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TRANSIZIONE

Amnistia in Venezuela, un primo passo per il ritorno alla democrazia

La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, annuncia l'amnistia generale del prigionieri politici dal 1999 (inizio del chavismo) ad oggi. Un primo piccolo passo, reso possibile dall'arresto di Maduro. 

Esteri 02_02_2026
Venezuela, protesta per la liberazione dei prigionieri politici (AP)

Non è del tutto vero che in Venezuela sia rimasta la stessa dittatura di prima, anche dopo il blitz americano per l’arresto di Nicolas Maduro, il 3 gennaio scorso. C’è già aria di cambio di regime, anche se restano al potere le persone del vecchio apparato. La vice di Maduro, Delcy Rodríguez, da un mese nuova presidente del Venezuela, ha annunciato un’amnistia generale per i prigionieri politici dal 1999, dunque dalla prima amministrazione Chavez. La presidente ha presentato l'iniziativa venerdì durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario presso la Corte Suprema.

Non si tratta della prima amnistia in assoluto. Nel 2007, l’allora presidente Hugo Chavez aveva concesso l’amnistia a tutti i prigionieri politici presi a seguito del tentativo di insurrezione contro il regime bolivariano del 2002. Nel 2020, Maduro ha concesso 110 amnistie per decreto prima delle elezioni legislative. In questo caso, però, l’amnistia è generale e riguarda tutte le vittime del regime. La presidente, retrodatando al 1999 l’inizio del problema dei prigionieri politici, sta facendo una doppia ammissione importante: che ci sono prigionieri politici (e non solo detenuti comuni o “terroristi”) e che dal 1999 in Venezuela c’è una dittatura, non una democrazia.

In un altro comunicato, sempre venerdì sera, il governo venezuelano ha annunciato la chiusura del centro di detenzione El Helicoide, simbolo del terrore chavista. Progettato originariamente per essere un centro commerciale, poi trasformato in un carcere e centro di tortura del Sebin (il servizio segreto venezuelano), secondo i progetti del nuovo governo dovrebbe essere riconvertito in uno “spazio comunitario” destinato ad attività sportive, culturali e sociali. Anche in questo caso si tratta di una piccola concessione, ma con un grande impatto simbolico.

Secondo il Foro Penal, attualmente ci sono 711 prigionieri politici in tutto il Venezuela. Secondo la stessa organizzazione, dall’8 gennaio (meno di una settimana dopo il blitz americano) ne sono stati rilasciati 302, poco meno della metà. Alcuni dei prigionieri politici sono ancora in carcere da 23 anni.

Maria Corina Machado, la leader dell’opposizione democratica in esilio in Spagna, dopo la sua fuga rocambolesca dal Venezuela, potrebbe rientrare in patria, in sicurezza, nel momento in cui l’amnistia dovesse essere confermata e trasformata in legge dal parlamento. La vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025, ha attribuito la decisione alle pressioni degli Stati Uniti. «Non è una cosa che il regime ha voluto fare volontariamente». Delcy Rodriguez ha confermato le conversazioni telefoniche con Trump e Marco Rubio su questioni bilaterali, tra cui la riapertura dello spazio aereo e l'apertura del petrolio agli investimenti stranieri.

Mercoledì 28 gennaio, il segretario di Stato Marco Rubio aveva illustrato il piano di transizione del Venezuela, in tre fasi. Perché, prima di tutto, l’amministrazione Trump deve ribadire il concetto che un piano di transizione esiste e che il fine è sempre quello di riportare la democrazia in Venezuela. Non è solo un’occupazione per motivi petroliferi. «La conclusione che vogliamo raggiungere – ha spiegato Rubio in Senato - è una transizione verso un Venezuela amichevole, stabile, prospero e democratico».

Tuttavia il processo di transizione non sarà rapido, non è un qualcosa che si possa realizzare dall’oggi al domani. Il petrolio c’entra, ma non si può accusare gli Usa di essere dei meri predatori, se prima non si tiene conto che già nel Venezuela di Maduro c’era un’economia di predazione, gestita direttamente dal regime e a tutto vantaggio della Cina, a cui veniva venduto il petrolio a prezzo politico. La prima fase del piano di transizione di Rubio riguarda appunto il petrolio e il suo mercato: «il Venezuela può vendere greggio a prezzi di mercato, quindi non più a sconto come faceva con la Cina, ma i soldi vengono depositati su un conto supervisionato dagli Stati Uniti», in modo da evitare che torni a essere usato come un bancomat dal regime.

Nella seconda fase si provvederà alla ricostruzione dell’economia del paese, non solo petrolifera, anche con investimenti di aziende straniere, occidentali, non solo statunitensi. Per preparare la strada alla seconda fase, l’attuale parlamento venezuelano, ha approvato una nuova legge sugli idrocarburi, che elimina molte delle restrizioni introdotte nell’era Chavez. Le leggi del regime bolivariano avevano trasformato una potenza petrolifera, esportatrice di greggio e ricca, in uno Stato sottosviluppato e inefficiente, piagato da crisi di carburante e blackout.

La terza e ultima fase sarà la transizione democratica e il prossimo governo dovrebbe essere eletto dal popolo. Ma per arrivare a questo traguardo, devono prima essere soddisfatte alcune condizioni: la scarcerazione dei prigionieri politici, la restaurazione di una piena libertà di parola, di stampa e di assemblea. L’annuncio di un’amnistia e la chiusura del peggior centro di tortura del regime sono dei primi piccoli passi in questa direzione.