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TRIBUNALI ARCOBALENO

La legge Zan non c’è ma viene già applicata

La pena per un tweet diffamatorio contro un attivista LGBT viene aggravata invocando esplicitamente il Ddl Zan. Questa vicenda dimostra che non c’è bisogno di leggi sull’omofobia, perché gli omosessuali sono già tutelati, anzi intoccabili.

Attualità 03_10_2022

Tutto inizia con l’attivista LGBT di Trieste Antonio Parisi che viene malmenato. Fabio Tuiach, ex portuale, ex pugile ed ex consigliere comunale di Forza Nuova e Lega scrive un post, lo scorso febbraio, sul social network russo VKontakte: «Un esponente Lgbt è stato picchiato e scoppia il caso omofobia a Trieste, siamo in campagna elettorale e succede ogni volta, ma forse ha litigato con il fidanzato per la vasellina. Grande solidarietà da parte di tutte le forze politiche, ma ricordiamoci che in più di un terzo dei Paesi al mondo non esiste il problema omofobia perché per i gay c’è il carcere o la pena di morte. Noi avevamo il rogo un tempo, mentre in Russia c’è la legge anti-gay come in tutto l’Est e per questo loro non accolgono palestrati che fuggono da Paesi omofobi».

Parole sciocche che sono valse una pena esorbitante: due anni di reclusione per diffamazione senza il beneficio della sospensione della pena. Questo è ciò che ha deciso il Tribunale di Trieste il 29 settembre scorso. Il pubblico ministero aveva chiesto 10 mesi. Il giudice ha più che raddoppiato la pena richiesta. Come se non bastasse il Tribunale ha condannato Tuiach al pagamento di un risarcimento di 15mila euro a Parisi e 5mila euro all’associazione Lgbt+ “I sentinelli di Milano”, dato che entrambi si sono costituiti parte civile. Siamo in primo grado e quindi vedremo quali saranno gli sviluppi giurisprudenziali della vicenda che però ci insegna già un paio di cose.

La prima: non serve nessun Ddl Zan. Le persone omosessuali, come testimonia fin troppo bene questa storia, sono ampiamente tutelate dalla legge. Gli strumenti penali per difendersi da insulti, minacce e violenze fisiche ci sono già. Tuiach è stato infatti condannato per diffamazione, con l’aggravante di aver commesso il fatto con finalità di discriminazione, odio etnico, nazionale, razziale o religioso. Una prova che non serve nessun Ddl Zan viene paradossalmente dalle parole dell’avvocato Maria Genovese che ha difeso Parisi: «Il Pm aveva chiesto 10 mesi di reclusione, contestando un’aggravante non applicabile al fatto di specie perché non contiene la parte relativa all’omofobia che avrebbe dovuto integrare il Ddl Zan, finito nel nulla. Io ho chiesto al tribunale di poter colmare quella che, a mio avviso, è una lacuna legislativa dando una giusta pena per questo fatto gravissimo».

Il nostro ordinamento giuridico non prevede nessuna lacuna in merito alla tutela delle persone omosessuali. Ma anche quando un avvocato ritiene che ci sia tale lacuna ecco che il magistrato gli dà ragione e può soddisfare la sua richiesta perché possiede tutti quegli strumenti giuridici per colmare simile presunto vuoto normativo. Quindi perché varare una legge sull’“omofobia” quando i giudici, già ora, possono sostanzialmente condannare una persona per “omofobia”?  Simili domande sono irricevibili dai militanti LGBT ed infatti cosa ha dichiarato Antonio Parisi? «Purtroppo in questo paese rimangono dei vuoti legislativi che devono essere colmati dalle iniziative dei singoli». Incredibile: proprio quando una persona viene condannata per aver insultato un gay ecco che si chiede una legge per condannare chi insulta i gay. Il principio di non contraddizione non potrà mai tingersi di arcobaleno.

Seconda riflessione. La misura draconiana subita dal Tuiach comprova che le persone omosessuali sono intoccabili, che qualsiasi critica al mondo LGBT è vietata e qualsiasi affermazione stupidamente leggera deve essere punita in modo pesantissimo. Ovviamente non vale il contrario: in ogni gay pride la sensibilità religiosa di una pletora di credenti viene vilipesa gravemente insultando Nostro Signore, la Vergine Maria e i santi, ma nessuno paga mai nulla per simili aberrazioni e tutto viene derubricato sotto l’ombrello amplissimo della libertà di espressione, anche perché provate voi a trovare un giudice che non sia orientato ideologicamente o che, seppur neutro, abbia il coraggio di condannare una gay. Impossibile. Due pesi e due misure dunque: se parli in modo insipido e disinvolto di un gay finisci in galera per due anni, se insulti pesantemente milioni di credenti non ti succede nulla perché stai esercitando il tuo diritto di parola. Provare a farti tacere questo sì che sarebbe offensivo, discriminatorio e liberticida.

Terza riflessione collegata alla precedente: due anni di carcere per aver scritto simili stupidaggini sono oggettivamente sproporzionati, ma assolutamente proporzionati alla carica ideologica di questa sentenza. Due anni di reclusione ad esempio possono essere comminati per il furto, per il sequestro di persona,  per la truffa, per le lesioni fisiche gravissime, per la violenza privata, per la diffusione di materiale pedopornografico. Ecco, il Tribunale di Trieste mette sullo stesso piano una pessima battuta sulla vasellina con il sequestro di persona o la truffa.

Se Tuiach avesse non diffamato Parisi ma lo avesse gravemente minacciato – condotta assai più censurabile della semplice diffamazione – per paradosso sarebbe incorso, nella peggiore delle ipotesi, in una pena minore: un anno di reclusione.
Conclusione? L’Italia non è un paese per etero.