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Libano, dopo il voto caotico accoglierà Francesco

Il voto in Libano non ha prodotto alcuna maggioranza chiara. Anche se mancano ancora giorni prima di conoscere i risultati definitivi, la coalizione sciita ha perso la maggioranza. In questo clima di confusione, il Libano si prepara ad accogliere papa Francesco. Che potrebbe anche allungare il viaggio per raggiungere Gerusalemme. 

Libano al voto

Ci vorranno ancora molti giorni per conoscere il risultato definitivo della consultazione per il rinnovo del Parlamento del Libano. Mentre proseguono a ritmo serrato le verifiche delle schede, nel paese si sta diffondendo la voce che le elezioni sono state condizionate dalla compravendita di voti e dal clientelismo, che hanno gravemente influenzato la scelta degli elettori. In particolare, a pronunciare queste parole è stato György Hölvényi, capo osservatore della missione europea di controllo, nominato da Josep Borrell, alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione europea.

Dai dati resi noti, emerge che il partito delle Forze libanesi (sostenuto dall’Arabia Saudita) avrebbe guadagnato dei seggi, diventando la prima forza cristiana davanti al Movimento patriottico libero del presidente della Repubblica, Michel Aoun. La novità politica, però, è rappresentata dal fatto che Hezbollah e gli alleati sciiti non hanno riportato la maggioranza assoluta. Non esiste più, dunque, un numero sufficiente di partiti filoiraniani per poter governare il Paese dei cedri. Il dato rilevante è costituito dai tredici eletti, non provenienti dai partiti tradizionali, ma da liste della società civile, alcuni dei quali eletti dal voto per corrispondenza dei libanesi residenti all'estero, tutti schierati, ovviamente, contro l’egemonia di Hezbollah, ma anche contro il vecchio sistema. In sostanza, la frammentazione del Parlamento e l’incertezza per le possibili alleanze rendono difficile la previsione di stabilire da che parte penderà la nuova maggioranza. Quello che è uscito dalle urne è un quadro politico fortemente diviso, che ora attende di poter conoscere l’attribuzione dei 128 seggi del nuovo Parlamento e la possibile coalizione del nuovo Governo.

Secondo un sistema prestabilito di condivisione del potere, il presidente dev’essere un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita e il portavoce del Parlamento un musulmano sciita. Cariche, ovviamente, che dovranno uscire dal nuovo Parlamento.

La recente consultazione era considerata l’ultima opportunità per cercare di indirizzare il paese sulla strada del risanamento economico, dopo il peggioramento degli ultimi mesi e il grave incidente dell'esplosione del 2020, provocato da materiale ammassato imprudentemente nel porto di Beirut, e che ha provocato la morte di più di duecento persone, migliaia di feriti e la distruzione di vaste aree residenziali prossime allo scalo. Sull’accaduto ci sono ancora indagini in corso e secondo alcuni giornali libanesi, dietro il carico di nitrato di ammonio, che ha causato l’esplosione, ci sarebbero importanti uomini di affari siriani.

L’instabilità politica e la crisi economico-finanziaria si aggravano di giorno in giorno e l’assenza di riforme economiche ha ostacolato i negoziati per ottenere un pacchetto di aiuti dal Fondo monetario internazionale. A complicare la situazione si è aggiunta l’interruzione dei rapporti diplomatici con alcuni paesi del Golfo. Un paese, dunque, in forte difficoltà, dilaniato da una sorta di guerra civile provocata dagli odi religiosi e da numerosi attentati, fiaccato dalla corruzione e dall’incapacità politica dei suoi governanti.  In questo contesto, il blocco parlamentare "Sviluppo e liberazione", il raggruppamento del movimento sciita (Amal), ha annunciato la candidatura del suo presidente, Nabih Berri, a capo del Parlamento nella speranza che i nuovi eletti sostengano questa nomina.

Ed è in questo clima che papa Francesco dovrebbe recarsi a Beirut, a metà del prossimo mese, anche se il viaggio apostolico non è mai stato confermato ufficialmente e potrebbe slittare per le condizioni di salute di Bergoglio, costretto ad utilizzare - è già la terza volta - la sedia a rotelle, a causa di un legamento lacerato del ginocchio. Secondo quanto riportato dal giornale Al Markaziya, il ministro del turismo libanese, Walid Nassar, ha fatto trapelare che non è ancora pervenuta «nessuna cancellazione della visita di papa Francesco», aggiungendo però che «la data della visita potrebbe essere posticipata per motivi di salute». Quello di papa Francesco dovrebbe essere un viaggio sulle orme di San Paolo, da Roma a Gerusalemme, per raggiungere la Siria imperiale, per ora terra proibita a causa della guerra.

La questione di un eventuale viaggio apostolico in Libano è stata affrontata tra papa Francesco e il presidente della Repubblica del Libano, Michel Aoun, durante un colloquio avvenuto lo scorso mese di marzo. Aoun ha incontrato anche il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin, accompagnato da mons. Paul Richard Gallagher, segretario dei Rapporti con gli Stati. Nel corso dei colloqui sono stati affrontati temi riguardanti la situazione socioeconomica e la questione dei rifugiati, nella speranza che giungano gli aiuti della comunità internazionale e siano realizzate le riforme necessarie per favorire la coabitazione pacifica tra le varie confessioni religiose presenti nel paese. «È una benedizione per il popolo e una speranza per la patria», ha detto il cardinale libanese Béchara Boutros Raï, patriarca maronita di Antiochia, in merito all’auspicabile e prossimo viaggio papale in terra libanese.

Non solo il Libano, ma anche Israele. Da indiscrezioni che circolano a Gerusalemme, il pontefice, durante il suo viaggio nel Paese dei Cedri, avrebbe dovuto fare una sosta nella Città Santa, per riproporre un avvicinamento con Mosca. La prima tappa doveva essere un incontro ecumenico con il patriarca della Chiesa russa Kirill. Ma l’iniziativa sarebbe stata per ora congelata, dopo l'intervista rilasciata dal pontefice al Corriere della Sera e soprattutto per le divergenze sulla guerra in Ucraina. Data e luogo non sono mai stati, comunque, annunciati ufficialmente. Il metropolita Hilarion, capo del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, parlando con i giornalisti a Mosca, ha ribadito che il rinvio dell'incontro è dovuto ai problemi causati dagli eventi internazionali degli ultimi mesi. Hilarion ha ricordato poi la recente conversazione tra il papa e il patriarca russo, avvenuta in videoconferenza. «È stato – ha sottolineato – un dialogo molto cordiale e sono state affrontate questioni che stanno interessando il mondo».

La tappa a Gerusalemme per il pontefice sarebbe stata anche l'occasione per lanciare un appello ai palestinesi e agli israeliani, affinché si rinunci alle armi e venga posta la parola fine alla strage quotidiana di gente innocente. Ma la Segreteria di Stato non sta a guardare. Papa Francesco è pronto a ricevere il presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. «L’obiettivo – afferma il cardinale Pietro Parolin – è unire tutte le forze per cercare di fermare questa crisi». L'Unione Europea preoccupata per quanto sta accadendo tra Israele e Palestina ha spinto la massima autorità politica a fare un viaggio in Israele. Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, è stata accolta domenica scorsa all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv con tutti gli onori. La Metsola, che si fermerà in Israele fino a martedì 24 maggio, è stata ricevuta alla Knesset dal presidente dello Stato di Israele Isaac Herzog, dal presidente della Knesset Mickey Levy, dal primo ministro Naftali Bennett, dal ministro degli Affari esteri Yair Lapid e da altre figure di spicco del panorama israeliano. Roberta Metsola si recherà poi in visita anche nei Territori occupati in Palestina.

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