I rischi di una campagna elettorale permanente
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La politica italiana vive ormai con lo sguardo fisso alle urne. Ma una campagna elettorale permanente rischia di diventare un problema economico, sociale e, prima ancora, di governo, privando il Paese delle decisioni di cui avrebbe bisogno, in favore del breve periodo.
Il problema dell'Italia non è soltanto quando si voterà. È che, in larga parte, si è già cominciato a votare. La politica vive ormai con lo sguardo fisso sulla prossima scadenza elettorale, mentre il Paese avrebbe bisogno di guardare molto più lontano. Una campagna elettorale permanente non è soltanto un problema di linguaggio o di clima istituzionale: rischia di diventare un problema economico, sociale e, prima ancora, di governo. Che la legislatura arrivi alla sua scadenza naturale nell'autunno del 2027 o che il voto venga anticipato alla primavera, in concomitanza con le amministrative nelle principali città, cambia relativamente poco.
L'Italia è già entrata nella fase in cui ogni movimento politico viene interpretato in funzione delle urne, ogni dichiarazione diventa un messaggio per il proprio elettorato e ogni provvedimento viene sottoposto al calcolo del consenso. Il recente fine settimana di mobilitazione politica ne è una fotografia eloquente. A Pontida Matteo Salvini e i vertici della Lega hanno acceso i riflettori sul proprio campo; il Movimento 5 Stelle ha presentato il manifesto "Nova"; sul fronte del centrosinistra si sono intensificati i movimenti in vista delle sfide comunali, con Elly Schlein alle prese con figure del civismo come Mario Calabresi; a Orvieto, infine, la kermesse politica di Futuro Nazionale ha offerto altre occasioni di confronto e di contrapposizione, comprese le esternazioni di Roberto Vannacci. Piazze diverse, protagonisti diversi, ma una stessa atmosfera: quella di una partita elettorale iniziata con largo anticipo rispetto al voto.
È qui che si trova il punto politico più delicato. Una democrazia vive naturalmente di consenso e di competizione, ma un governo non può essere guidato soltanto dal calendario elettorale. Esistono decisioni che producono risultati dopo anni, riforme i cui benefici non sono immediatamente visibili e interventi che possono richiedere sacrifici prima di generare vantaggi. È precisamente su questo terreno che la campagna permanente rischia di presentare il conto. L'Italia avrebbe bisogno di una politica capace di assumere decisioni oltre l'orizzonte della prossima consultazione: sostenibilità dei conti pubblici, produttività, competitività industriale, infrastrutture, energia, sanità, lavoro e welfare non possono essere affrontati con la logica del sondaggio quotidiano. Eppure è proprio questa la tentazione alla quale la politica rischia continuamente di cedere: privilegiare ciò che produce un risultato immediato rispetto a ciò che costruisce un risultato duraturo. La dinamica è semplice. Più si avvicina la competizione elettorale, più aumenta il valore politico delle misure facilmente comunicabili e immediatamente percepibili. Bonus, riduzioni fiscali, incentivi e promesse possono essere trasformati in messaggi semplici e riconoscibili. Le riforme strutturali, al contrario, sono lente, complesse e spesso difficili da spiegare. Soprattutto, possono imporre costi nel presente per produrre benefici nel futuro.
Il rischio è che la politica finisca così per premiare sistematicamente il breve periodo. Ogni misura popolare non è necessariamente sbagliata, né ogni scelta impopolare è automaticamente virtuosa, ma un sistema costantemente proiettato verso le urne tende a rendere più difficile assumere decisioni il cui rendimento politico arriva molto dopo quello elettorale. Il problema riguarda direttamente anche l'economia. Imprese e investitori hanno bisogno soprattutto di prevedibilità: regole comprensibili, tempi certi, continuità amministrativa e una direzione riconoscibile. Un Paese nel quale l'agenda pubblica viene continuamente riscritta sulla base della competizione politica rischia invece di aumentare l'incertezza e di rinviare decisioni che richiedono stabilità, a maggior ragione quando sul tavolo ci sono la gestione del debito, l'utilizzo delle risorse europee, gli investimenti infrastrutturali e la trasformazione del sistema produttivo.
Ma esiste un costo ancora più profondo, e riguarda la fiducia. La politica può sopravvivere alla polemica quotidiana; le istituzioni, invece, hanno bisogno di continuità. Se ogni scelta viene immediatamente trasformata in un'arma elettorale, il confronto pubblico rischia di perdere la capacità di distinguere tra ciò che serve a governare e ciò che serve a comunicare. È questa la vera insidia della campagna elettorale permanente: non tanto il rumore che produce, quanto le decisioni che può impedire di prendere, perché, mentre i partiti si preparano alla prossima sfida, il Paese continua ad avere problemi che non aspettano le urne. La produttività delle imprese non aspetta. Il debito pubblico non aspetta. E nemmeno il lavoro, gli investimenti o la competitività internazionale possono essere messi in pausa fino al giorno dello scrutinio.
Una democrazia ha bisogno di elezioni. Un'economia ha bisogno di programmazione. Un governo ha bisogno di tempo. Confondere questi tre piani significa trasformare ogni giorno di legislatura in una prova generale della campagna elettorale successiva. Il rischio, alla fine, non è soltanto quello di avere una politica più rumorosa. È quello di avere una politica più corta, incapace di guardare oltre il proprio orizzonte elettorale. E un Paese che vive sempre alla vigilia del prossimo voto rischia, paradossalmente, di non arrivare mai davvero al giorno dopo.

