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MEDIO ORIENTE

Libano: negoziati in vista, ma la guerra con Israele continua

Nonostante la tregua formale, nella realtà Israele sta proseguendo le sue operazioni militari nel sud del Libano, mietendo vittime a centinaia, anche civili. Il tutto in vista dei negoziati che si aprono questa settimana a Washington.

Esteri 13_05_2026
Bombardamenti israeliani nel sud del Libano (AP)

«In Galilea Hezbollah ha fatto poche vittime perché il Paese è coperto dall'Iron Dome e i kibbutz sono attrezzati di bunker e dotati di un sistema efficientissimo di sirene  di allarme.  Ciò non significa che Hezbollah non spari e non sia una minaccia continua per Israele». Chi parla è Ester, (nome di fantasia) docente, giornalista e membro dell'antichissima comunità ebraica di Roma. Commenta così la sproporzione – che le abbiamo fatto notare - tra la potenza di fuoco della milizia sciita e quella dell'esercito israeliano: secondo il Ministro libanese della Salute Pubblica Rakan Nassereddine, tra il 2 marzo e il 12 maggio Idf ha provocato 2882 vittime civili nel Paese dei Cedri (8768 i feriti), di cui almeno 16 nelle ventiquattr'ore precedenti alla rilevazione e 380 dall'entrata in vigore della tregua tra Israele e Libano il 17 aprile.

Lo Stato Ebraico, infatti, viola apertamente la tregua (“Non esiste Cessate il fuoco sul fronte nord”, ha ribadito al Parlamento israeliano il Capo di Stato Maggiore dell'IDF Eyal Zamir, chiedendo alla Knesset ulteriori risorse da impiegare in Libano); dal canto suo, Hezbollah non riconosce né la tregua né i negoziati diretti tra i due Paesi - il cui terzo round è previsto a Washington il 14 e 15 maggio prossimi - e pur con armi, mezzi ed effettivi decimati da IDF continua a condurre operazioni contro l'esercito israeliano nel sud del Paese e nel nord di Israele.

Incontriamo casualmente Ester in un salotto romano durante un'occasione conviviale – qualcuno ha fatto scivolare il discorso sulla situazione in medioriente e le preme dire la sua opinione: «È falso che Hezbollah non ha fatto vittime civili in Israele; tempo fa in Galilea è morto un bimbo di sette anni, colpito dalla scheggia di un razzo sparato dal Libano. Il piccolo stava giocando all'aperto e non ha capito di dover correre nel rifugio. Sono morti anche dei beduini che lavoravano per un kibbutz poco lontano: erano al pascolo con il bestiame e certamente non avevano un bunker a disposizione. Credete a me che ho vissuto per anni in Israele, proprio in un kibbutz in Galilea» prosegue. «Tra Hezbollah a nord e Hamas a sud, la vita laggiù è un inferno: le sirene non smettono di suonare, né di giorno né di notte».

La quotidianità descritta da Ester - insicurezza, senso di terrore continuo, stato di allerta permanente, scarsa qualità della vita - sembra l'inevitabile sacrificio che lo  Stato Ebraico è costretto ad offrire sin dalla sua nascita sull'altare del disprezzo verso le popolazioni vicine. Nello specifico, come riporta una recente analisi pubblicata sul media israeliano Ynet, la “maledizione del Libano” ha ossessionato generazioni di israeliani, a partire dall'Operazione  primavera di gioventù del 1973, passando per l'Operazione Litani del 1978 e per l'Operazione Pace in Galilea del 1982, fino alla Guerra dei trentatre giorni del 2006 e all'aggressione in corso. L'autrice dell'articolo, Ariela Ringel Hoffman, fa suo l'invito che le ha rivolto, racconta, un «sostenitore del Partito Repubblicano, amico di Israele» incontrato casualmente a Houston, a proposito dei libanesi, o dei membri di Hezbollah - che per l'autrice sono la stessa cosa: «colpiteli forte. Non smettete finché non li finirete, non importa quanto tempo ci vorrà». Per Ringel Hoffman si tratta di un “importante messaggio” che passerà ai suoi nipoti, “che lo passeranno ai loro.”

Che il Libano non sia solo il “Terroristan” paventato da Israele ma un mosaico di antichissime e radicate civiltà è dimostrato dal fatto che più di cinquant'anni di aggressioni, iniziate quando Hezbollah non esisteva ancora (ma in territorio libanese avevano trovato ricetto nuclei importanti di palestinesi dell'Olp) non sono riusciti a ridurre in cenere un Paese debole e di fatto privo di un esercito regolare. Che “farla finita col Libano”, secondo il wishful thinking di Benjamin Netanyahu all'alba di quest'ultima aggressione al Paese dei Cedri, non sia poi così facile è invece dimostrato dalle ultime dichiarazioni dello stesso Premier israeliano. Cambiando leggermente la narrazione, e prendendo evidentemente atto che la sconfitta di Hezbollah è di là da venire, Netanyahu ha dichiarato di voler “collaborare con il governo libanese” per liberarlo dal Partito di Dio; nelle sue parole, Israele ha sì messo in ginocchio Hezbollah “distruggendone il 90% delle armi”, ma la milizia sciita è ancora in possesso di “migliaia di razzi e di alcuni missili balistici”.

Il portavoce in lingua araba dell'esercito israeliano, Avichay Adraee, ha dichiarato che “durante lo scorso weekend la Divisione 91 di Idf ha colpito 40 infrastrutture di Hezbollah  ed eliminato più di dieci effettivi” della milizia che stavano “minacciando azioni contro le truppe israeliane nel sud del Libano”. Secondo il Ministro Libanese della Salute Pubblica tra le dieci persone uccise c'erano due paramedici che Idf "ha colpito intenzionalmente” in due diversi attacchi nella giornata di domenica, a Qalaouiyah e Tibnin.

Frattanto, l'esercito israeliano continua ad emanare ogni giorno nuovi ordini di evacuazione che stanno spopolando intere aree del Libano, spingendo la popolazione sempre più a nord. Il Primo Ministro libanese, Nawaf Salam, ha reso noto che al momento Idf occupa 68 località del Libano, e che Bint Jbeil - la città sciita a quattro chilometri dal confine con Israele teatro di forti scontri tra l'esercito israeliano  ed Hezbollah - è ridotta a una “replica di Gaza”.

In vista delle imminenti trattative di Washington, Salam ha dichiarato che il Libano «è pronto alla pace con Israele se saranno rispettate certe condizioni», in primis la cessazione degli attacchi di Idf sul Paese e il ritiro delle truppe israeliane dal sud. Sembra improbabile che questi punti saranno messi a tema a breve, in quanto appare chiarissima la volontà israeliana di proseguire la guerra – tregua o non tregua.