• BORROMEO

La giornalista che vantava la parentela con San Carlo

Si sposa con un Casiraghi e fa parlare di sé tutta la stampa rosa. Rimprovera un prete accusandolo di non aiutare abbastanza i poveri e, nel farlo, sfodera la sua parentela con San Carlo. E nella sua rubrica indaga nei segreti sessuali dei ragazzini. Ritratto di Beatrice Borromeo.

Beatrice Borromeo

È stato l'evento più gettonato del mese da parte del mondo della moda e del jet set internazionale e anche la stampa mondana, nei giorni scorsi, non ha parlato d'altro che del matrimonio fra Beatrice Borromeo e Pierre Casiraghi. I due rampolli in grado di attrarre, come calamite, la stampa per i propri "meriti": essere belli, ricchi e di sangue blu.

Entrambi infatti sono già stati al centro dell'attenzione per altre vicende. Pierre, ad esempio, nel 2012 è stato coinvolto in una rissa in una discoteca di Manhattan. Ma non siamo troppo cattivi, Casiraghi ha avuto anche indubbi meriti: nel 2007 è stato impegnato in un tour umanitario attraverso Niger, Burundi, Congo e Sud Africa insieme a mamma Carolina (di Monaco, c'est évident). Dev'essere stato penoso, per lui, farsi tutti quei chilometri in jeep, posare per una foto a fianco di una tribù africana e incontrare Nelson Mandela. Fortuna che ha trovato il tempo per farsi un bagno in piscina come si può vedere dalle foto su Google (cercare "Pierre Casiraghi Africa").

Tutto un altro paio di maniche per quanto riguarda la sua gentile consorte. Beatrice infatti, oltre a essere figlia di un Borromeo e una Marzotto, forse le due famiglie più ricche d'Italia a vantare titoli nobiliari, può vantare un lungo curriculum di modella, conduttrice e soprattutto giornalista. A ventuno anni ha tenuto una rubrica per il programma Annozero di Michele Santoro, a ventiquattro ha partecipato regolarmente a una trasmissione su Radio 105 e poi ha fatto delle interviste per la rivista inglese Above, co-diretta da Charlotte Casiraghi (un caso, ovviamente). Insomma la tipica carriera di una giovane alle prime armi nel mondo del giornalismo. 

Ma più che la biografia per descrivere chi è davvero Beatrice può essere utile raccontare un paio di aneddoti. Il primo è una litigata, furiosa, con un prete da lei stessa raccontata su Facebook: "Non avrei mai pensato di farlo ma è successo - ha scritto nel luglio dell'anno scorso - ho tirato fuori la mia parentela con San Carlo e tutti i legami che la mia famiglia ha con la Chiesa. Name dropping a manetta". A sentirla il cardinale Carlo Borromeo, vissuto nel Cinquecento e canonizzato nel 1610 da Paolo V, si sarebbe probabilmente chiesto due cose: cosa significhi "name dropping" e cosa deve aver mai fatto di male, lui che è diventato Santo, per meritarsi una pronipote che lo cita a casaccio per futili motivi. Il motivo della citazione Beatrice lo ha raccontato subito dopo: si sarebbe trovata di fronte a un prete che, invece che aiutare senzatetto persone in difficoltà, si sarebbe messo a filmarle con un "iPad (che aveva nella mano destra) e un iPhone (che aveva nella mano sinistra)" rimbrottandola quando lei, cara grazia, avrebbe donato loro ben tre cuscini usati di cui voleva disfarsi durante un trasloco. Ora la critica è strumentale e poco credibile per due motivi. Strumentale perché, visto che vanta a destra e a manca la sua parentela con San Carlo, Beatrice dovrebbe sapere che l'aiuto che la Chiesa dà ai poveri va ben oltre a tre cuscini usati. Poco credibile perché la storia del cyber prete che spende in tecnologia e se ne frega dei poveri pare il classico ritrattino prefabbricato degno della peggiore propaganda anticlericale. Inoltre, non è un dettaglio, provate voi a tenere in mano un iPad e un iPhone in contemporanea (ci sarebbe anche da chiedersi perché filmare la stessa scena su due dispositivi, ma lasciamo perdere): è uno sforzo titanico che non ci si aspetta da un prete di provincia. Suvvia, Beatrice.

Ma fin qui, vabbé, la si può prendere sul ridere. Da piangere viene invece a leggere alcune interviste sul Fatto Quotidiano, per cui lavora dal 2009, sulla sessualità e i giovani, raccolte nella rubrica Sex and the Teens. Non stiamo a riassumere e descrivere le descrizioni accurate della sessualità raccontata dai giovani (alcuni giovani) fermati in spiaggia e in discoteca col volto oscurato. Non stiamo a scavare nel torbido fino a scadere nel voyeurismo perché, come potete immaginare, è già stato fatto. Ci chiediamo solo quanto possa essere giusto focalizzare in quel modo l'attenzione sulla sessualità di ragazzini e ragazzine di tredici/quattordici anni, sollecitando risposte sempre più esplicite e approfondite. Per poi riassumerle con titoli come "sesso a 14 anni, le adolescenti raccontano: se non ti fai sverginare sei una sfigata", quasi fosse che il vissuto di una sola ragazza (lo si scopre andando oltre il titolo fuorviante) possa avere validità erga omnes, e fosse anzi un'esperienza normale e forse perfino giusta per molte altre ragzze. 

Se questo è il giornalismo autentico, ci sarebbe da rivendicare il diritto a essere pennivendoli. Ma questo giornalismo, a dirla tutta, è vero come un prete che tiene un iPhone in una mano e un iPad nell'altra. È qualcosa di (Be)atroce.

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