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GUERRA E VALUTE

La crisi del Golfo è l'inizio della fine del petrodollaro

Non è la fine del dollaro, ma la crisi del Golfo è la dimostrazione che la valuta americana sta perdendo la sua posizione di monopolio. E il mondo è più multipolare, anche dal punto di vista valutario.

Economia 15_04_2026
Lo Stretto di Hormuz (AP)

Mentre i missili volano sul Medio Oriente, sui mercati finanziari si combatte un'altra guerra, meno visibile ma altrettanto decisiva: quella per il futuro del dollaro come valuta dell'energia globale. Il conflitto contro l'Iran stressa simultaneamente tre snodi cruciali — Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez — e con essi l'intero impianto del cosiddetto petrodollaro, il sistema che da mezzo secolo lega il commercio del petrolio alla valuta americana. È uno dei punti esaminati da Lucio Caracciolo nell’editoriale all'ultimo numero di Limes (In Trappola, 11 marzo 2026), la nota rivista italiana di geopolitica da lui fondata e diretta.

Il dollaro tiene, ma per quanto? Nelle prime settimane di guerra il dollaro si è apprezzato, com'è sempre accaduto nei momenti di shock globale. Caracciolo evidenzia che si è trattato di un movimento tattico, quasi un riflesso condizionato, non di un atto di fiducia rinnovato. Molti Paesi che negli ultimi anni avevano già spostato parte delle proprie riserve verso l'oro e altre valute, come ad esempio la Turchia, si sono riposizionate temporaneamente sul biglietto verde per sfruttarne la liquidità, salvo poi verosimilmente "riprendere il largo" non appena la crisi si attenuerà. La de-dollarizzazione, infatti, non è un abbandono improvviso, ma un processo, un lento disaccoppiamento psicologico oltre che finanziario. Il dollaro resta indispensabile per gestire le emergenze di breve periodo; viene però sempre meno percepito come porto sicuro nel lungo periodo. E la gestione caotica del conflitto da parte di Washington — senza una strategia chiara, con continue oscillazioni al limite della schizofrenia — non fa che rafforzare questa percezione.

Il sistema del petrodollaro regge su alcuni punti chiave: il controllo militare americano delle rotte energetiche, la fiducia dei mercati nella capacità di Washington di garantire flussi regolari, la protezione militare fornita ai Paesi del Golfo, a cui corrisponde il loro impegno a denominare il proprio export in dollari e a reinvestire gli avanzi commerciali in titoli del debito pubblico statunitense, i cosiddetti Treasury, e in generale sui mercati finanziari statunitensi, che rimangono i più grandi, solidi e liquidi al mondo. Il conflitto in Iran, avviato probabilmente anche per rafforzare il presidio statunitense, e indirettamente il ruolo del dollaro come divisa di riserva globale, potrebbe però ottenere l’effetto opposto. Hormuz è il caso più evidente: attraverso quello stretto passa gran parte del petrolio e del gas del Golfo, circa il 20% del traffico globale del mondo. I paesi arabi del Golfo, per di più, sono anche grandi produttori di fertilizzanti azotati: quando la "catena dell'azoto" si interrompe, le rese agricole calano per mesi e i prezzi dei beni alimentari di base potrebbero impennarsi, con conseguenze politiche potenzialmente esplosive, come già accadde ai tempi delle cosiddette “primavere arabe”.

L'Iran è sottoposto da decenni a pesanti sanzioni che lo hanno costretto a costruire un'economia di resistenza: sostituzione delle importazioni, produzione decentralizzata, baratto diretto di petrolio con cibo, macchinari e tecnologie, aggirando i circuiti finanziari occidentali. Anche in piena guerra, Teheran continua a esportare quasi 3 milioni di barili al giorno, principalmente verso la Cina, e incassa circa 2 miliardi di dollari al mese dall'export non petrolifero. Gran parte di questi flussi non transita dal sistema finanziario occidentale. Non è la fine del dollaro, ma è la dimostrazione concreta che commerciare energia senza passarci è possibile, e questa lezione non sfugge a Pechino. Lo yuan avanza nel commercio energetico con Russia, Iran e altri produttori; crescono i circuiti bilaterali in valute locali; oro e materie prime tornano strumenti centrali di potere. Il dollaro non sparisce, ma perde il monopolio sull'energia e lo condivide con altri.

In prospettiva strategica, il vero beneficiario della crisi sembra quindi essere la Cina. Pechino non ha la potenza navale americana, ma negli ultimi trent'anni ha costruito un diverso tipo di egemonia: genera circa un terzo dell'elettricità mondiale da fonti rinnovabili, controlla oltre il 70% della capacità produttiva globale nelle tecnologie chiave della transizione energetica — solare, eolico, batterie — e ha accumulato circa 1,3 miliardi di barili di greggio in riserve strategiche. Non solo: la Cina domina le catene del valore di terre rare e metalli critici indispensabili per missili, droni ed elettronica. Per ricostruire il proprio arsenale, gravemente depauperato dalla guerra in Ucraina e ora dall’attacco all’Iran, gli Stati Uniti devono acquistare capacità produttiva e materie prime cinesi, distogliendo l’attenzione dall’Indo-Pacifico, che era la priorità dichiarata. Il potere di stampare moneta non basta più, se le materie prime critiche sono in mano altrui.

Per l'Europa — e per l'Italia in particolare — la combinazione tra crisi del petrodollaro e instabilità degli stretti si traduce in una nuova stagione di inflazione energetica strutturale. Due shock simultanei: gas e petrolio da un lato, grano e fertilizzanti dall'altro. Con forniture energetiche più costose e instabili, i margini fiscali per sostenere welfare e transizione si assottigliano. L'Italia è doppiamente esposta: dipende dal dollaro per gran parte dei flussi energetici e dipende dalla stabilità di stretti che gli Stati Uniti controllano sempre più imperfettamente. Per l'Italia e l'Europa, la lezione è scomoda ma inevitabile: non è più possibile affidare il proprio futuro energetico e finanziario a un ombrello americano che si sta, lentamente, richiudendo. Così Caracciolo, più che condivisibile.

A mo’ di glossa, sottolineo come sia sempre più evidente la progressiva perdita della centralità statunitense nell’architettura monetaria e finanziaria globale, come era stata definita a Bretton Woods nel 1944. Stiamo vivendo l’inizio della fine di un ordine che è durato dalla fine della seconda Guerra Mondiale ad oggi, centrato sul dollaro e sul Washington Consensus. Siamo entrati da alcuni anni dentro una transizione accidentata verso un multipolarismo caotico, dove gli Usa rimarranno una grande potenza, certamente, ma non più egemone e incontrastata. Con la fine del momento unipolare anche il dollaro, che ne era riflesso ed infrastruttura, rimarrà la divisa principale del mondo ma sempre più aggirata. Il lento tramonto del petrodollaro, con la progressiva perdita dello status di divisa di riserva globale, renderà sempre più difficile rifinanziare il proprio debito federale, che ha raggiunto oramai i 39 mila miliardi di dollari e cresce di 500 miliardi al trimestre. Una criticità che non sfugge certamente all’Amministrazione statunitense.

Il generale e filosofo cinese Sun Tzu (544-496 a.C.) diceva che la guerra migliore è quella che si vince senza combattere. Mentre i cinesi sembrano avere ben appreso quell’arte, gli Stati Uniti continuano invece a combattere senza vincere, accelerando così il tramonto della propria proiezione “imperiale” sul mondo.