Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Severino abate a cura di Ermes Dovico
antropologia

La prossima sfida dell'IA è il ritorno al pensiero critico

Ascolta la versione audio dell'articolo

Milioni di persone a "rischio epistemia", cioè l'incapacità di distinguere ciò che è vero da ciò che sembra esserlo. L'abitudine a chiedere di tutto e di più all'"amico virtuale" rende quanto mai necessario distinguere tra vera conoscenza e predizione statistica.

Editoriali 07_01_2026 English Español
CARLO CARINO BY AI MID - imagoeconomica

Il 2026 reca con sé molte aspettative, diverse speranze ma anche numerosi interrogativi. Diversi conflitti purtroppo continuano a insanguinare il globo e all’orizzonte si profilano soluzioni dai tratti non ancora ben definiti. Tutto questo avviene in uno scenario di sfide dense di significato, che chiamano in causa la struttura antropologica dell’essere umano. In questa sede si potrebbero toccare diversi temi a riguardo, ma scegliamo di direzionare l’attenzione su un fenomeno in particolare: l’Intelligenza Artificiale (IA).

La celebre rivista britannica Time, lo scorso 8 dicembre, ha dedicato la copertina «agli architetti dell’IA. Tra loro figurano Elon Musk, Mark Zuckerberg, Jensen Huang (fondatore di Nvidia, colosso dell’IA) e Sam Altman (amministratore delegato di OpenAI, creatore di ChatGPT). Sono solo alcuni dei protagonisti di questa transizione epocale che sta vivendo la nostra epoca e che ha avuto come suo momento clou l’anno appena trascorso.

Il 2025 non ha visto nascere l’IA, evidentemente; in compenso, però, l’ha normalizzata. Ha reso «consuetudine» per milioni di persone in tutto il mondo rivolgersi a «questo amico immaginario», chiedendogli di tutto e di più. Ed è qui che vi è stato il salto di qualità. Come ricorda Il Post, ChatGPT vantava 300 milioni di utenti settimanali a dicembre 2024; a novembre 2025 ne contava ben 810 milioni. La rivista di cinema, arte e innovazione ONOFF MAG ha recensito le cento domande più strane fatte a ChatGPT: dai problemi sentimentali alle filosofie da bar, dalle «paranoie» esistenziali ai dilemmi del quotidiano. Profondità e mistero, ma anche quisquilie e assurdità, sono al centro delle richieste dell’utente medio. La domanda da porsi, a questo punto, è la seguente: che effetti ha questo «differente» tipo di socializzazione sull’essere umano? Ma prima ancora, occorrerebbe chiedersi: si può parlare di effettivo processo di socializzazione quando l’interlocutore è un «cervellone» che imita l’intelletto umano?

Eppure, i problemi non sussisterebbero se le risposte venissero prese con le «pinze» da coloro che usano l’IA quotidianamente. È risaputo, infatti, che gli output generati presentano spesso lacune o svarioni incredibili (e non si sa ancora, tra l’altro, fino a quando sarà così). Ed è proprio in questa intersezione tra l’apparente credibilità dell’IA e l’incapacità di ragionare dell’uomo del XXI secolo che si annidano le distonie.
In fondo, ci troviamo a fare i conti con gli effetti collaterali di quello che Martin Heidegger additava come «pensiero calcolante» e che Max Weber definiva come «agire razionale rispetto allo scopo». Tale forma di razionalità, oltre a non interrogarsi sul «perché» e ad eludere accuratamente il «discorso di senso», finisce con l’atrofizzare la capacità stessa di giudizio.

È in questo angolo esistenziale – o buco nero cognitivo – che fa capolino quella che Walter Quattrociocchi – direttore del Center for Data Science and Complexity for Society presso l’Università La Sapienza – definisce «epistemia». Parliamo cioè dell’«incapacità di distinguere ciò che suona come conoscenza da ciò che è conoscenza». Le capacità di verifica da parte dell’uomo sono dunque messe doppiamente in crisi: dalla mancanza di abitudine a pensare criticamente e dalla sbalorditiva impeccabilità dei modelli linguistici di cui si avvale l’IA (Large Language Models – LLM).
«Un contenuto può sembrarci vero, non perché lo sia, ma perché la sua forma linguistica ci ricorda quella di chi solitamente dice cose vere. È un riflesso culturale, non un atto critico», osserva Quattrociocchi. Le insidie si moltiplicano consideriamo che all’impeccabilità linguistica si aggiunge la «sycophancy», ovvero la tendenza dei modelli a confermare le credenze dell’interlocutore. Se ci pensate, l’IA finisce con l’assumere le vesti dell’avvocato Azzeccagarbugli di manzoniana memoria; sempre lesto a stravolgere la realtà per assecondare i desideri di chi ha di fronte, confortandolo della perfetta liceità dei suoi gesti.

Peccato che questo processo non serva a «conoscere», semmai a «predire». «Il sapere diventa un servizio personalizzato, tarato sul nostro punto di vista. Il dubbio scompare. Il dissenso non arriva. Ogni interazione rinforza l’illusione che il mondo sia esattamente come lo immaginiamo. E che quella sia conoscenza», ricorda Quattrociocchi.

Tuttavia, è bene chiarire che il discorso che facciamo non ha come obiettivo l’IA, piuttosto ha in vista il comportamento umano. Il vero soggetto di queste riflessioni è infatti la razionalità umana. L’auspicio è che essa si reimpossessi della capacità di vagliare criticamente ciò che osserva, ascolta, legge. Certo, non sarà un compito facile; per questo motivo è necessario anzitutto smascherare certezze facili, garanzie pretestuose e salti in avanti stucchevoli. Il tempo presente, infatti, non lo si costruisce soltanto immaginando il futuro, ma creando le premesse per «metterlo in sicurezza» sin da adesso.



UOMINI E MACCHINE

L'Intelligenza Artificiale non ci ruberà il lavoro, almeno per ora

16_04_2025 Daniele Ciacci

Il fondatore di Klarna, azienda svedese di pagamenti dilazionati, ha ridotto il personale sostituendo i dipendenti con l'intelligenza artificiale. Ma nonostante le notizie-shock, l'IA non è in grado di sostituire l'uomo se non in piccola parte.

pro e contro

Intelligenza artificiale senz'anima, la Nota della Santa Sede

Si intitola Antiqua et nova il testo congiunto dei Dicasteri per la Dottrina della Fede e per la Cultura e l'Educazione su opportunità e rischi dell'IA. Che deve servire l'uomo, non asservirlo in senso tecnocratico. E malgrado il nome non è intelligente.
- DeepSeek, l'IA cinese che fa tremare la concorrenza USAdi Stefano Magni
Ucraina, banco di prova per l'IA militaredi Daniele Ciacci

INNOVAZIONE

DeepSeek, l'intelligenza artificiale cinese che fa tremare l'America

29_01_2025 Stefano Magni

La risposta cinese a Chat GPT si chiama DeepSeek, creatura di Liang Wenfeng. È più efficiente e il suo sviluppo costa il 4% di quello dei concorrenti americani. Panico in Borsa.

La questione

Intelligenza artificiale, i segnali di un suo secondo inverno

20_01_2025 Gaetano Masciullo

Oggi ci sono segnali secondo cui l’intelligenza artificiale potrebbe entrare in un suo secondo “inverno” di sviluppo. Un problema cruciale è la scarsità di dati di alta qualità. E prima ancora l’IA è incapace di astrarre, a differenza dell’intelletto umano.

TECNOLOGIA

Se l'intelligenza artificiale anticipa le nostre intenzioni

Se l'intelligenza artificiale capisse le nostre intenzioni e ci anticipasse nelle nostre scelte? Non è fantascienza, ma uno sviluppo già in atto. E corriamo realmente il rischio di farci sostituire anche nelle nostre scelte etiche.