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L'intervista contestata

La “colpa” di Carlson: mostrare il punto di vista di Putin

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Tutti contro Carlson, fatto oggetto in Occidente di un oscurantismo maccartista senza precedenti, che impedisce informazioni non allineate. La guerra (come prima il Covid) appare quindi un buon pretesto per imporre censure.

Editoriali 13_02_2024

Con l’intervista fiume a Vladimir Putin il giornalista televisivo Tucker Carlson ha fatto arrabbiare tutti al di qua della “Cortina di Ferro”, cioè in quello che ai tempi della prima guerra fredda potevamo definire orgogliosamente il “mondo libero”. Ha fatto arrabbiare i colleghi, anchorman e star dei grandi media mainstream statunitensi perché ha ottenuto un incontro e una intervista con Putin che ad altri è stata negata, Non pago, giusto per aumentare la dose di bile dei colleghi che non gli perdonano né di venire dalla “reazionaria” Fox News né di essere vicino a Donald Trump, Carlson ha ottenuto da Mosca anche di poter intervistare Edward Snowden.

Un’intervista non meno importante di quella a Putin tenuto conto che la fuga di Snowden, prima in Cina poi a Mosca, scatenò nel 2013 quel Datagate che raccontò al mondo intero di come gli Stati Uniti (e i britannici) spiano amici e alleati fino a controllare i cellulari di leader, capi di stato e di governo europei, i quali hanno peraltro reagito con limitate proteste formali, di fatto accettando come un fatto ineluttabile il loro stato di sudditanza. Imprese sviluppatesi peraltro negli anni dell’amministrazione Obama in cui Joe Biden era vice presidente. 

Tornando all’intervista a Putin, Carlson ha fatto arrabbiare anche gli editori delle testate mainstream perché la mole di visualizzazioni che ha totalizzato (oltre 100 milioni nelle prime 24 ore) ha ridicolizzato anche le più affermate testate statunitensi dimostrando che la censura posta dall’Occidente nei confronti dei media russi e delle fonti ufficiali russe non solo non serve a nulla perché non crea consenso (il sostegno all’Ucraina non gode di grande popolarità sulle due sponde dell’Atlantico) ma è contro producente perché evidenzia l’inadeguatezza delle classi dirigenti di Europa e USA, entrambe in crisi di fiducia e consensi presso le proprie opinioni pubbliche. 

Carlson quindi ha fatto arrabbiare anche i governi occidentali perché ha offerto una ampia vetrina a Putin che ha colto l’opportunità per raccontare, fin nei dettagli e negli aspetti storici più lontani, il punto di vista russo sulla crisi con l’Occidente e la guerra in Ucraina. Una narrazione che a tratti ha colto impreparato lo stesso Carlson, apparso in più occasioni spiazzato dai riferimenti di Putin su cui non si era documentato. Ma del resto, c’è forse un leader in Occidente tra quelli che si oppongono alla Russia a poter sostenere con argomenti efficaci un dibattito con Putin sui temi toccati nell’intervista? 

La vera “colpa” di Carlson è di aver mostrato il punto di vista di Mosca e di Putin, un crimine per un Occidente talmente sicuro e forte dei suoi principi da adottare un oscurantismo maccartista senza precedenti per definire fake news o disinformazione le “verità degli altri” e applicare la censura alle fonti non allineate. Se così non fosse oggi non si parlerebbe di possibili sanzioni della UE a Tucker Carlson: primo caso di un giornalista sanzionato per aver intervistato uno dei protagonisti del panorama mondiale ma che oggi non sarebbe certo sorprendente ma costituirebbe una sciocchezza enorme e un autogol.

L’ostracismo verso Carlson è il modo migliore per ingigantirne ruolo e fama spalancandogli le porte di un incarico politico se alle prossime elezioni dovesse vincere Donald Trump. Meglio non dimenticare che (anche qui in Italia) i fustigatori di Carlson sono in molti casi gli stessi che avevano messo in prima pagina le liste di proscrizione dei “putiniani” o quei direttori e giornalisti che sono stati decorati dal presidente Volodymyr Zelensky  per i servigi resi all’Ucraina, per non parlare delle interviste a Zelensky effettuate in totale adorazione dell’interlocutore ucraino e del tutto prive di domande scomode circa.

Le critiche mosse all’intervista di Carlson riguardano quindi solo il personaggio intervistato. Qualcuno sostiene con convinzione che in guerra non si debba intervistare il nemico ma occorre osservare, sgombrando il campo da ogni ipocrisia, che se fossimo davvero in guerra con la Russia i nostri soldati combatterebbero a fianco degli ucraini ad Avdiivka o in altre aree del Donbass e sarebbe lecito attendersi che in Europa non vengano acquistati oltre 42 milioni di metri cubi di gas al giorno dalla Russia, che peraltro giungono da noi nei  gasdotti che attraversano l’Ucraina.

La guerra (come prima il Covid) appare quindi un buon pretesto per imporre censure, limitare la libertà d’espressione e di dissenso e vietare il confronto delle idee che ha reso grande e prospero il “mondo libero”, nella speranza vana che l’opinione pubblica non si renda conto della pochezza della classe dirigente che sta guidando l’Occidente verso il baratro.

Carlson del resto ha dimostrato di aver ben compreso e ragioni dell’astio nei suoi confronti: dopo aver ammesso  di non essere particolarmente popolare tra i colleghi ha ribadito che la gran parte degli americani non ha capito questo conflitto se non superficialmente ed era giusto lasciare che Putin parlasse e spiegasse la sua visione del mondo perché gli americani si facessero un'idea compiuta. 

In termini di informazione l’intervista a Putin contiene alcuni aspetti critici: è troppo lunga, non è stata pianificata dettagliatamente nei tempi delle risposte e l’impressione è che il conduttore abbia ceduto troppo spesso il timone all’intervistato. A ben guardare aspetti abbastanza consueti nelle interviste a leader di primo piano. Inoltre non contiene elementi nuovi se non la disponibilità a uno scambio con gli USA di cittadini in carcere nelle rispettive nazioni.       

«Ho provato per tre anni a fare quest'intervista ma il governo del mio Paese ha fatto di tutto per impedirmelo addirittura lavorando con i servizi, illegalmente, contro di me e questo mi ha mandato su tutte le furie» ha detto ieri Tucker Carlson, invitato sul palco principale del World Governments Summit di Dubai per raccontare la clamorosa intervista diffusa su X.

«Sono americano, ho 54 anni e ho sempre pagato le tasse, eppure per tre anni il governo del mio Paese ha fatto di tutto, ricorrendo anche ai servizi segreti, per impedirmi di intervistare Vladimir Putin. Pensavo di esser nato libero e in Paese libero», aggiunge, raccontando come la CIA abbia fatto pressioni sul Cremlino per far cancellare l'appuntamento. 

«Non mi sarei mai aspettato che il mio Paese e la CIA, che solitamente combatte i nemici, si sarebbero rivolti contro un suo cittadino. Questo mi ha scioccato ma ha anche rafforzato la mia determinazione a fare quest'intervista: non solo per capire quale fosse la visione del mondo di Putin ma perché mi erano state date motivazioni assurde per non farla».

A Dubai Carlson si è vendicato degli sgarbi subiti negli Stati Uniti «evidentemente guidati un uomo incompetente: è malato, le sue aspettative di vita sono al ribasso e questa non è un'osservazione politica. E' la realtà delle cose anche se in America è giudicato sconveniente dirlo». Quanto al conflitto in Ucraina ha detto che «Putin vuole uscire da questa guerra e sarà sempre più aperto al negoziato se il conflitto durerà» ma «l'Occidente non ha mai riflettuto abbastanza su quali siano gli obiettivi concretamente raggiungibili di un negoziato: restituire la Crimea a Kiev come alcuni hanno ventilato significa non capire nulla dell'area e non avere il senso di cosa è fattibile».

Parole che sembrano voler tirare la volata a Trump, che ha più volte affermato che se tornerà alla Casa Bianca concluderà il conflitto in Ucraina in 24 ore.