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ARGENTINA

Il piano economico di Milei osteggiato dai peronisti. E sono proteste

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Dopo l’annuncio di un super decreto che modificherà o annullerà circa 350 misure assistenzialiste e stataliste, l’Argentina vive una serie di proteste, poco partecipate, promosse dai peronisti. Un tentativo di sfasciare il Paese, già in crisi per decenni di politiche socialiste.

Esteri 23_12_2023
Manifestanti davanti al Congresso argentino, 21 dic 2023 (foto AP by LaPresse)

Il presidente argentino Javier Milei ha annunciato mercoledì 20 dicembre, in diretta nazionale e contornato dai suoi ministri, la firma di un super Decreto di necessità e urgenza che modificherà o annullerà circa 350 politiche economiche federali assistenzialiste e stataliste implementate negli anni dai peronisti e socialpopulisti. Dall’annuncio ad oggi, ogni sera si moltiplicano le manifestazioni, molto rumorose e poco partecipate nella capitale Buenos Aires e in altre città. I socialisti populisti pare vogliano passare dal servire il popolo alla conquista del potere contro il popolo.

Sono manifestazioni promosse da organizzazioni legate a doppio filo con il potere peronista che, non accettando di aver perso le elezioni, cercano di sfasciare il Paese e impedire al governo MiIei di agire. Come aveva promesso, l'ordine esecutivo di Milei ha preso di mira quasi tutti gli aspetti dell'economia argentina, dalle importazioni al controllo dei prezzi, dall’assistenza sanitaria alle federazioni sportive, nel tentativo di imporre un «piano di stabilizzazione d'urto» per prevenire una nuova catastrofe finanziaria.

L'Argentina sta affrontando la peggiore crisi economica della sua storia a causa di decenni di politiche socialiste, di spese governative esagerate e di corruzione, che hanno alimentato tassi di povertà, disoccupazione e inflazione alle stelle. Il tasso di inflazione della nazione ha raggiunto il 160% nei giorni successivi all'insediamento di Milei, avvenuto il 10 dicembre. Milei, un economista libertario, ha vinto ampiamente le elezioni presidenziali del 19 novembre scorso con una proposta drastica e di lacrime e sangue per mettere in sicurezza e rilanciare un Paese esangue.

Nel suo intervento, Milei ha detto che «le idee che hanno fallito in Argentina sono le stesse che hanno fallito in tutto il pianeta… una dottrina che alcuni chiamano sinistra, socialismo, fascismo, comunismo – e che a noi piace catalogare come collettivismo – è un modo di pensare che diluisce l'individuo a favore del potere dello Stato». In questo senso la battaglia di Milei e del suo esecutivo è anche una sfida culturale cruciale per l’Argentina e per l’intero continente sudamericano. L'ordine esecutivo proclama una «emergenza» economica nel Paese che inizierà ufficialmente questo Natale e terminerà il 31 dicembre 2025. A coloro che lamentano la poca sensibilità sociale del nuovo esecutivo, andrebbe ricordata l’analisi fatta proprio il 20 dicembre da Infobae che ha rilevato come gli affitti in Argentina siano aumentati del 300% su base annua nel 2023, per effetto anche della Legge sugli affitti approvata dai peronisti con la scusa che invece la nuova norma avrebbe mantenuto bassi gli affitti.

I cambiamenti annunciati il 20 dicembre sono la seconda serie di riforme nei dieci giorni d’inizio mandato di Milei: il 12 dicembre, infatti, il ministro dell'Economia Luis Caputo aveva già annunciato che il governo avrebbe svalutato drasticamente il peso argentino, passando dal cambio di 366 pesos per dollaro statunitense a 800 pesos dall’1 gennaio 2024. Per aiutare le famiglie argentine, tuttavia, il ministro Caputo aveva anche aumentato l'importo del credito d'imposta per l'infanzia concesso alle famiglie, per avvicinarlo all'inflazione. Ebbene, a fronte della cocente sconfitta elettorale e delle prime misure approvate dal governo, le manifestazioni che centri sociali e formazioni politiche di estrema sinistra hanno organizzato per tentare di far cadere il nuovo governo, o quantomeno farlo traballare, si sono rivelate un fiasco, visto che i raduni hanno avuto poche migliaia di aderenti e sono stati tutti controllati dalle forze dell’ordine che hanno regolato le manifestazioni senza alcun problema.

Le scorribande notturne di motociclisti protestatari (cacerolazos) sono state anch’esse un fiasco. Il governo ha dichiarato ieri di aver speso circa 60 milioni di pesos per le operazioni delle forze di sicurezza dispiegate durante la marcia di mercoledì e ha insistito sul fatto che invierà i conti alle organizzazioni sociali e di sinistra affinché paghino le spese. Una mossa forse al limite della libertà ma giustificata in un Paese in cui le madri dei desaparecidos e i piqueteros sindacali sono stati continuamente sovvenzionati e usati come “falangi armate” dai governi socialisti.

Milei fa tesoro delle esperienze di molti leader e governi conservatori dei Paesi latinoamericani che più volte hanno visto, dopo aver vinto le elezioni, come le proteste anche violente della sinistra abbiano preso il sopravvento, immobilizzato l’esecutivo, gettato nella paura il Paese di turno e congelato ogni investimento economico. Un esempio su tutti lo ha dato recentemente il Cile, funestato da rivolte negli ultimi due anni di governo conservatore di Sebastián Piñera, sino alla conquista del potere da parte del giovane rivoluzionario Gabriel Boric, ora alle prese con una disastrosa crisi economica prodotta dalle sue politiche stataliste.

Ancor peggio, lo vediamo quando i socialpopulisti sono al governo: vedi l’arresto di un altro vescovo cattolico, mons. Isidoro Mora, da parte del presidente Daniel Ortega in Nicaragua o le fresche dichiarazioni dell’ex presidente boliviano Evo Morales, tanto apprezzato anche in Vaticano per il suo dono nel 2015 a papa Francesco di un Cristo su falce e martello, che ha ammesso di aver influenzato con la forza i giudici che hanno condannato a 10 anni di carcere l’ex presidente ad interim Jeanine Áñez, per aver riportato la democrazia nel Paese contro il totalitarismo socialcomunista.



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