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i venerdì della bussola

Il nodo della libertà in Europa nella sfida di Trump a Davos

Nuovi equilibri geopolitici e lo scontro fra due gruppi di potere: quello che persegue la governance globale e quello incarnato dal presidente Usa che, al netto dei suoi paradossi, ha toccato il nervo scoperto di un sistema che da trent'anni porta avanti un attacco politicamente corretto a 360 gradi. Dall'intervista della Bussola a Marcello Foa e Maurizio Milano.

Attualità 31_01_2026

Equilibri geopolitici, scenari di conflitto ma anche lo scontro fra due mondi, definibili come “sovranista” e “globalista”, su cui si gioca anche la libertà in Europa. Questi i temi emersi durante la diretta dei Venerdì della Bussola intitolata Quale geopolitica dopo Davos, condotta da Stefano Magni e Andrea Zambrano. Il riferimento immediato è all’intervento di Trump il 21 gennaio a Davos, la località svizzera sede del meeting annuale del World Economic Forum, la “creatura” di Klaus Schwab, fautore del Great Reset, cui è dedicato il libro Il pifferaio di Davos, di Maurizio Milano, ospite della trasmissione insieme al giornalista ed ex presidente Rai Marcello Foa.

Un intervento che Magni contestualizza nei «fuochi d’artificio» di inizio anno a partire dal «caso Groenlandia» – in via di risoluzione con un «accordo che cambia di poco lo status quo» – che ha alimentato allarmi rivelatisi infondati. Infatti, se «Trump è un presidente imprevedibile, nel bene e nel male», osserva Foa, in Groenlandia «voleva semplicemente siglare un accordo di protettorato, non solo militare ma anche economico, e lo ha fatto con i suoi metodi, pur discutibili». Per inciso, non è stato Trump a mandare all'aria il diritto internazionale come si dice: piaccia o meno, il ruled based order considerato il pilastro dell'Occidente post-bellico di fatto non è mai esistito e ad ammetterlo (ma solo parzialmente) è stato, proprio a Davos, il premier canadese. Nel corso della diretta sono stati affrontati anche l’intervento in Venezuela, che ha condotto all’arresto di Nicolas Maduro, e la situazione in Iran. Foa evidenzia la differenza fra il primo («un blitz  riuscito dal punto di vista militare e politico, salvo le questioni di sovranità nazionale» e quelle morali, dice Foa, rispetto ai passati regime change costati molto di più in termini economici, nonché di rivoluzioni e vite umane) e il secondo caso: un eventuale attacco massiccio in Iran, infatti, oltre a smentire le promesse trumpiane di non-interventismo, porterebbe, sì, alla caduta del regime degli ayatollah, ma al prezzo di scatenare i missili iraniani (come già accaduto), tramutandosi in un massacro per Israele.

Milano inquadra la difficile congiuntura degli Usa («sull’orlo di un collasso finanziario, con tensioni sociali enormi») che spinge la Casa Bianca a rinunciare all’«esportazione del modello liberal-democratico: non è fattibile», rivisitando la dottrina Monroe, prontamente ribattezzata da Donald Trump dottrina "Donroe": «il controllo delle Americhe dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco». Il baricentro si sposta dall’Atlantico (e dalla Nato) al Pacifico, con il nuovo gruppo chiamato C5 (Usa, Federazione Russa, Cina, India e Giappone). E la crisi socio-economica degli Usa spiega anche «il paradosso di Trump» che può fare «la voce grossa con gli europei, ma non con i cinesi né con i russi né con gli indiani». Intanto nell’Ue si rompe lo storico “asse” franco-tedesco, per via dell’avvicinamento della Germania agli Usa, con i quali deve pur fare affari (non potendoli fare con la Russia e dopo che i cinesi le hanno sottratto il mercato dell’auto).

E l’Italia? Finora Meloni ha mantenuto buoni rapporti con tutti, da Trump a von der Layen, attirandosi di recente però un monito di Mario Monti: o di qua o di là. «Credo che fino alle elezioni di metà mandato (midterm) Meloni non sceglierà», sostiene Milano: «sa benissimo che a novembre Trump potrebbe perdere il pieno controllo del Congresso; se invece sarà riconfermato, Meloni sarà costretta a scegliere». «Se si mette male», aggiunge, «temo che le propongano di guidare la Commissione Ue e lei accetterebbe». È una boutade quella di Milano, che però introduce il “nodo” dell’Europa, anzi dell’Unione Europea – che non sono sinonimi.

Infatti Trump, così come il vicepresidente Vance, ha toccato un nervo scoperto dell’Ue: la libertà. Foa descrive lo «scontro fra due gruppi di potere: quello uscente che ha promosso la globalizzazione negli ultimi 30 anni», ma che avendo perso l’appoggio della Casa Bianca «cerca di trasformare l’Ue nel fortino di resistenza a Trump». Si tratta di uno scontro «decisivo anche per le nostre sorti», poiché le critiche di Vance all’Europa sono fondate: «viviamo un’epoca in cui la libertà di espressione viene costantemente minacciata (...) con la chiusura dei conti, con l’intimidazione» e anche con le «potenzialità» di controllo del Digital Services Act. Fermo restando che a sua volta Trump «predica bene, ma talvolta razzola male» in patria. Quello toccato da Foa è «un punto critico», commenta Milano, rievocando il meeting di Davos del 2024, quando la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Layen, rivolgendosi a Schwab, identificò il problema principale in misinformation e disinformation. Vale a dire, spiega Milano, «controllare la narrazione a senso unico».

«Trump e il suo gruppo rifiutano l’idea di una governance globale che era il progetto del Great Reset di Davos», spiega Milano, «dove privacy, proprietà privata e libertà sarebbero state limitate» perché la gestione dei problemi (sanitari o economici che fossero) spetta ai «sapienti, i tecnici nella cabina di regia». Quello di Trump a tale prospettiva è un attacco «necessario», fermo restando il rischio di attaccare il globalismo fuori per poi impiantare lo statalismo in casa. Ma se gli Usa stanno attraversando una crisi e il loro presidente avrà le sue contraddizioni, a sua volta il globalismo «sta subendo colpi molto importanti», dice Marcello Foa, facendo notare che gli interventi americani a Davos sarebbero stati impensabili solo qualche tempo fa: «sono andati nella “tana del lupo” a dire: quello che avete fatto negli ultimi trent’anni non va bene».

Interventi che hanno puntato l'indice su «un sistema che era ed è – soprattutto per noi europei – molto pericoloso», costituito da un mix che Foa descrive molto concretamente: «le politiche di immigrazione scriteriata, il gender fluid, la cancel culture, lo smantellamento della famiglia, dei valori religiosi tradizionali, un attacco politicamente corretto a 360 gradi». Istanze recepite dall’Ue, che «sta distruggendo l’Europa dal punto di vista morale, sociale, economico, politico, morale», sottolinea Milano, specificando che criticare l'Ue non significa «non voler bene all'Europa» (ma quella di san Giovanni Paolo II, non di Ventotene!), anzi, proprio per questo auspicando una inversione di rotta senza la quale «l’alternativa è il declino economico continuo, la crisi morale, l’irrilevanza geopolitica che ridurrebbe l’Europa a una penisola asiatica», un'appendice del "nuovo mondo" incentrato sul Pacifico.

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SCENARI GLOBALI

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