Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Écône

Il bene delle anime non chiede strappi all'unità della Chiesa

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Non c'è stato di necessità che renda lecito ordinare vescovi contro la volontà del Papa. Una situazione di crisi può fondare il dovere della vigilanza o della supplica, ma non autorizza a infrangere l’ordine soprannaturalmente istituito col pretesto della salvezza delle anime. 

Ecclesia 30_06_2026
Foto Vatican Media/LaPresse 29 Giugno 2026

L’argomento con cui si giustificano le ordinazioni episcopali del 1° luglio 2026 da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X deve essere colto nel suo punto metafisico, non nella sua superficie disciplinare: la crisi sarebbe tale da compromettere la trasmissione della fede e del sacerdozio, l’autorità chiamata a custodire l’ordine apparirebbe incapace di garantirlo, le anime avrebbero bisogno dei sacramenti, i sacramenti dei sacerdoti, i sacerdoti di vescovi che li ordinino e, dunque, lo stato di necessità renderebbe lecito procedere senza mandato pontificio, non per istituire un’altra Chiesa, bensì per conservare ciò che nella Chiesa rischierebbe di venir meno. Tutto dipende da quel “dunque”. In filosofia prima, la necessità non è una sostanza, non è una forma, non è una causa efficiente, non è un principio capace di dare essere a ciò che da sé non lo possiede. Essa indica la pressione di un fine impedito, la condizione estrema nella quale l’agire umano deve cercare il mezzo proporzionato perché un bene dovuto non sia perduto.

Tradotta in teologia morale, questa verità consente di capire perché l’"epicheia" possa correggere l’applicazione materiale della legge quando la lettera, in un caso singolare, tradirebbe la ragione della legge. Non consente, però, di fare della necessità una sorgente di missione, perché la missione ecclesiastica non nasce dall’urgenza del bisogno, né dall’evidenza della crisi, né dalla rettitudine soggettiva di chi giudica, bensì dalla forma visibile nella quale Cristo ha costituito la Chiesa. Qui l’impianto tomista è decisivo. Il fine non abolisce la forma mediante cui viene raggiunto, poiché il bene, quando è reale, esiste secondo un ordine.

Ne consegue, allora, che la "salus animarum" non sta sopra la Chiesa come un assoluto separato che autorizzi a sospenderne la costituzione, in quanti essa è il fine interno della Chiesa, o meglio la ragione per cui la Chiesa è, agisce, governa, insegna, santifica. Separarla dal principio visibile dell’unità significa trattare il fine come se potesse salvarsi contro la propria forma, quasi che il bene soprannaturale fosse custodibile mediante una frattura dell’ordine soprannaturalmente istituito. Per questo il Codice pio-benedettino del 1917 (e lo cito volutamente in quanto quello vigente del 1983 sarebbe accusato di "modernismo post-conciliare"), quando al canone 953 esige che consti il mandato pontificio per l’ordinazione episcopale e quando al canone 2370 colpisce l’atto contrario, non registra una cautela di cancelleria, bensì una struttura ontologica della comunione. L’episcopato, infatti, non è una mera capacità sacramentale da conservare nella sua linea materiale, come una brace passata di mano in mano durante la notte, poiché esso significa pubblicamente una relazione alla successione apostolica, alla Chiesa visibile, al principio petrino dell’unità. La validità, da sola, non esaurisce la cattolicità dell’atto, perché ciò che è sacramentalmente reale può essere ecclesialmente disordinato quando viene prodotto contro il vincolo che dovrebbe manifestare.

Lo stato di necessità, dunque, può fondare il dovere della vigilanza, della supplica, della correzione, della resistenza all’atto ingiusto, della pazienza forte davanti all’opacità degli uomini di Chiesa. Non può, però, fondare una potestà generativa dell’ordine gerarchico, perché allora ciò che nasce come rimedio alla crisi diventa un secondo principio della Chiesa. La seconda scolastica, nei casi estremi, seppe distinguere la resistenza dall’usurpazione, proprio perché sapeva che correggere un abuso e produrre un ministero episcopale sono atti diversi secondo la specie, non gradi diversi della medesima urgenza. E anche qualora molti uomini di autorità cadessero nell’errore, Cristo non avrebbe ritirato la sua promessa dalla Chiesa visibile per trasferirla alla coscienza organizzata dei più vigili.

La Tradizione, allora, non è un contenuto puro che si possa estrarre dalla comunione e salvare altrove con strumenti ritenuti più efficaci. È verità ricevuta in una forma, custodita in un corpo, trasmessa dentro una missione e la sua integrità non consiste soltanto nel dire il vero, bensì nel riceverlo e comunicarlo secondo il modo cattolico della sua consegna. La tentazione di ogni stato di necessità assolutizzato è precisamente questa: prendere una condizione reale, elevarla a principio, convertire la privazione in fonte, trasformare l’urgenza in autorità. Qualcuno definirà questa critica "conservatrice", usando il lessico povero della modernità. L’ironia è che, qui, il gesto più moderno è proprio quello di un certo tradizionalismo che mette in latino l’assioma rivoluzionario secondo cui l’emergenza crea la "potestas ordinis". 



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Müller al concistoro rompe il silenzio sul "caso Écône"

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la dottrina

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l'equivoco

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