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NUCLEARE

La crisi iraniana divide gli Usa dall'Europa.

La crisi iraniana determinata dalla decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo sul programma nucleare iraniano non rischia solo di infiammare tutto il Medio Oriente dal Libano al Golfo Persico ma di allargare l’Atlantico determinando una decisa spaccatura tra gli Usa e gran parte dell’Europa.

Esteri 13_05_2018
L'ayatollah Alì Khamenei

La crisi iraniana determinata dalla decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo sul programma nucleare iraniano non rischia solo di infiammare tutto il Medio Oriente dal Libano al Golfo Persico ma di allargare l’Atlantico determinando una decisa spaccatura tra gli Usa e gran parte dell’Europa.

L'Alto rappresentante della politica estera della Ue Federica Mogherini, e i ministri degli Esteri di Francia, Regno Unito e Germania, insieme a Russia e Cina, si sono detti contrari all''uscita degli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare iraniano e hanno confermato il loro impegno a mantenere attiva l'intesa raggiunta nel luglio 2015 a Vienna. Sono state le potenze continentali, Francia e Germania, ad attaccare più duramente Trump sottolineando il peso che l’Europa dovrà sopportare a causa della determinazione di Washington a porre nuove sanzioni all’Iran che avranno ricadute negative per l’economia europea. Washington infatti ha fissato il termine di 180 giorni oltre i quali tutte le aziende dovranno ritirarsi dagli affari con l'Iran per non incorrere in sanzioni statunitensi. Il ministro dell''Economia francese, Bruno Le Maire, ha detto che "l'Europa deve dotarsi di strumenti per difendere i propri interessi economici. Vogliamo essere i vassalli degli Stati Uniti che obbediscono senza fiatare? Vogliamo che gli Usa siano il gendarme economico del pianeta? Occorre difendere gli interessi economici europei".

Le Maire punta a evitare che le aziende francesi attive in Iran debbano pagare oltre 10 miliardi di euro di sanzioni: "Ho chiamato il mio omologo Usa, Steven Mnuchin e gli ho chiesto o delle esenzioni per un certo numero delle nostre aziende oppure scadenze più lunghe" per adeguarsi alle nuove regole. "Il segretario di Stato al Tesoro Usa - rileva il ministro - deve rispondere alle preoccupazioni europee e francesi perché i gruppi come Total, Renault e Sanofi sono installati in Iran e vogliamo difendere i nostri interessi economici".

Forse ancor più efficace è stata la risposta tedesca considerato che Angela Merkel ha parlato della crisi iraniana con Il presidente russo Vladimir Putin e insieme hanno sottolineato l'importanza di preservare l'accordo sul nucleare iraniano anche dopo l'uscita degli Usa. Un messaggio molto chiaro da decifrare: i danni che Berlino subirà dall’iniziativa di Washington riavvicinano Russia ed Europa e potrebbero avere un forte impatto sulle sanzioni che gli Usa pretendono che anche gli alleati pongano a Mosca. Per la cancelliera la decisione di Trump di ritirarsi dall'accordo sul nucleare iraniano "danneggia la fiducia nell'ordine internazionale", è "un motivo di grande preoccupazione e un fatto deplorevole". Le fa eco il ministro degli Esteri, Heiko Maas, per il quale la decisione americana sull'Iran è "un errore che avrà conseguenze gravi nel lungo periodo. Dobbiamo purtroppo prendere atto che da parte degli Usa non c'è disponibilità alcuna a prender sul serio gli argomenti degli alleati". "Il cambiamento che è in atto negli Usa ha già da tempo coinvolto le relazioni transatlantiche", ha affermato Maas sottolineando che "siamo pronti a dialogare e a trattare, ma se necessario anche a litigare per le nostre posizioni". La rabbia di Berlino è ben spiegata dalle motivazioni espresse dal ministro dell'Economia, Peter Altmaier. “Sarà difficile difendere le aziende tedesche che hanno affari con l'Iran dalle sanzioni Usa: giuridicamente non abbiamo possibilità di proteggerle dalle decisioni del governo americano o di esonerarle",

La questione dovrebbe riguardare anche le aziende italiane, esposte per molti miliardi di commesse in Iran, anche se Roma per ora tace, forse in attesa che nasca il nuovo governo. L’Iran da parte sua guarda con fiducia condizionata all’Europa. Un gruppo di deputati iraniani ha presentato un disegno di legge al Consiglio di Presidenza del parlamento per riprendere l'arricchimento dell'uranio qualora gli europei non dovessero fornire "garanzie sufficienti" al mantenimento dell''accordo sul programma nucleare iraniano. Il presidente Hassan Rohani ha incaricato il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, di prendere le misure necessarie per ottenere le garanzie richieste agli altri firmatari dell'accordo e ai partner economici dell'Iran.

I danni provocati da nuove sanzioni alla già indebolita economia iraniana vengono intanto minimizzati, in un’ottica “autarchica” dal ministro del petrolio, Bijan Zanganeh, per il quale "se gli stranieri investono in Iran, accelereranno lo sviluppo del nostro settore petrolifero ma, in caso contrario, non moriremo". Molto scettico sul ruolo dell’Europa in un accordo che pare in procinto di affondare a causa della defezione degli Usa, è invece l'ayatollah Ahmad Khamenei, che ha guidato la preghiera del venerdì a Teheran sostenendo che “non possiamo più fidarci dei firmatari europei dell’accordo”. Dichiarazioni che confermano come la decisione di Trump abbia già avuto l’effetto di accentuare il ruolo delle forze più conservatrici del regime iraniano indebolendo i moderati come il presidente Rohani. Se l’Europa dovesse però reagire in modo compatto e determinato alle pretese di Washington, la crisi iraniana potrebbe rivelarsi un boomerang per Trump accentuando il crescente divario tra le due sponde dell’Atlantico.