Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Caterina di Svezia a cura di Ermes Dovico
referendum

Il NO non cura il grande malato: la Giustizia

Ascolta la versione audio dell'articolo

L'esultanza da stadio dei magistrati, l'Anm che parla da partito politico, i problemi della politicizzazione delle toghe che rimangono tutti quanti sul tavolo: il NO alla Riforma ha vinto, ma non ha curato nessuno dei mali della Giustizia di oggi. E che resteranno ancora a lungo, ancora di più sotto gli occhi.

Politica 24_03_2026

Il giorno in cui il Referendum sulla Riforma della Giustizia è stato perso dai Sì e quindi anche dal Governo è stato il 18 febbraio scorso. La discesa in campo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a supporto del Csm dopo le improvvide parole del Ministro della Giustizia Nordio, ha di fatto non solo favorito la rimonta del Comitato per il No, ma ha segnato un limite invalicabile: questa maggioranza di Governo, la Costituzione non può toccarla e la Riforma della Giustizia non s’ha da fare e dunque questo Csm non si discute.

Presiedendo per la prima volta dopo 11 anni il plenum del Csm, Mattarella, che quella Riforma l’aveva firmata, ha offerto però al No un’arma formidabile di critica della Riforma. Il resto è storia d’oggi, con la clamorosa debacle del Governo a cui si deve rimproverare non la volontà politica, ma la comunicazione di certi suoi uomini e con la boccata d’ossigeno che il Pd neanche si immaginava di poter ricevere che gli fa guardare alle prossime elezioni con un’ambizione fino a ieri imprevista.

I No hanno vinto non perché la Sinistra ha vinto, ma perché il richiamo della “Costituzione più bella del mondo” ha fatto tornare alle urne anche quegli elettori che per colpa di questa sinistra avevano smesso di votare.

Questo non significa, però, che la Giustizia italiana non resti una delle grandi ammalate del sistema Paese. La vittoria del No non risana la malagiustizia, non cura il sistema malato di nomina e spartizione delle carriere, non interrompe il correntismo politico dei magistrati, anzi per certi versi lo legittima ancora di più e lo espone al massimo dello scontro.

Perché la magistratura è apparsa quanto mai spaccata e quanto mai divisa in due, con molti magistrati che sono usciti allo scoperto per dire Sì a cambiare quel sistema che dai tempi della Riforma Vassalli necessitava di una sistemazione definitiva. Ora per quei Magistrati che ne sarà? C’è chi sente aria di purghe e speriamo proprio di no, ma il correntismo è più vivo che mai e il metodo Palamara non è stato bocciato con questo voto, ma semplicemente messo sotto al tappeto come la polvere.

Ora, di scuse non ce ne sono più, però. Il sistema Giustizia rimane il grande malato pur avendo ricevuto paradossalmente una fortissima legittimazione popolare, forse inconsapevole, alla perpetrazione di errori al limite del tollerabile.

Le scene di esultanza dei magistrati di Napoli e Milano, tutti insieme “a tavolino” a seguire lo spoglio con quegli stessi giudici dai quali la Riforma prevedeva di dividerli, i canti sguaiati di “Bella Ciao”, “Chi non salta Meloni è” e “Chi non salta Imparato è” (una magistrata di Santa Maria Capua Vetere favorevole sì, per dire il clima), sono la rappresentazione plastica di una parte della magistratura che ha vissuto questo scontro con i crismi della politica.

E questo è stato sancito dal ruolo giocato dall’Associazione Nazionale Magistrati con i suoi commenti da partito politico dopo il voto («Questo risultato non è un punto di arrivo, ma di partenza»), certificato anche dal leader del Comitato per il Sì. È dunque un vero e proprio soggetto politico, inteso come interlocutore di un Governo, di qualsivoglia espressione politica e come tale ci si dovrà abituare a considerarlo al pari della Cgil o dell’attuale corso della Cei, guarda caso tutti impegnati per il No, più o meno esplicitamente. 

La lunga stagione di scontro permanente tra la politica e la magistratura iniziata con Mani pulite non è ancora terminata. Prendendo a prestito le parole di un insigne giurista e magistrato della Sinistra, la magistratura ha cominciato a prendersi più potere quando la politica è entrata in crisi. Questa riforma è stato il tentativo della politica di superare la crisi e riequilibrare i poteri, cercando di ridurre al minimo le vendette di corporazione, e cercando di mandare in soffitta uno scontro “armato” che dura dall’inizio della Seconda Repubblica. È stato comunque un atto importante della politica per mettere fine a quella stagione. Ma è naufragato.

|n realtà non ha vinto la Costituzione (che è già stata cambiata 22 volte), ma il corporativismo, ha perso la possibilità di riformare un apparato cruciale di questo Paese. È paradossale, ma è così. Anzi, al di là del No che ha trionfato, è ormai chiaro chi sia oggi il grande malato.