Il problema del giudice che sbaglia
La separazione delle carriere è un buon primo passo, ma il problema del giudice che sbaglia non si può risolvere con imposizioni di risarcimento et similia.
Il problema del giudice errante (nel senso che ha sbagliato) non si può risolvere con sistemi come imposizioni di risarcimento et similia. La separazione delle carriere, certo, è un primo passo, ma anche i pm possono sbagliare, eccome, ne sono piene le cronache ed è inutile riportare esempi. La soluzione sta tutta nel Csm, e già la proposta del sorteggio per farne parte è egregia. Ma non sarà sufficiente, perché anche i consiglieri sorteggiati possono essere soggetti a errore.
Eh, antico dilemma: who watches the watchers? Così dicono gli inglesi, e noi traduciamo con “Chi sorveglia i sorveglianti?” Nel caso in cui il legislatore non individuasse un metodo infallibile (e non ce ne sono) si potrebbe verificare l'allargamento di un fenomeno già noto: il magistrato, per sicurezza, assolve sempre e chiunque. Le conseguenze le abbiamo già: le nostre strade sono piene di immigrati africani che delinquono, vengono arrestati, rilasciati a piede libero, del foglio di via se ne fregano, se fanno danni non hanno soldi per risarcire, e infine c'è il criterio del “vuota carceri” che ha reso le nostre città invivibili.
Un esempio, tratto da esperienza personale, chiarirà quel che intendo dire. Qualche tempo fa il sottoscritto, da perfetto cretino, montò in piedi sulla poltrona del suo studio per arrivare a un libro posto in alto nello scaffale. Perché cretino? Perché la poltrona aveva le rotelle e la cosa finì in capitombolo. Picchiai la nuca e, data la mia età, per prudenza mi feci visitare dal medico condotto. Il quale mi disse chiaro quanto segue: per me lei non ha nulla, ma ha preso una botta in testa, perciò, date le nuove regole, per sicurezza (mia) le prescrivo tutte le analisi necessarie. Così, dovetti andare a farmi fare una Tac, poi una risonanza magnetica e altro. Con aggravio mio e della mutua. Ecco un classico risultato di una legge che, con ottime intenzioni, ottiene aggravi di tempo e denaro per il cittadino e per l'erario.
Qualcosa del genere si otterrebbe nel caso in cui un magistrato fosse chiamato a rispondere del danno compiuto nell'esercizio delle sue funzioni. Il monito giuridico “in dubio, pro reo” diventerebbe un “pro reo” generale sempre e comunque. Perciò, il problema della giustizia in Italia passerebbe da “problema” a “disastro”. Il sistema anglosassone potrebbe fornire qualche spunto. Certo, anche nell'anglosfera non regna l'infallibilità giudiziaria, ma pare che là i problemi siano molto minori. Essi non hanno subìto l'imposizione napoleonica di codici e sistemi accentrati alla giacobina. Noi non abbiamo sceriffi e magistrati eletti dal popolo, il quale, nel votare, sa in quali mani finirebbe se per disgrazia toccasse a lui finirci. Abbiamo mille esempi nei film e telefilm alla Perry Mason, si potrebbe copiare qualche idea. Speriamo che Mantovano, sottosegretario alla giustizia e mio personale amico di lunga data, trovi la quadra. E, se la trova, venga ascoltato, in quanto è una delle poche teste pensanti nell'attuale Palazzo. Intanto, al referendum voteremo “Sì”. Come diceva Mao, ogni lunga marcia comincia con un passo solo.

