• A ROMA

Le stanze dove sant’Ignazio contemplava l’Eterno

A pochi passi da Piazza Venezia si trova la casa da cui Ignazio di Loyola guidò, fino alla morte, la Compagnia di Gesù. Tre stanze, dove il santo spagnolo meditava, scriveva e, nell’apposita cappellina, celebrava l’Eucaristia. Dopo la Santa Messa si soffermava poi per due ore in preghiera, e il suo volto, racconta un testimone, diventava così splendente da lasciare attoniti.

A pochi passi da Piazza Venezia, si trova un forziere, uno scrigno di arte e storia, dove la spiritualità del santo fondatore dell’ordine religioso dei Gesuiti ha avuto la propria “culla”. Cerchiamo, prima di tutto, di avere un quadro demografico della Città Eterna ai tempi di Ignazio: quando il santo guerriero spagnolo, nel 1537, arrivò a Roma, la città contava circa 50.000 abitanti. Palazzo Venezia, all’epoca, rappresentava la dimora della corte papale. Dunque, la scelta di porre il quartier generale dell’Ordine vicino alla piazza romana (oggi conosciuta come “Piazza del Gesù”) non fu - certamente - casuale. Per sant’Ignazio, la casa che sorgeva nella vicina area di Palazzo Venezia, era la sua quarta dimora. E sempre questo luogo ospitò la riunione dei Compagni del Gesù per l’elezione del loro primo Generale: dopo alcune reticenze, fu Ignazio stesso ad assumere l’importante ruolo. Era l’8 aprile del 1541.

“Una casaccia, che pareva quasi una capanna”, così la descrive il principe romano Fabrizio Massimi. Eppure da questa casa, così modesta, Ignazio di Loyola guidò la sua Compagnia, che nei secoli è divenuta uno dei più importanti ordini religiosi del mondo. In questa “casaccia” fu approvata la “deliberazione sulla povertà della Compagnia”, nel febbraio-marzo 1544. Un luogo importante, dunque, per il cammino dell’ordine e per lo stesso sant’Ignazio, visto che in queste mura ricevette le celebri e straordinarie visioni mistiche, rimaste descritte nel suo Diario spirituale, opera citata nelle fonti storiche della Compagnia di Gesù, i Monumenta Historica Societatis Iesu.

Il Diario spirituale si compone di due piccoli quaderni: il primo ha come datazione dal 2 febbraio al 12 marzo 1544; il secondo si sviluppa dal 13 marzo 1544 fino al 2 febbraio 1545. Da tali date, dunque, possiamo comprendere come queste importanti pagine - in cui troviamo l’evoluzione del cammino spirituale del santo - siano state redatte proprio nella casa in via degli Astalli, questo il nome della strada dove sorge la casa di Ignazio e della sua Compagnia.

Questa “primordiale” abitazione ebbe, successivamente, diverse trasformazioni architettoniche. Infatti, dopo la morte di Ignazio - avvenuta il 31 luglio 1556 - ci fu l’elezione del suo successore, padre Diego Laínez. In questo periodo, troviamo il primo ampliamento della casa, visto che la residenza dava ospitalità a già trenta gesuiti. Si arriverà, poi, all’ospitalità di circa ottanta religiosi.  Quarant’anni dopo, nel 1599, avvenne un’altra trasformazione della casa, visto che un anno prima le fondamenta furono seriamente danneggiate a causa di un’inondazione. Le stanze dove aveva abitato il santo fondatore, però, furono preservate. Solo nel XVII secolo i gesuiti decisero di realizzare un’entrata più “ufficiale” alle stanze del santo. Nel 1667, il pittore gesuita Giacomo Cortese realizzò alcune decorazioni a tempera intorno alle finestre del corridoio esterno. Intorno al 1680, Andrea Pozzo - artista sempre appartenente alla Compagnia - decorò il resto del corridoio con uno splendido ciclo di affreschi: volevano celebrare la memoria di sant’Ignazio. La nuova residenza, all’epoca, ospitava ben 145 residenti. Divenne Curia generalizia e sede centrale internazionale fino al 1773, quando la Compagnia fu soppressa. Si dovrà attendere Pio VII per la restaurazione dell’Ordine. Era il 1814.

Ma cosa possiamo ammirare, oggi, di quelle tre stanze servite a Ignazio come abitazione fino alla sua morte? Sono rimaste famose come “le camerette di sant’Ignazio”. Entriamo, ora, in queste stanze e cerchiamo di scoprirne i tesori nascosti. Rappresentano - davvero - l’occasione per comprendere appieno la spiritualità del santo fondatore.

Cominciamo questo immaginario viaggio dalla stanza privata di Ignazio. Vi è una finestra aperta verso la terrazza. Una terrazza che al santo spagnolo serviva per contemplare il Cielo, meditando sulla Scrittura, riflettendo su Dio, cercando il valore più profondo dell’uomo. Lo immaginiamo, così, nella meditazione più profonda, nel suo dialogo ininterrotto con Dio. In questa stanzetta, per molto tempo, si è conservata appesa al muro una frase - attribuita al santo dal suo biografo padre Pedro de Ribadeneyra (1527-1611) - che aveva queste parole: “Heu, heu, quam sordet mihi terra, quando aspicio caelum!”. Questa, la traduzione: “Ahimè, quanto mi sembra meschina la terra, quando guardo il cielo!”. In questa stanza il santo dormiva, aveva il suo ufficio, e vi scrisse una buona parte delle Costituzioni dell’Ordine, oltre a tantissime lettere per comunicare ordini e orientamenti per l’intera Compagnia. Qui si trovano un quadro della Madonna, lo scrittorio e gli armadi che molto probabilmente servivano come archivio dei documenti al suo segretario Juan Alfonso de Polanco.

Un’altra stanza, più piccola della precedente, serviva da anticamera. Era in questa stanza che il generale Ignazio si intratteneva per i colloqui con i gesuiti missionari, prima della partenza e al loro ritorno. In queste mura ancora echeggiano le parole di san Francesco Borgia, arrivato nell’ottobre 1550 con il suo seguito. Oppure di san Pietro Favre - la sua venuta risale al 17 luglio 1546 - dopo esser stato assente per tanto tempo, inviato in missioni pontificie dopo la deliberazione del 1539.

La terza cameretta era il fulcro della vita spirituale del santo spagnolo. Qui vi era la sua cappellina personale. Al centro della sua vita c’è sempre stata l’Eucaristia. Ignazio celebrava la Santa Messa fra queste quattro mura, con davanti un quadro della Sacra Famiglia che ancora oggi è possibile ammirare. Tanti sono i ricordi che ci sono pervenuti riguardo alla sua celebrazione della Santa Messa. Fra questi, è doveroso ricordare ciò che padre Luís Gonçálves dá Cámara ha scritto:

“Dopo la Messa rimaneva in preghiera per lo spazio di due ore e, perché non lo disturbassero, dava ordine che tutti i messaggi che arrivavano in portineria per lui fossero consegnati a me, che ero padre Ministro, anziché a lui. Alcuni di questi messaggi, a causa della loro importanza o perché provenienti da persone che meritavano una risposta immediata, glieli portavo io stesso nella cappella. Ricordo che tutte le volte che entrai per questo motivo, e furono molte, lo trovai con il volto così splendente che, non riuscendo più a trattenere l’attenzione e l’immaginazione sul messaggio che portavo, me ne restavo attonito e come fuori di me. Perché non era un viso come quello che tante volte avevo visto in persone devote quando stanno pregando, ma piuttosto mi pareva chiaramente cosa celeste e veramente straordinaria”.

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