'è chi possiede scuole, chi ospedali, chi università. Stanno privatizzando ogni settore e ne traggono lucro».
Arriva finalmente l'alba; la decisione del Parlamento è attesa per il pomeriggio di giovedì 29 gennaio. Frattanto incontriamo il generale in congedo F. in un caffè sulla Corniche, il lungomare di Beirut. «Ho dato trentasei anni della mia vita al Libano», ci dice. «Ho raggiunto i massimi vertici dell'Esercito e la pensione che percepisco attualmente ammonta a 600 dollari al mese. E io sono un privilegiato: ci sono centinaia, migliaia di soldati che negli anni hanno combattuto con Israele per la difesa del nostro Paese e sono rimasti invalidi, mutilati, amputati. Il loro mensile non basta nemmeno per i medicinali che devono assumere».
Come previsto, verso le quattro del pomeriggio il Parlamento si pronuncia: la legge viene infine approvata con 59 voti a favore, 34 contrari e 11 astenuti. Prima del voto, il generale responsabile dei militari in congedo ha ottenuto rassicurazioni in un colloquio privato con il primo ministro: a partire dal mese prossimo salari e pensioni saranno progressivamente aumentati fino a raggiungere le cifre di prima della crisi del 2019. Anche se la promessa non sarà mantenuta, la rassicurazione basta per scatenare la gioia dei militari, che in serata invadono lo spazio antistante l'edificio del Parlamento con il placet benevolo dei loro colleghi di guardia.
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