Impasse nel Golfo, la possibile svolta dal summit di Pechino
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Situazione di stallo tra l'asse USA-Israele e l'Iran per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz. Tra pochi giorni Trump sarà in Cina e si guarda al vertice con Xi Jinping con la speranza di un'intesa che entrambi hanno interesse a raggiungere.
Nulla di fatto circa l’accordo che dovrebbe porre fine al conflitto tra l’asse USA -Israele e l’Iran e risolvere la crisi energetica generata dal blocco dello Stretto di Hormuz. «Gli Stati Uniti continuano a avanzare richieste irragionevoli, ma noi contrastiamo le loro prepotenze»: lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei durante la sua conferenza stampa settimanale. «Che gli Stati Uniti accettino la proposta dell'Iran o entrino in guerra, noi decideremo di conseguenza. L'Iran combatterà ogni volta che sarà costretto a farlo, oppure ricorrerà alla diplomazia, se ci sarà spazio per farlo».
Riferendosi alle notizie secondo cui gli Stati europei stanno per dispiegare navi da guerra per aprire lo Stretto di Hormuz, Baghaei ha affermato che i paesi del mondo dovrebbero agire in modo responsabile. «Gli europei non dovrebbero soccombere agli atti di arroganza degli Stati Uniti e di Israele e lasciarsi ingannare da loro. Dovrebbero astenersi dal compiere qualsiasi mossa che comprometta i loro interessi, perché qualsiasi intervento nello Stretto di Hormuz o nel Golfo Persico comporterebbe ulteriori complicazioni e un aumento dei prezzi dell'energia».
La Repubblica islamica dell'Iran «pur mantenendo la diffidenza nei confronti del nemico, ritiene possibili i negoziati, da una posizione di dignità, saggezza e opportunità», ha detto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Lo riporta la agenzia Mehr. Il presidente ha aggiunto che, qualora si raggiungesse un accordo in linea con le preoccupazioni della Guida Suprema e gli interessi del popolo iraniano, l'Iran rispetterebbe i propri impegni.
Dopo che gli Stati Uniti avevano avanzato una proposta per riprendere i negoziati, l'Iran ha reso nota ieri la propria controproposta, centrata sulla fine della guerra su tutti i fronti, in particolare in Libano, dove Israele combatte contro Hezbollah, alleato di Teheran. Secondo la televisione di Stato iraniana, Teheran ha chiesto compensazioni per i danni di guerra e ha ribadito la propria sovranità sullo Stretto di Hormuz. L'agenzia semi-ufficiale Tasnim ha aggiunto che l'Iran ha chiesto agli Usa di porre fine al blocco navale, di garantire l'assenza di nuovi attacchi, di revocare le sanzioni e di rimuovere l'embargo sulle esportazioni di petrolio iraniano.
Nel giro di poche ore Trump ha bocciato la posizione iraniana su Truth Social scrivendo: «Non mi piace. Totalmente inaccettabile», senza fornire ulteriori dettagli. Washington aveva proposto di cessare i combattimenti prima di avviare i colloqui sui dossier più controversi, tra cui il programma nucleare iraniano. Non è chiaro quali iniziative diplomatiche o militari potranno essere intraprese nelle prossime ore. Trump è atteso mercoledì a Pechino, dove tra i temi del colloquio con il presidente cinese Xi Jinping ci sarà anche la crisi iraniana. Washington conta su Pechino per esercitare pressione su Teheran affinché accetti un'intesa.
Trump in una breve telefonata ad Axios ha annunciato che avrebbe respinto la risposta dell'Iran all'ultima bozza di accordo per porre fine alla guerra. «L'Iran gioca con gli Stati Uniti e con il resto del mondo da 47 anni», aveva scritto in un precedente post. Gli iraniani «si prendono gioco del nostro Paese, che ora ha ritrovato la sua grandezza, ma non rideranno ancora a lungo!».
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di auspicare la caduta del regime iraniano, che comporterebbe il crollo, «come un'impalcatura», dei gruppi alleati dell'Iran in Yemen (gli Houthi), a Gaza (Hamas) e in Libano (Hezbollah). «È possibile? Sì. È certo? No», ha affermato in un'intervista trasmessa nella serata di ieri dalla rete televisiva americana CBS. «L'Iran continua a sostenere questi gruppi, che cercano di produrre missili balistici. Li abbiamo ridotti significativamente, ma sono ancora presenti e c'è ancora del lavoro da fare», ha osservato il primo ministro israeliano aggiungendo che la guerra contro l'Iran «non è finita»: «C'è ancora materiale nucleare, uranio arricchito che deve essere portato fuori dall'Iran», ha detto Netanyahu aggiungendo che «ci sono ancora siti di arricchimento che devono essere smantellati», a conferma che il programma nucleare è al centro delle pretese israeliane non statunitensi.
Del resto le fonti d’intelligence statunitensi hanno più volte smentito che Teheran fosse sul punto di dotarsi di armi atomiche. Alla domanda su come potrebbe essere rimosso l'uranio, Netanyahu ha risposto: «Si entra e lo si porta fuori».
Netanyahu ha indicato che Israele «respingerebbe qualsiasi tentativo di subordinare un cessate il fuoco con l'Iran alla fine del conflitto con il gruppo armato libanese Hezbollah, accusando Teheran di voler preservare il suo proxy libanese per rappresentare una minaccia a lungo termine per Israele».
Un contesto difficile quindi, con gli Stati Uniti che appaiono ancora una volta in ostaggio delle pretese israeliane di mettere le mani sull’uranio iraniano e di avere al tempo stesso mano libera lungo i loro confini per colpire tutti i loro nemici.
Una possibile svolta nei negoziati tra USA e Iran potrebbe forse giungere dal vertice tra i presidenti di Cina e Stati Uniti, Xi Jinping e Donald Trump. I due statisti «avranno un approfondito scambio di opinioni» su «questioni fondamentali riguardanti le relazioni sino-statunitensi, la pace e lo sviluppo globali», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun, nel quadro della prolungata crisi in Medio Oriente.
Trump sarà in Cina dal 13 al 15 maggio prossimi, per la sua prima visita ufficiale dal 2017. «La diplomazia a livello di capi di Stato svolge un ruolo insostituibile nel fornire una guida strategica alle relazioni sino-statunitensi», ha detto Guo nel corso di una regolare conferenza stampa nella capitale cinese, aggiungendo che Pechino «è pronta a collaborare con gli Stati Uniti per ampliare la cooperazione e gestire le divergenze nello spirito di uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio, conferendo maggiore stabilità e certezza per trasformare un mondo instabile».
Per la vice-portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly, quella di Trump a Pechino sarà una visita di «enorme significato simbolico», in cui Trump si concentrerà sul «riequilibrio delle relazioni con la Cina e sul dare priorità alla reciprocità e all'equità, al fine di ripristinare l'indipendenza economica americana».
In ogni caso entrambi i leader hanno bisogno di annunciare un successo diplomatico e la Cina ha tutto l’interesse a mediare un’intesa che riporti serenità a Hormuz, polmone energetico delle economie industriali asiatiche, non solo di quella cinese.
D’altra parte gli Stati Uniti sembrano cercare a ogni costo una vittoria diplomatica che oscuri l’insuccesso militare nei 40 giorni di guerra ma continuano ad adottare una politica autoreferenziale senza tenere conto degli alleati.
La disponibilità europea a inviare una flotta di navi per lo sminamento di Hormuz ma solo dopo che sia entrato in vigore un accordo di pace sembra indicare che un accordo verrà trovato al più presto anche perché né l’Iran né l’asse USA-Israele possono permettersi di assumersi la responsabilità di mandare in rovina l’economia mondiale.

