Cisgiordania, un fine settimana di sangue, vittime e vendette
Due israeliani uccisi nel villaggio cisgiordano palestinese di Tell provocano la reazione immediata e violenta dei coloni. Risposta delle autorità israeliane dura contro i palestinesi, garantista con i coloni.
Ancora un fine settimana di sangue in Cisgiordania: due israeliani e quattro palestinesi uccisi, moschee incendiate e case danneggiate, mentre le operazioni militari riaccendono il timore di una deriva fuori controllo. La Palestina vive un'altra delle sue ore di paura. Non soltanto per gli incendi, le aggressioni e le devastazioni registrate in diversi villaggi palestinesi, ma per ciò che questi episodi raccontano: un territorio in cui ogni morte rischia di diventare il pretesto per una nuova rappresaglia e dove il confine tra sicurezza, vendetta e punizione collettiva appare sempre più sottile.
Tra ieri, domenica e sabato scorso, diversi villaggi palestinesi sono stati teatro di attacchi da parte dei coloni israeliani. Secondo fonti palestinesi e conferme parziali delle autorità israeliane, sono state incendiate due moschee, un'abitazione e numerosi veicoli. Sui muri sono comparse scritte in ebraico che promettono vendetta per la morte di due israeliani uccisi, venerdì, durante gli scontri nel villaggio palestinese di Tell, alle porte di Nablus. La dinamica dell'accaduto resta al centro di versioni contrapposte. L'esercito israeliano sostiene che un gruppo di ebrei sia entrato nell'area senza coordinamento con le autorità militari, nonostante la zona fosse interdetta ai cittadini israeliani. Fonti palestinesi affermano invece che gli scontri siano iniziati dopo un'incursione di coloni nel villaggio.
Secondo la ricostruzione israeliana, durante lo scontro sarebbe stata sottratta un'arma ad un agente di sicurezza e successivamente utilizzata da un palestinese nel conflitto a fuoco. L'episodio ha provocato una forte reazione negli ambienti più radicali del movimento dei coloni, con appelli alla vendetta che hanno accompagnato gli attacchi delle ore successive.
Uno degli episodi più gravi si è verificato a Qusra, a sud di Nablus, dove è stata incendiata la moschea Al-Rahma, ancora in costruzione. Le fiamme hanno danneggiato materiali e attrezzature presenti nel cantiere. Sulle pareti dell'edificio sono comparsi, in ebraico, alcuni messaggi, tra cui la scritta “Vendetta", accompagnata dalla Stella di David. Il sindaco di Qusra, Abdul Azim Wadi, ha dichiarato che il luogo di culto è stato colpito durante un'incursione da parte di un gruppo di coloni ultraortodossi. L'episodio ha suscitato nuove accuse nei confronti delle autorità israeliane sulla capacità di prevenire e fermare questi attacchi. L’esercito israeliano ha comunicato di aver inviato unità nella zona, ma gli autori dell'attacco avevano già lasciato il luogo. La polizia israeliana ha avviato le procedure per raccogliere testimonianze e prove.
Un secondo incendio ha colpito un’altra moschea nel villaggio di Kur, vicino a Tulkarm. Anche in questo caso sulle pareti sono state trovate scritte in ebraico, tra cui la frase "Il sangue degli ebrei non è gratuito". La notte di violenze ha coinvolto anche altre aree della Cisgiordania. Nei pressi di al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, sarebbero stati incendiati diversi veicoli e lo stesso a Beit Furik. Segnalazioni di nuovi scontri sono arrivate anche da Ein Samia, a est di Ramallah, dove un gruppo di coloni avrebbe attaccato un impianto di estrazione della pietra, ferendo alcuni palestinesi e incendiando i macchinari. Nel corso della stessa notte sono stati denunciati lanci di pietre contro automobili palestinesi e blocchi improvvisati lungo alcune strade.
La risposta israeliana per i morti di Tell non si è fatta attendere: sono state demolite le abitazioni dei palestinesi accusati di aver preso parte agli scontri. Una misura applicata da Israele da anni e considerata dalle autorità uno strumento di deterrenza contro nuovi attentati. La misura è contestata dalle organizzazioni per i diritti umani e da diversi osservatori internazionali, in quanto finisce per colpire anche i familiari delle persone coinvolte e configurarsi come una forma di punizione collettiva. Il caso di Tell riporta così al centro del dibattito una delle questioni più controverse nella gestione della sicurezza in Cisgiordania: la differenza tra le misure adottate nei confronti dei palestinesi accusati di reati violenti e quelle applicate ai coloni responsabili di aggressioni contro la popolazione palestinese. Mentre nei confronti dei primi Israele ricorre anche a misure come la sigillatura e la demolizione delle abitazioni, gli episodi di violenza commessi dai coloni vengono generalmente affrontati attraverso gli ordinari strumenti della giustizia penale, con indagini, arresti e procedimenti giudiziari. Tuttavia, tali procedimenti si concludono molto spesso senza alcuna condanna. È proprio su questo aspetto che si concentra una delle principali critiche rivolte alle autorità israeliane.
Organizzazioni per i diritti umani, osservatori internazionali e diversi analisti sostengono che, pur in presenza di alcuni arresti e procedimenti, il numero delle condanne e l'efficacia della risposta giudiziaria nei confronti dei responsabili di violenze contro i palestinesi siano spesso insufficienti rispetto alla gravità e alla frequenza degli episodi denunciati. Secondo questi osservatori, tale situazione alimenterebbe una percezione di impunità tra le comunità colpite. Le autorità israeliane respingono queste accuse e affermano di perseguire chiunque violi la legge, indipendentemente dall'identità dell'autore. Il punto centrale del dibattito resta però l'efficacia dell'applicazione delle norme: secondo molti osservatori, senza una risposta giudiziaria uniforme e credibile nei confronti di tutti i responsabili delle violenze, sarà difficile spezzare il meccanismo di azioni e ritorsioni che continua ad aggravare la crisi in Cisgiordania.
Il quadro generale rimane segnato da un forte peggioramento della questione della sicurezza dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre. Secondo il ministero della Salute dell'Autorità Palestinese, dall'inizio del conflitto, oltre 1.100 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania, durante operazioni delle forze israeliane o in episodi di violenza attribuiti ai coloni. L'IDF sostiene invece che la maggior parte delle vittime sia composta da miliziani armati o palestinesi coinvolti in scontri con l'esercito o responsabili di attentati. La capacità di interrompere questa escalation dipende in larga misura dalle autorità israeliane, che controllano gran parte della Cisgiordania e dispongono degli strumenti per prevenire gli attacchi, arrestare i responsabili e garantire l'applicazione della legge. Il governo israeliano ha più volte dichiarato di condannare le violenze attribuite ai coloni estremisti e di perseguire gli autori degli episodi più gravi, tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani, osservatori internazionali e diversi analisti sostengono che molte indagini sulle aggressioni contro i palestinesi non abbiano prodotto risultati sufficienti, alimentando la percezione di una risposta debole e di una deterrenza limitata.
Ogni nuovo episodio aggiunge un ulteriore livello di tensione a un territorio già segnato dalla paura e dalla sfiducia. Gli attacchi dei coloni, le reazioni dei palestinesi e le operazioni militari israeliane finiscono per alimentare una dinamica perversa nella quale la sicurezza di una comunità viene spesso percepita come l'insicurezza dell'altra. A pagare il prezzo di questa contrapposizione sono soprattutto i civili, mentre il confine tra prevenzione, ritorsione e vendetta diventa sempre più difficile da distinguere.
