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il caso

Incentivi agli avvocati, il governo inciampa ancora sulla remigrazione

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La norma inserita nel decreto sicurezza offre incentivi agli avvocati per favorire il rimpatrio dei clandestini, ma entra in rotta di collisione con le regole deontologiche della professione forense. Il governo si butta nell'ennesimo inciampo normativo. 

Politica 22_04_2026

Il governo sembra aver scelto ancora una volta la strada più tortuosa per affrontare un tema già di per sé complesso come quello dell’immigrazione, infilando nel decreto sicurezza una norma che rischia di aprire più problemi di quanti ne voglia risolvere. L’idea dell’esecutivo di introdurre un incentivo economico per gli avvocati affinché favoriscano i rimpatri volontari dei migranti, riconoscendo un compenso di 615 euro per ogni pratica conclusa con il ritorno nel paese d’origine, appare infatti come un cortocircuito giuridico e culturale prima ancora che politico. Non tanto perché il rimpatrio volontario sia di per sé uno strumento illegittimo o inefficace, ma perché il meccanismo individuato per promuoverlo entra in rotta di collisione con uno dei pilastri fondamentali dello stato di diritto: il ruolo dell’avvocato come difensore esclusivo degli interessi del proprio assistito.

La norma, così come concepita, introduce un elemento di incentivo economico che rischia di alterare questo equilibrio, creando una tensione evidente tra il dovere deontologico e la prospettiva di un guadagno legato all’esito della pratica. È difficile non vedere in questa impostazione una forzatura, tanto più che il Consiglio nazionale forense, spesso in sintonia con il governo su tanti temi attinenti alla riforma della giustizia, questa volta ha preso le distanze in modo netto, sottolineando di non essere stato coinvolto e di non riconoscere nelle attività previste un ambito coerente con le proprie competenze istituzionali.

Il punto critico non è soltanto tecnico, ma simbolico: si insinua l’idea che la difesa possa diventare negoziabile, che l’avvocato possa essere trasformato da garante dei diritti a ingranaggio di una politica pubblica, per quanto legittima nelle intenzioni. È questo slittamento che ha fatto insorgere una parte consistente dell’avvocatura e che alimenta i dubbi di costituzionalità evocati da diversi osservatori.

Nel frattempo, però, la macchina parlamentare corre contro il tempo. Il decreto deve essere convertito entro pochi giorni e la maggioranza ha già fatto capire che non intende modificarlo, anche a costo di ignorare le critiche e le perplessità emerse sia sul piano tecnico sia su quello politico. Non si dimentichi che è sceso in campo nelle ultime ore anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a quanto pare contrarissimo alla norma incriminata e deciso a far presente il suo dissenso al Sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano. Motivo per cui, in serata, il premier Meloni e il ministro degli Interni Piantedosi hanno dichiarato che recepiranno le osservazioni del Capo dello Stato, ma il provvedimento rischia di essere stralciato e di essere affrontato in una norma ad hoc

Tuttavia, la scelta del governo di blindare il provvedimento con la fiducia segnala una priorità: portare a casa il risultato, evitando un ritorno al Senato che sarebbe difficile da gestire nei tempi strettissimi imposti dalla scadenza.

Ma questa rigidità rischia di trasformarsi in un boomerang, perché dà l’impressione di un esecutivo più preoccupato di non perdere la faccia che di costruire norme solide e condivise. Non è un caso che le opposizioni abbiano trovato su questo terreno un motivo di compattezza, denunciando l’ennesimo intervento emergenziale che comprime diritti e introduce elementi di dubbia legittimità. Anche all’interno della maggioranza, per quanto timidamente, emergono distinguo, come quelli di Noi Moderati, che parlano di “forzatura normativa” e promettono correzioni future, rinviate però a un momento indefinito.

Nel frattempo, la norma resta, con tutte le sue ambiguità. E proprio qui sta il paradosso: nel tentativo di accelerare i rimpatri, si rischia di aprire un fronte di conflitto con gli stessi professionisti che dovrebbero contribuire alla sua attuazione, oltre che di alimentare contenziosi che potrebbero rallentare ulteriormente il sistema. Il dibattito si infiamma anche perché si inserisce in un contesto più ampio in cui il decreto sicurezza viene percepito da molti come un contenitore eterogeneo, un “decretone” che accumula misure diverse sotto la pressione dell’urgenza, senza un disegno organico.

In questo quadro, la norma sugli avvocati finisce per diventare il simbolo di un approccio che privilegia soluzioni rapide e mediaticamente efficaci rispetto alla coerenza giuridica e istituzionale. Eppure, proprio su temi così delicati, sarebbe necessario il contrario: chiarezza, equilibrio, rispetto dei ruoli. Perché se è legittimo che il governo persegua politiche di controllo dei flussi migratori, non lo è altrettanto farlo mettendo in discussione principi fondamentali come l’indipendenza della difesa. Il rischio, altrimenti, è di complicarsi la vita da soli, creando norme destinate a essere contestate, aggirate o, nel peggiore dei casi, smontate in sede giudiziaria. E allora il problema non sarà più solo politico, ma diventerà istituzionale, con effetti che potrebbero andare ben oltre la durata di questo decreto e rafforzare la narrazione anti-governativa anche rispetto ad altre discutibili scelte della Meloni e della sua squadra, come quella dei costosi e inutili centri migranti in Albania.