Lega in crisi, avviso alla Meloni per l'ultimo giro di boa
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Giorgetti rompe il suo riserbo e stoppa l'ipotesi di voto anticipato per consentire alla Lega di recuperare sul piano del consenso. Un avvertimento che la Meloni non può ignorare.
Le fibrillazioni nella Lega non sono una novità, ma nelle ultime settimane stanno assumendo toni sempre più allarmanti. Matteo Salvini, riconfermato appena un anno fa alla guida del Carroccio per altri quattro anni, continua formalmente a mantenere il controllo del partito, ma si trova stretto nella morsa dei governatori del Nord e dei dirigenti storici che chiedono un deciso cambio di rotta. Il messaggio che arriva dai territori è chiaro: meno attenzione alle grandi opere simboliche come il Ponte sullo Stretto e più concentrazione sulle battaglie identitarie che hanno costruito il consenso leghista, a partire dall'autonomia differenziata e dalla difesa degli interessi del Nord produttivo.
In questo quadro già complesso, il segnale politicamente più significativo della giornata è arrivato dall'intervista concessa ieri al Corriere della Sera dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti. Un intervento che ha sorpreso molti osservatori, non tanto per i contenuti quanto per il profilo del protagonista. Giorgetti, infatti, è tradizionalmente uno degli esponenti più riservati della Lega. Raramente interviene nelle dinamiche di partito e ancora più raramente utilizza interviste pubbliche per inviare messaggi politici.
Per questo motivo le sue parole contro l'ipotesi di elezioni anticipate nella primavera del 2027 meritano una lettura che va oltre il tema procedurale. Ufficialmente il dibattito riguarda il calendario elettorale. Da una parte c'è chi ritiene opportuno anticipare il voto ad aprile 2027 per evitare la coincidenza con le elezioni amministrative previste per giugno e per scongiurare una lunga campagna elettorale durante il periodo estivo qualora si andasse alle urne alla scadenza naturale dell'autunno, peraltro alla vigilia della presentazione della manovra finanziaria. Dall'altra parte Giorgetti ha espresso una netta contrarietà.
Dietro questa posizione si intravede però una preoccupazione tutta politica. La Lega teme infatti di non avere ancora il tempo necessario per recuperare consenso. I sondaggi continuano a registrare difficoltà e il partito appare schiacciato tra la leadership dominante di Giorgia Meloni e la crescita di un'area di destra sempre più attratta dal fenomeno Roberto Vannacci. Una dinamica che rischia di erodere ulteriormente il bacino elettorale leghista.
Il ragionamento del ministro dell'Economia è molto semplice: senza un risultato concreto sull'autonomia differenziata, la Lega arriverebbe alle elezioni priva del principale trofeo politico da esibire al proprio elettorato. Per decenni l'autonomia è stata la bandiera identitaria del movimento. Se la legislatura si concludesse senza aver portato a casa questo obiettivo, il rischio sarebbe quello di presentarsi agli elettori con un bilancio insufficiente proprio sul terreno che storicamente distingue il Carroccio dagli alleati.
Le parole di Giorgetti possono quindi essere interpretate come un messaggio rivolto direttamente a Palazzo Chigi. Il senso politico è che non si può chiedere al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere prima della conclusione naturale della legislatura se una delle principali forze della maggioranza non ha ancora ottenuto il risultato che considera fondamentale. Un avvertimento che Giorgia Meloni difficilmente può permettersi di ignorare.
La presidente del Consiglio sa infatti che l'equilibrio della coalizione passa anche dalla tenuta della Lega. Un eventuale ridimensionamento del partito di Salvini aprirebbe scenari complicati. Da un lato aumenterebbe il peso relativo di Fratelli d'Italia. Dall'altro potrebbe rendere necessario un rapporto sempre più stretto con il mondo che si riconosce in Vannacci, con tutte le conseguenze che questo comporterebbe sul piano dell'immagine e del posizionamento politico. Uno sbilanciamento ulteriore verso destra rischierebbe infatti di allontanare una parte dell'elettorato moderato che oggi rappresenta una componente importante del consenso del centrodestra.
Nel frattempo Salvini è impegnato in una delicata operazione di ricucitura interna. Il segretario sta cercando di coinvolgere maggiormente i governatori nella gestione del partito, nella consapevolezza che proprio dai territori arrivano le pressioni più forti. Le amministrazioni regionali del Nord continuano a rappresentare il cuore del potere leghista e i loro presidenti chiedono un ritorno alle priorità tradizionali del movimento.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce il malessere dei leader storici. Figure come Roberto Castelli e Francesco Speroni continuano a richiamarsi all'eredità politica di Umberto Bossi e denunciano quello che considerano un progressivo allontanamento dalle ragioni originarie del movimento. Le loro critiche trovano ascolto in una parte della base che guarda con crescente nostalgia alla Lega delle origini e considera insufficiente l'attenzione dedicata ai temi del Nord.
In questo contesto sta assumendo un ruolo sempre più importante il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga. Salvini vede in lui una figura capace di svolgere una funzione di raccordo tra la segreteria e i territori, contribuendo a contenere le tensioni interne. Una scelta che risponde anche a un'altra esigenza politica: bilanciare il peso di Luca Zaia.

