Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Giovanni Battista de’ Rossi a cura di Ermes Dovico
LIBERTÀ DI STAMPA

La Francia vuole far spiare i giornalisti in tutta l'Ue

Ascolta la versione audio dell'articolo

Sulla libertà di stampa, l'Ue si divide. La Commissione aveva proposto, in settembre, lo European Media Freedom Act per proteggere i giornalisti da ogni interferenza. Ma la Francia propone di legalizzare controlli sui giornalisti, tramite spyware, per questioni di "sicurezza nazionale". Italia indecisa.

Politica 24_06_2023
Spyware

L’Unione Europea dà dimostrazioni di fragilità tutte le volte in cui dovrebbe invece mostrarsi compatta. È accaduto su questioni fondamentali come la politica estera o i migranti, ora si verifica in materia di leggi sulla libertà d’espressione.

Il che è ancora più preoccupante perché da quella libertà dipende l’effettivo godimento di tanti altri diritti. Se i cittadini non sono liberi di manifestare il pensiero e se non ricevono notizie complete, aggiornate e affidabili, rischiano di compiere scelte sbagliate. Un requisito essenziale affinchè i cittadini siano correttamente informati è il segreto professionale delle fonti giornalistiche. I giornalisti, come recita l’art.10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e come ha ribadito in molteplici sentenze la Corte europea dei diritti dell’uomo, devono essere liberi di ricevere scambiare e informazioni senza limitazioni di frontiere e senza ingerenze da parte di pubbliche autorità. Se altri poteri si ingeriscono nel lavoro di produzione delle notizie e pretendono di controllarne i flussi, si altera il funzionamento del sistema democratico.

Il segreto professionale dei giornalisti è essenziale per garantire il diritto all’informazione. A quanto pare, però, gli ultimi orientamenti dell’Unione Europea non sono così tanto coerenti con questo insegnamento che si credeva acquisito alla coscienza e alla consapevolezza delle autorità pubbliche. E si conferma che l’Europa non è una vera Unione neppure su temi così centrali per il benessere delle democrazie che la compongono.

Nelle scorse ore, nell’ambito della discussione sull’European Media Freedom Act (EMFA), proposto dalla Commissione Europea a settembre dell’anno scorso per tutelare la libertà, l’indipendenza e il pluralismo dei media, e già approvato dagli ambasciatori degli Stati membri che vorrebbero renderlo operativo nel giro di un anno, è stata prospettata la possibilità di introdurre controlli sui giornalisti per questioni di “sicurezza nazionale”.

Si sta quindi realizzando un paradosso. La legge europea che dovrebbe assicurare la protezione dei giornalisti dalle interferenze di altri poteri, rischia di convertirsi nel suo contrario, cioè di diventare un cappio al collo di chi fa informazione. La Francia ha infatti chiesto e ottenuto una deroga al principio della libertà e indipendenza dei media, facendo inserire la possibilità che gli Stati usino un “software di sorveglianza intrusivo in qualsiasi dispositivo o macchina utilizzata dai media, dalla redazione o da qualsiasi collaboratore” per questioni di “sicurezza nazionale”.

In realtà i francesi avrebbero preferito una formula ancora più dura, ma si sono dovuti accontentare di quella proposta dalla presidenza di turno svedese, peraltro sostenuta da Germania, Repubblica Ceca, Lussemburgo e Olanda ma osteggiata da altri Stati, a riprova delle divisioni in seno all’Ue e delle differenti sensibilità che si manifestano nelle istituzioni del Vecchio Continente per quanto riguarda principi fondamentali come la libertà d’informazione.

L’Italia non si è pronunciata in maniera decisa, scegliendo pilatescamente di non schierarsi né a favore della posizione francese né contro. Altri Stati come Polonia e Ungheria, peraltro accusati di trattamenti vessatori e autoritari nei confronti della libera informazione, hanno detto subito no e quindi il dibattito è aperto.

Nel complesso, però, la questione appare davvero inquietante, anche per la discrezionalità che una norma del genere lascerebbe agli Stati. Chi è in grado di valutare la sussistenza di rischi per la sicurezza nazionale al punto da potersi arrogare il potere di spiare i media? L’uso di spyware sui media per ragioni di sicurezza nazionale integra gli estremi di un vulnus alla libertà d’informazione in mancanza di adeguati contrappesi a tutela della professionalità dei giornalisti, che devono poter usare le loro fonti confidenziali senza intromissioni indebite e con la consapevolezza di realizzare una missione al servizio della collettività: fornire notizie di interesse pubblico.

La proposta originaria della Commissione europea vietava assolutamente l’uso di spyware, proprio per proteggere la libertà di stampa. La soluzione perorata dalla Francia lo prevede, se serve alla causa della sicurezza nazionale, nei confronti di persone sospettate di reati punibili “nello Stato membro interessato con una pena detentiva o una misura di sicurezza della durata massima non inferiore a tre anni, o altri specifici reati punibili nello Stato membro interessato con una pena o una misura di sicurezza privativa della libertà per una durata massima non inferiore a cinque anni, come stabilito dalla legge di tale Stato membro”.

Tale legislazione amplierebbe le "scappatoie" legali che consentono ai governi di installare spyware sui telefoni e sui computer dei giornalisti e consentirebbe ai governi dell'Ue di utilizzare un'ampia gamma di reati, dall'omicidio al furto alla pirateria musicale, come giustificazione legale per l'utilizzo di software di sorveglianza intrusivi sui giornalisti.

La discussione a Bruxelles è in corso, ma per chi ha davvero a cuore la libertà d’informazione è questo il momento di farsi sentire.