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CHIESA

Lefebvriani, lo stato di necessità è una contraddizione

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La decisione di consacrare vescovi senza mandato pontificio in nome di una necessità di fedeltà alla Tradizione, significa  separare la Tradizione dalla Chiesa concreta nella quale la Tradizione vive, e si trasforma la fedeltà in criterio autoattribuito.

Editoriali 09_02_2026

La Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da mons. Marcel Lefebvre (29 novembre 1905 – 25 marzo 1991), nell'annunciare nuove consacrazioni episcopali previste per il 1º luglio 2026, ha presentato tale scelta come risposta a una “grave necessità” riguardante il bene delle anime e la custodia della Tradizione, e insistendo sul fatto che non si tratterebbe di una misura di mera autoconservazione dell’istituto.  

In questa autogiustificazione sta il punto decisivo, perché l’argomento non si limita a chiedere tolleranza per una disobbedienza, bensì pretende di fondare una legittimità alternativa, o almeno concorrente, che si appoggerebbe su una categoria moralmente altissima, lo “stato di necessità”, e su un riferimento ancora più alto, la fedeltà alla Tradizione perenne.

Il profilo canonico, preso in sé, è chiaro e non richiede artifici interpretativi. Il diritto della Chiesa qualifica la consacrazione episcopale senza mandato pontificio come delitto punito con scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica, colpendo sia il consacrante sia il consacrato.
La norma, in questa materia, non tutela una prassi burocratica, tutela la forma visibile della comunione, poiché il mandato pontificio non è un orpello posto “dopo” il sacramento, è il segno giuridico del fatto che l’episcopato, nella Chiesa cattolica, è intrinsecamente ordinato all’unità del corpo ecclesiale e alla sua struttura gerarchica.

Quando un gruppo decide che la “necessità” gli consente di generare una linea episcopale senza mandato, non compie soltanto un atto irregolare, compie un atto che incide sul principio di unità, rendendo di fatto la comunione dipendente da un consenso successivo, eventuale, reversibile. È precisamente ciò che la Chiesa, con lunga esperienza storica, ha sempre riconosciuto come dinamica oggettiva di rottura, indipendentemente dalle intenzioni soggettive dichiarate.

Un passaggio storico va richiamato con nettezza per evitare equivoci. La remissione delle scomuniche dei quattro vescovi consacrati nel 1988 avvenne nel 2009 con decreto della Congregazione per i Vescovi, in un quadro voluto da Benedetto XVI. Quella remissione, tuttavia, non significò la piena regolarizzazione, e la Santa Sede precisò che lo status canonico della Fraternità restava irrisolto e che il ministero esercitato rimaneva privo di liceità.
La distinzione tra rimozione della pena e ricomposizione della comunione non è un cavillo, perché mostra che la questione non è riducibile a un incidente disciplinare riparabile con un gesto unilaterale, bensì riguarda la coerenza tra forma della comunione e atti che la costituiscono.

Si comprende, allora, alla luce di queste considerazioni, perché l’argomento della “necessità” vada smontato sul terreno che esso stesso pretende, cioè sul terreno teoretico. Nel pensiero classico, e in particolare nella grammatica tomista, la necessità non è un passepartout capace di convertire l’illecito in lecito. Necessità significa impossibilità reale di conseguire un bene dovuto senza un mezzo determinato e implica un criterio di oggettività, un criterio di proporzione e un criterio di non-contraddizione rispetto al bene perseguito. Se la necessità è oggettiva, non può essere certificata dall’agente che trae vantaggio dall’eccezione. Se è proporzionata, non può autorizzare un mezzo che ferisca la struttura del bene che si invoca. Se è non contraddittoria, non può pretendere di salvare la Tradizione dissolvendo la forma ecclesiale della Tradizione.

Quando la Fraternità afferma che l’atto non sarebbe per la propria sopravvivenza, bensì per una necessità “ecclesiale”, l’affermazione, proprio perché alta, espone l’argomento al suo giudizio più severo. La necessità in senso forte richiederebbe che, nella Chiesa, sia diventato impossibile garantire la continuità sacramentale e apostolica senza produrre, in autonomia, una linea episcopale propria. Un simile enunciato non è sostenibile, perché la Chiesa possiede una successione apostolica universale e non manca, in linea di principio e in linea di fatto, la possibilità di trasmettere la fede e i sacramenti.

Resta allora una necessità di altro genere, cioè la necessità di garantire, in modo stabile e omogeneo, una determinata scuola formativa e liturgica. Questo bene può essere grande, può essere anche meritorio, può essere oggetto di legittima preferenza spirituale, tuttavia non coincide con una necessità che autorizzi a intaccare il principio formale dell’unità gerarchica. Qui l’argomento scivola dal piano dell’oggettivo al piano del desiderato, dal piano del necessario al piano dell’opportuno e poi risale abusivamente, vestendosi di una sacralità che non gli appartiene.

Si presenta allora l’obiezione più insidiosa: la necessità, si dice, non è arbitrio, perché è guidata dalla fedeltà alla Tradizione viva e perenne della Chiesa. L’obiezione colpisce l’immaginario, non colpisce la logica. Tradizione non è soltanto un contenuto da conservare, è anche una forma da ricevere e questa forma include la comunione visibile, la gerarchia, il primato come principio di unità.

Se si sostiene che, in nome della grave crisi che la Chiesa sta attraversando (solo oggi dopo il Concilio Vaticano II? E prima no), la "situazione di necessità" legittima l'atto di ordinazione di vescovi senza mandato, si separa la Tradizione dalla Chiesa concreta nella quale la Tradizione vive e si trasforma la fedeltà in criterio autoattribuito. Il risultato è un paradosso: si proclama di servire ciò che è perenne e si introduce un principio che, se generalizzato, renderebbe la Chiesa una costellazione di “fedeltà” concorrenti, ciascuna legittimata dalla propria percezione della crisi. È una logica che non difende la Tradizione, la privatizza.

La crisi ecclesiale contemporanea può essere profonda e non soltanto disciplinare e proprio per questo non si cura con un gesto che assume come premessa implicita l’insufficienza della forma cattolica della comunione. La necessità invocata, priva di determinazione oggettiva e di misura proporzionale, diventa concetto vago, e un concetto vago in materia di autorità diventa potere. Ne segue che consacrare senza mandato, mentre si afferma di voler restare “nella” Chiesa, è un atto che oltrepassa la soglia della semplice irregolarità e assume una qualità intrinsecamente scissiva, perché istituisce un principio pratico di autonomia ecclesiale.

La fedeltà alla Chiesa di Cristo non consiste nel trattenere selettivamente ciò che piace della Tradizione, consiste nel riceverla intera, e la Tradizione intera comprende anche l’obbedienza come forma della verità ecclesiale, che vincola soprattutto quando la crisi rende più difficile distinguerla dalle proprie ragioni.



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