In Iran si rischia la vita per proteggere anche l'Occidente
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Per la dissidente iraniana «è il momento del "Muro di Berlino"» e c'è chi lo sta abbattendo a mani nude, racconta a La Bussola. L'appello alla comunità internazionale: la Repubblica islamica va trattata come l'ISIS, è in gioco la sicurezza globale.
«Questo è il momento del “Muro di Berlino” per l’Iran. C’è chi lo sta abbattendo a mani nude. Un Medio Oriente senza la Repubblica Islamica sarebbe più sicuro, così come lo sarebbe l’Europa senza un regime che pratica la repressione transnazionale, esporta terrore e dà la caccia ai dissidenti oltre i propri confini. Quanto sta accadendo non riguarda soltanto la libertà dell’Iran, ma la sicurezza globale. La storia ricorderà chi si è schierato dalla parte del popolo nel momento in cui il muro ha cominciato a crollare». È così che Masih Alinejad, la nota dissidente politica iraniana — rifugiata a New York — a La Nuova Bussola Quotidiana spiega cosa sta accadendo in Iran.
Solo pochi giorni fa, durante il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Masih Alinejad ha potuto guardare diritto negli occhi il rappresentante dell’Iran, per far sentire ancora a tutti, «per tre volte il regime ha tentato di uccidermi». Negli anni, Alinejad è diventata il punto di riferimento internazionale della dissidenza iraniana, guidando campagne contro l’hijab obbligatorio e documentando la violenta repressione delle forze di sicurezza.
E mentre continuano ad arrivare notizie circa le atrocità commesse dal regime, Alinejad continua a far sentire la sua voce.
È passato più di un mese dall’inizio della controrivoluzione e del massacro in Iran. Dove ci troviamo oggi?
Il regime credeva che omicidi di massa, esecuzioni, innumerevoli arresti, blackout di Internet e intimidazioni avrebbero cancellato la rivolta. Invece ne hanno solo cambiato la forma.
Parlo ogni giorno con le mie fonti all’interno dell’Iran e molte mi confermano che il numero reale delle vittime è ancora più alto. Non paragono mai ciò che accade con l’Olocausto, ma quando uno Stato arriva a uccidere fino a 36.000 civili disarmati in appena due giorni, approfittando di un blackout totale di Internet, ci si avvicina alla dimensione di quel metodo di sterminio. Quella a cui assistiamo non è soltanto una crisi politica. È un trauma nazionale. Un’intera nazione è ferita, milioni di iraniani vivono sotto il peso di uno shock collettivo
In cosa questa mobilitazione differisce dalle precedenti ondate di protesta, soprattutto ora che il regime ha risposto con uccisioni di massa?
In passato si protestava per il prezzo del carburante, per le elezioni, per la corruzione. Oggi la frattura è più profonda, ed è psicologica: gli iraniani non chiedono più al regime di cambiare, ma di andar via. Le donne sono in prima linea, fianco a fianco con i loro fratelli, a guidare la rivoluzione. Quando una ragazza si toglie l’hijab davanti a forze armate che sparano per uccidere, non sta negoziando: sta affermando la sovranità sul proprio futuro. E quando un uomo apre le braccia e dice alle forze di sicurezza che non ha paura, il segnale è inequivocabile: la Repubblica Islamica è già finita. Ora serve solo l’aiuto della comunità internazionale per liberarci del cadavere di questo regime.
Molti giovani europei si sentono emotivamente vicini alla causa palestinese ma distanti dal massacro in Iran. Perché?
Perché in Occidente la storia dell’Iran viene raccontata male, ridotta a un dibattito culturale, invece di essere compresa per ciò che è davvero: una lotta per la sopravvivenza. Donne e uomini iraniani stanno combattendo una battaglia universale, per il diritto di vivere senza una dittatura religiosa islamica, senza apartheid, senza terrore politico. Se si comprendesse che ragazze vengono incarcerate, stuprate o uccise semplicemente per aver mostrato i capelli, sarebbe chiaro che questa tragedia non è lontana. Riguarda tutti. Riguarda l’umanità.
In Italia e in Europa i media spesso esitano ad affrontare apertamente i legami tra Hamas e l’Iran. Perché?
Perché regna la confusione, ed è proprio in questa confusione che prosperano la Repubblica Islamica e i suoi proxy. Molti giornalisti temono l’accusa di islamofobia e quindi scelgono il silenzio. Ma il silenzio europeo su questo regime barbaro non protegge le persone, ma gli oppressori. Qui ci uccidono nel nome di Allah.
Quando ci si rifiuta di raccontare come la Repubblica Islamica finanzi e sostenga ideologicamente gruppi militanti, si cancellano le vittime di quel sistema, cioè gli iraniani. Per questo lancio un appello ai giovani occidentali: reagite contro le organizzazioni terroristiche di Hamas, Hezbollah e il loro grande sponsor, le Guardie Rivoluzionarie islamiche. Gli iraniani stanno rischiando la vita per proteggere l’Occidente dal pericolo del terrorismo islamico.
In Europa il velo viene spesso raccontato come un simbolo religioso o persino di libertà. Le iraniane non possono condividere questa lettura. Cosa rivela questo divario?
Rivela il privilegio.
Per le iraniane l’hijab non è moda né identità: è l’uniforme dell’obbedienza imposta dallo Stato. Il problema non è il tessuto, ma il potere. È uno Stato che decide cosa una donna può indossare, dove può andare, come deve vivere. Quando una donna iraniana combatte contro l’hijab e la polizia morale sta dicendo ‘no’ all’intero Stato islamico.
Lei ha sollecitato le Nazioni Unite affinché l’Occidente tratti la Repubblica islamica iraniana alla stregua dell’ISIS, perché?
L’ISIS decapitava le persone in pubblico per governare attraverso la paura.
La Repubblica Islamica impicca le persone in pubblico per governare attraverso la paura.
L’ISIS usava il terrore come forma di governo.
La Repubblica Islamica ha istituzionalizzato il terrore come governo.
Uno era un attore non statale che si nascondeva nell’ombra.
L’altra indossa completi eleganti, siede alle Nazioni Unite e gode dell’immunità diplomatica.
Ali Khamenei è il padrino dell’ISIS.
Per questo ho chiesto al mondo di trattare la Repubblica Islamica nello stesso modo in cui tratta l’ISIS.
Ripete spesso il concetto de “l’illusione del dialogo” con il regime. Cosa intende?
L’Occidente continua a illudersi di poter ammorbidire il regime attraverso il dialogo. Il regime islamico comprende un solo linguaggio: quello della pressione. Con i terroristi non si negozia, si rimuovono.
Quindi non bisogna negoziare?
Teheran usa i negoziati per guadagnare tempo: mentre parla, uccide in patria ed estende la repressione all’estero. Stringere la mano a un regime che spara agli adolescenti significa legittimare quei proiettili. Trump non ha negoziato con al-Baghdadi, Qassem Soleimani e Maduro. Ali Khamenei e la Repubblica Islamica si comportano come l’ISIS e devono essere trattati allo stesso modo.
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