• EDITORIALE

La politica tradisce i bisogni reali

Disoccupazione, debito pubblico, credito alle imprese, potere d'acquisto: gli indicatori economici sono sempre più allarmanti. Eppure la campagna elettorale è una disfida strumentale senza idee né ricette per rispondere ai problemi.

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Le solite promesse, gli slogan rispolverati, gli obiettivi tanto ambiziosi quanto privi delle ricette per raggiungerli. La campagna elettorale è iniziata mettendo di fronte alla realtà di un Paese in grande affanno una dimensione politica che sembra non avere la capacità di affrontare con serietà i problemi.

I dati che gli uffici di statistica pubblicano senza tregua sono più che allarmanti. La disoccupazione, in particolare quella giovanile, non è mai stata così alta, il debito pubblico continua ad aumentare, le imprese faticano sempre di più a ottenere credito dalle banche, il potere d’acquisto dei salari continua a diminuire in modo significativo.
Con la crisi aumenta il disagio sociale, diminuiscono i consumi, segna il passo l’industria delle vacanze, l’acquisto di beni durevoli come l’automobile o gli elettrodomestici viene rimandato a tempi migliori.

Il circolo vizioso delle difficoltà continua a macinare i suoi effetti negativi: meno redditi, meno consumi, meno produzione, meno posti di lavoro e quindi meno redditi e via diminuendo. Di fronte a questa realtà, che per molte famiglie è sicuramente drammatica, la risposta della politica sembra spaziare dal generico all’inconcludente.
Non siamo certamente di fronte a un sereno confronto di idee, siamo di fronte a una disfida strumentale che sembra in gran parte priva di adeguati approfondimenti empirici.

La sinistra parla di patrimoniale, ma nessuno ha per ora formulato una proposta con numeri, aliquote e valutazioni d’impatto economico. La destra parla di abolire l’Imu, così come le tasse e i contributi per i nuovi assunti, ma nessuno ha spiegato quali sarebbero in termini numerici le conseguenze per i conti pubblici.
Il problema di fondo è che affrontare i veri problemi italiani appare, come dire, “politicamente scorretto”. Perché è estremamente difficile, oltre che apparentemente impopolare, cercare di ridurre in maniera sensibile la spesa pubblica in modo da dare maggiori risorse ai cittadini, alle famiglie e alle imprese. Di fronte a una economia sostanzialmente stagnante negli ultimi vent’anni si è infatti continuato a registrare un incremento continuo e inarrestabile delle uscite statali.

La ragione principale non sta nell’aumento in quantità e qualità dei servizi che lo Stato offre ai cittadini, la ragione principale sta nella moltiplicazione dei centri di spesa, nell’ampliamento delle burocrazie centrali e locali, nell’attuazione di un decentramento che ha lasciato spazio all’irresponsabilità più che all’autonomia.
Le Regioni sono diventate organismi pletorici e autoreferenziali. Ma nessuno osa proporre una revisione sostanziale di quel federalismo che ha visto negli ultimi decenni un’assurda rincorsa tra destra e sinistra sulle spalle dei conti dello Stato.

Il fallimento dell’istituzione delle Regioni è una verità scomoda che nessun politico avrà il coraggio di pronunciare. E questo perché le Regioni comunque garantiscono a tutti i partiti una piccola, ma sicura, fetta di potere. Alla sinistra in Emilia-Romagna e nell’Italia centrale, alla Lega al Nord, alla destra al Sud. E lo stesso avviene per le Province, come dimostrano le opposizioni che si sono subito levate al pur limitato progetto di riduzione varato dal Governo Monti.

Se si volesse ridurre la spesa pubblica, ragionevolmente e senza particolari contraccolpi sui cittadini, la razionalizzazione della spesa regionale e l’abolizione delle province sarebbero due passi pressoché obbligati: è forse per questo che non fanno parte di nessun programma elettorale.
L’Italia si dimostra sempre di più un Paese altrettanto velleitario quanto conservatore: due elementi che non aiutano certo a risolvere i problemi. Anche perché al fondo sembra mancare quello “spirito” di rilancio e di ricostruzione che aveva invece contraddistinto gli anni del dopoguerra, uno “spirito” che ora può essere ritrovato con i valori della condivisione e della solidarietà. Ma la politica dovrebbe ritrovare la dimensione della serietà. Ora va su di un’altra strada: tanto che sono i comici ad avere grandi consensi.

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