L'economia sommersa online, la nuova frontiera dell'evasione
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La digitalizzazione non ha ridotto i redditi non dichiarati, anzi rende il quadro ancora più complesso. Influencer e digital creator sono tra i fronti più critici da monitorare. Il fenomeno non riguarda solo i big, ma una moltitudine di soggetti che monetizzano contenuti sul web spesso senza conoscere gli obblighi fiscali connessi a tali attività.
Il fenomeno dell’evasione fiscale in Italia non è certamente nuovo; tuttavia, negli ultimi anni ha assunto caratteristiche sempre più complesse e difficili da intercettare. Accanto alle forme tradizionali di economia sommersa, ad esempio il lavoro in nero, la mancata fatturazione o le operazioni inesistenti, si è sviluppato un ecosistema parallelo alimentato dalla crescente digitalizzazione dell’economia. In questo contesto, la tracciabilità delle operazioni non ha eliminato l’evasione ma, paradossalmente, in alcuni casi l’ha resa ancora più sofisticata.
L’economia non osservata in Italia vale oltre 200 miliardi di euro, pari a circa il 10% del PIL, un dato che comprende sia l’evasione fiscale in senso stretto, sia le attività illegali che producono redditi non dichiarati. Sono numeri che confermano come il sommerso non rappresenti una realtà marginale, ma una componente stabile e strutturale del sistema economico nazionale. Senza l’evasione o almeno riducendone sensibilmente l’entità, il nostro Paese sarebbe una delle economie più fiorenti e in buona salute.
In questo scenario si inserisce la dimensione digitale. L’evasione online, infatti, non soltanto non ha ridotto la propria incidenza ma ha anche aperto nuove aree di rischio. E-commerce, piattaforme di prenotazione, vendite tra privati e, soprattutto, l’economia degli influencer e dei digital creator costituiscono oggi uno dei fronti più critici e difficili da monitorare.
Durante il Festival dell’Economia di Trento è emerso con chiarezza come la trasformazione digitale abbia anticipato la capacità del legislatore di definire un adeguato inquadramento fiscale. Il risultato è un vuoto interpretativo che non riguarda soltanto l'attività di controllo ma anche la stessa definizione dei redditi generati nell’economia digitale.
Come ha sottolineato il comandante generale della Guardia di Finanza, Andrea De Gennaro, una delle difficoltà principali riguarda la qualificazione dei redditi prodotti dai creator, che possono essere ricondotti sia all’attività d’impresa sia al lavoro autonomo professionale. Una distinzione tutt’altro che marginale, considerando che da essa dipende il regime fiscale applicabile. Il fenomeno degli influencer e dei content creator è caratterizzato da una diffusione ampia e trasversale. Non riguarda soltanto i grandi nomi del web ma anche una moltitudine di soggetti che monetizzano contenuti sulle piattaforme digitali, spesso senza una piena consapevolezza degli obblighi fiscali connessi a tali attività. In alcuni casi, gli stessi contribuenti hanno ammesso di non conoscere con chiarezza le modalità e i criteri di versamento delle imposte dovute.
A rendere più complesso il quadro è il divario tra i redditi dichiarati e l’effettiva attività svolta online: visualizzazioni, engagement, follower e sponsorizzazioni generano infatti flussi economici difficilmente tracciabili con strumenti di controllo tradizionali. È proprio su questa sproporzione che si concentra oggi una parte significativa delle attività di analisi del rischio fiscale.
Tuttavia, il digitale non rappresenta l’unico ambito critico. Infatti, restano diffuse alcune forme più tradizionali di evasione evoluta, come la mancata emissione di fatture, le operazioni inesistenti e l’utilizzo di POS collegati a conti esteri o circuiti finanziari opachi. A questo si aggiunge un fenomeno in crescita che riguarda l’esercizio abusivo di alcune professioni, in particolare nel settore sanitario ed estetico, con casi di medici e chirurghi non autorizzati che operano al di fuori delle regole fiscali e ordinistiche. Si tratta di situazioni che, oltre a generare un’evasione totale, producono anche effetti distorsivi sul mercato e sollevano questioni rilevanti sulla sicurezza e la tutela dei pazienti.
Anche l’e-commerce e le piattaforme di servizi stanno generando nuove forme di economia sommersa. Dalle vendite online di veicoli prive di una vera e propria struttura commerciale alla trasformazione di compravendite tra privati in attività abituali e quindi fiscalmente rilevanti, fino al settore delle prenotazioni alberghiere gestite da grandi piattaforme internazionali, il confine tra economia formale e informale risulta sempre più labile e difficilmente definibile.
Secondo quanto illustrato nel corso del Festival, la risposta istituzionale si sviluppa lungo due direttrici principali: prevenzione e repressione. La prima si fonda sulla semplificazione degli adempimenti e sulla riduzione degli oneri burocratici; la seconda, invece, si affida all’evoluzione delle attività di controllo, sempre più orientate all’individuazione di schemi complessi di evasione e supportate dall’impiego delle nuove tecnologie. In questo contesto, strumenti come la fatturazione elettronica e il collegamento tra registratori di cassa e POS rappresentano un significativo passo avanti nella tracciabilità dei flussi economici. Tuttavia, come sottolineato da De Gennaro, l’evasione tende a riorganizzarsi rapidamente, spostandosi verso nuove forme non appena si rafforza la capacità di controllo.
Un ulteriore fronte di attenzione riguarda il riciclaggio, stimato in Italia tra i 25 e i 35 miliardi di euro l’anno. Anche qui le modalità operative si sono evolute, passando dalle tradizionali triangolazioni finanziarie all’uso di criptovalute, IBAN virtuali e circuiti transnazionali difficili da ricostruire.
La crescente complessità dei fenomeni economici ha reso centrale l’utilizzo dei dati e delle tecnologie avanzate. L’Intelligenza Artificiale, in particolare, sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nell’analisi del rischio fiscale e nell’elaborazione di grandi quantità di informazioni provenienti da fonti diverse, consentendo di individuare anomalie e schemi sospetti con maggiore rapidità rispetto ai metodi tradizionali.
Il punto oggi non è soltanto quantificare l’evasione, ma comprenderne l’evoluzione. Il sommerso non rappresenta più solo il risultato di comportamenti individuali, ma sempre più spesso l’esito di ecosistemi digitali complessi, nei quali la capacità regolatoria fatica a tenere il passo dell’innovazione. Rimane allora una domanda inevitabile: di fronte a un’evasione sempre più digitale, frammentata e difficile da intercettare, l’Intelligenza Artificiale può diventare uno strumento decisivo per rafforzare il contrasto al sommerso e riportare la trasparenza nell’economia? L’algoritmo è atteso, anche su questo fronte, alla prova dei fatti.

