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COMUNISMO LATINO

Il Venezuela "annette" un pezzo di Guyana, ricco di petrolio

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Il Venezuela ha annesso, con un referendum, una regione della vicina Guyana che include i due terzi del suo territorio e ricca di giacimenti di petrolio. Per ora, solo simbolicamente.

Esteri 05_12_2023
Maduro dopo il referendum (La Presse)

Con un referendum di domenica 3 dicembre, la cui validità è quantomeno dubbia, il Venezuela ha annesso una regione della vicina Guyana che include i due terzi del suo territorio. Il problema vero è che in Guyana nessuno è stato consultato. Se non fosse solo una trovata propagandistica del regime di Nicolas Maduro, ci sarebbe da temere una guerra. Ma se veramente non lo fosse e il Venezuela facesse sul serio?

I motivi di questa incredibile annessione per via referendaria (e senza neppure consultare il territorio “redento”) risalgono teoricamente al 1899. Il Venezuela era una colonia spagnola, come quasi tutto il Sud America. Nel 1823 divenne indipendente e i suoi confini, in teoria, comprendevano anche la regione dell’Essequibo, che era anch’essa parte del dominio spagnolo. Ma solo in teoria, perché, di fatto, era colonizzata dagli olandesi (che possedevano l’attuale Suriname) e poi venne ceduta agli inglesi nel 1814. Il Venezuela non riconobbe mai quel confine e dopo un secolo di diatriba legale si giunse a un arbitrato internazionale che, nel 1899, stabilì definitivamente che l’Essequibo apparteneva alla Guyana britannica. I confini non sono mai più stati rimessi in discussione fino al 1962, quando il Venezuela riaprì la causa e poi nel 1966 quando la Guyana divenne indipendente. Ma solo negli ultimi anni il regime di Maduro ha voluto dar seguito alla contestazione del confine, riportando il caso all’Onu, nel 2017. Il segretario generale Guterres ha delegato alla Corte Penale Internazionale il giudizio sull’arbitrato del 1899. Una sentenza è attesa per il 2025.

Come mai una questione tanto antica, che non disturbava nessuno da quasi un secolo e mezzo, ora diventa improvvisamente scottante?

La prima risposta è: il petrolio. Nel 2015, infatti, al largo della Guyana sono stati scoperti dalla Exxon giacimenti petroliferi ricchissimi (stimati 11 miliardi di barili di greggio di alta qualità). In settembre la Guyana ha indetto una gara, per le compagnie petrolifere multinazionali, per lo sfruttamento dei nuovi giacimenti. E Maduro ha protestato, dando inizio alla crisi. Il Venezuela è uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio. Ma rischia, a causa della sua crisi cronica, di essere surclassato da concorrenti più efficienti. La motivazione che potrebbe spingere Maduro a invadere la Guyana, dunque, è più l’eliminazione di un concorrente potenziale che la conquista di risorse. In un’ottica di nuova guerra fredda, la manovra destabilizzante di Maduro può servire a turbare il già disastrato mercato dell’energia, soprattutto ai danni degli importatori occidentali.

Dietro alla provocazione internazionale di Maduro si cela, comunque, una grave crisi interna, ormai irrisolvibile. Secondo l’ultimo dato del 2022 l’inflazione annua era del 1588%, il debito pubblico del 240% sul Pil: sono le cifre di una bancarotta. Quasi otto milioni di venezuelani hanno abbandonato il paese. Il referendum per l’annessione dell’Essequibo è stato un esempio di mobilitazione delle masse militanti. Ma anche parecchio artificiale: secondo l’oppositore Henrique Capriles (che ha partecipato al voto), su 20 milioni di aventi diritto, hanno votato in 10 milioni, ma probabilmente 8 su 10 sono voti finti. Realmente potrebbero aver votato solo 2 milioni di militanti bolivariani, con 5 schede a testa. E comunque il risultato non è soddisfacente, perché si è raggiunta a mala pena la metà dei voti attesi. Poco importa se fra quelli che hanno votato si sia raggiunta una maggioranza bulgara del 95% di “sì”. Si tratta, con tutta evidenza, di una mossa propagandistica di Maduro per distrarre, con una campagna nazionalista, un’opinione pubblica devastata dalla crisi interna.

Il problema vero nascerebbe se, dalla propaganda, si passasse ai fatti. Che forte di questo voto (tutt’altro che popolare), Maduro decidesse di entrare nella Guyana con l’esercito, per prendersi un territorio che ritiene suo. Il presidente della Guyana, Mohamed Irfaan Ali (il primo capo di Stato musulmano del Sud America), ha rassicurato la sua popolazione: «Non c’è nulla da temere, proteggerò la gente e proteggerò il confine». Catene umane di protesta sono state organizzate dai guianesi, mentre nel paese vicino si votava sul loro destino.

La reazione internazionale è molto blanda. Nessuno pare prendere sul serio l’iniziativa di Maduro. Né il presidente francese Emmanuel Macron (che ha basi nella vicina Guyana francese), né il premier britannico Rishi Sunak hanno fatto sentire la loro voce in questa crisi. Eppure l’ultimo decennio dovrebbe dimostrare che, anche quando meno ce l’aspettiamo, i confini possono essere violati unilateralmente, nella convinzione che la violazione sia legale (rivendicando un territorio che si ritiene già di propria appartenenza) e poi resti sostanzialmente impunita.