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La retorica sul Pnrr che offende l’intelligenza degli italiani

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Giuseppe Conte raccontava che il Pnrr era tutto merito suo. Il Pd e gli alleati di sinistra dicevano che se fosse caduto il governo Draghi non sarebbero più arrivati soldi. E invece arrivano regolarmente. 

Politica 22_05_2024
Il dossier PNRR alla Camera (Imago Economica)

Per anni Giuseppe Conte ci ha raccontato la favoletta del Pnrr. In cosa consisteva? Nel fatto che fosse stato merito del suo governo se l’Italia aveva portato a casa oltre 200 miliardi di euro di aiuti europei, peraltro largamente sotto forma di prestiti. Il Pd gli ha retto il gioco perché era in qualche modo parte in causa, cioè stava al governo con il Movimento Cinque Stelle e quindi aveva tutto l’interesse ad esaltare l’operato dell’esecutivo e ad alimentare la narrazione di un governo italiano che sbatteva i pugni sui tavoli europei e si faceva ascoltare e rispettare.

La mistificazione e la presa in giro ai danni degli italiani si è ripetuta quando, nel 2022, è caduto il governo Draghi. Pd, renziani e forze di sinistra che speravano che quel governo durasse fino alla fine della legislatura, cioè fino a marzo 2023, agitarono lo spettro di una sorta di revoca del Pnrr. “Ora che abbiamo fatto cadere Draghi, la reputazione dell’Italia in Europa scenderà ai minimi termini e perderemo i fondi del Pnrr”, era il ritornello di certa propaganda di palazzo. Paventando il rischio di una vittoria del centrodestra nelle urne, circostanza che si è poi realizzata, gli esponenti della sinistra accusarono di disfattismo Matteo Salvini e le altre forze anti-Draghi, ma solo perché volevano salvare la poltrona e avere altri 10 mesi di tempo per costruire un’alleanza di centrosinistra solida e in grado di prevalere sul centrodestra.

Ora che Giorgia Meloni è Presidente del consiglio e che il centrodestra è democraticamente alla guida del Paese, il Pnrr continua ad essere erogato con regolarità anche all’Italia, e nessuna delle catastrofi paventate da draghiani e partiti di sinistra si è verificata.

Anzi, è stato proprio Paolo Gentiloni a sbugiardare Giuseppe Conte, raccontando come sono andate realmente le cose. Il commissario europeo all’Economia, nonché ex premier italiano, lo ha specificato in un’intervista nel libro di Paolo Valentino, Nelle vene di Bruxelles. Storie e segreti della capitale d’Europa, il cui estratto è stato pubblicato sul Corriere della Sera. «Emettere debito comune per 800 miliardi senza dedicare un euro a progetti comuni è stata un’occasione persa. Tutti questi soldi sono stati dati in base a un algoritmo ai vari Paesi, mentre è chiaro che i finanziamenti comuni europei dovrebbero innanzitutto andare a progetti comuni», ha spiegato Gentiloni.

«Parlo delle quote di finanziamento assegnate ai diversi Paesi. Non sono state negoziate dai capi di governo. Sono state ricavate da un algoritmo che è stato tra l’altro ideato e definito da due direttori generali (entrambi olandesi). C’è un po’ di retorica italiana sul fatto che abbiamo conquistato un sacco di soldi. Non è vero. L’Italia è il settimo Paese in termini di rapporto tra soldi ricevuti e Pil. Ci sono altri che in termini relativi hanno portato a casa molto di più, dalla Spagna alla Croazia. Sempre grazie all’algoritmo», ha raccontato ancora Gentiloni, smontando le menzogne di Conte.

Ovviamente i contenuti dell’intervista di Gentiloni non sono piaciuti negli ambienti del M5s. Riccardo Ricciardi, deputato e vicepresidente del Movimento 5 Stelle, è sconsolato: «Rammarica constatare come il Commissario europeo agli affari economici Paolo Gentiloni, in un’intervista al Corriere della Sera, tenti di manipolare la genesi del Pnrr provando a minimizzare il ruolo del Governo Conte».

Chi attacca ancora di più è il capogruppo al Senato del M5s, Stefano Patuanelli, ex ministro del governo Conte: «Ricordo ancora, e porto nel cuore, le parole di David Sassoli. Un grande italiano, un grande europeo e un grande politico. Mi spiace vedere la sciatteria con cui un commissario liquida quella stagione, peraltro sproloquiando alla fine del suo mandato e alla vigilia di una competizione europea. Solo per danneggiare un’altra forza politica. Che tristezza».

Insomma, se fu un algoritmo a decidere a chi dare i fondi del Next generation Eu, non si può di certo parlare di clamorosa vittoria di Conte. Ma si sa che l’annuncite dell’avvocato del popolo, durante il Covid, aveva fatto presa su milioni di italiani, anche grazie alla propaganda serrata di gran parte della stampa di sinistra.

Sicuramente le parole di Gentiloni hanno la finalità di avvantaggiare il Pd e screditare il Movimento Cinque Stelle, che nei sondaggi è distante solo 4-5 punti dai dem. Gentiloni vuole tornare in Italia e impegnarsi nuovamente nella politica nazionale, magari facendo le scarpe a Elly Schlein e quindi queste sue affermazioni vogliono più che altro tenere a bada qualsiasi velleità di Conte di ritorno a Palazzo Chigi.

Queste manipolazioni dell’opinione pubblica, come detto, si sono ripetute anche all’indomani della caduta del governo Draghi, che fu raccontata come una sciagura nazionale imputabile a “sciacalli leghisti” che puntavano alle urne anticipate e che avrebbero fatto perdere all’Italia “un sacco di soldi”.

Le vicende politiche italiane hanno confermato che i 209 miliardi del Pnrr sono arrivati perché dovevano arrivare, perché l’Europa ha fortissimi interessi a che l’Italia preservi l’area mediterranea e rimanga in buona salute. Non ci sono meriti particolari dei governanti della scorsa legislatura, né di Conte né di Draghi, così come l’attuale congiuntura che sembra vedere ben posizionata l’Italia non è figlia delle scelte di politica economica del governo Meloni ma semplicemente delle alleanze sullo scacchiere internazionale, con il solido asse atlantista di cui l’Italia è un attore di primo piano.

La retorica autocelebrativa è un vizio dei governanti italiani che ciclicamente si ripresenta. I giochi di prestigio sul Pnrr, però, offendono l’intelligenza dei cittadini, che hanno ben compreso quanto fosse importante per l’Europa sostenere l’Italia a prescindere dall’impegno dei suoi governanti.